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SCHEDA ARTICOLO N. «00089»

CLASSIFICAZIONE: 5
TIPOLOGIA: AFFINE
AUTORE: MADRE TERESA DI CALCUTTA
TITOLO: IL CALORE DELLA NOSTRA MANO
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TESTO ARTICOLO

MADRE TERESA



ARNOLDO MONDADORI EDITORE

-Il calore della nostra mano -

L'amore non è accondiscendente, e la carità non ha nulla a che vedere con la pietà: è amore. Carità e amore sono la stessa cosa. Con la carità dà amore:
perciò non limitarti a dare denaro, ma invece tendi la mano.

Quando ero a Londra, sono andata a visitare i vagabondi presso cui le nostre sorelle avevano organizzato una mensa. Un uomo che viveva in una scatola di
cartone mi ha preso la mano e mi ha detto: "Era tanto tempo che non sentivo il calore di una mano umana".

Mar, una delle nostre volontarie, ha molte idee sul modo di andare incontro alle persone: "Mi sono accorta che gli aiuti di tipo pratico possono in realtà
deprimere, a meno che non siano offerti con amore: a nessuno piace sentirsi passivo, nel bene come nel male. Ho notato anche che cercare di mettersi in
contatto con la gente è stato un fenomeno graduale, e che è stato utile farlo in maniera organizzata, per esempio incominciando a dare una mano alle sorelle
alla mensa per i poveri. Perciò è meglio, anziché darsi da fare in modo eccessivo a distribuire cibo e a rigovernare, sforzarsi piuttosto di parlare con
qualcuno, intanto che si è lì, o sedersi vicino a qualcuno, cercando di instaurare un rapporto personale. Molte persone hanno in tasca fotografie, e può
valere la pena di farsele mostrare, oppure potete scherzare sulla loro acconciatura... qualsiasi argomento va bene! "

L'importante è creare un contatto, anche se si tratta di un semplice "Le è piaciuto il pranzo?".

Invece di stare in disparte a lavare i piatti, vale la pena di andarsene a sparecchiare. Se ti sembra troppo difficile, forse è meglio che tu incominci
per gradi: vedi qualcuno lì in piedi, o che cammina, o che se ne sta tutto solo, e allora cogli l'occasione per cercare di arrivare sino a lui." Ed ecco
un'altra storia, sempre di Mar, che illustra un modo diverso di entrare in contatto con chi ha bisogno: "Qualche tempo fa, un nostro gruppo si recò in
Albania, dove andammo in visita da alcune sorelle. Sentendo parlare di una Casa per bambini portatori di handicap, andammo a trovarli: un vero disastro.
L'istituto aveva ricevuto ingenti quantità di aiuti ma, ogni volta, gli abitanti della zona se li erano portati via perché anch'essi erano bisognosi. Quel
che mi colpì, poi, fu vedere che mentre arrivava molto materiale, e cen'erano magazzini strapieni, alla gente non arrivava nulla. Allora tornammo indietro
con una cassetta di mele., e ci proponemmo di dare un frutto a ciascun bambino: sapevamo che, se ci fossimo limitate a lasciare la cassetta, probabilmente
anche le altre persone intorno avrebbero avuto bisogno di mele per i propri figli, e l'aiuto non sarebbe mai giunto agli ospiti dell'orfanotrofio." L'amore
non ha senso se non viene condiviso. L'amore deve venire posto all'opera. Devi amare senza aspettative, fare qualcosa per l'amore fine a se stesso, non
per quello che ne potrai ricevere in cambio.

Se ti attendi qualche forma di ricompensa, non è amore: l'amore vero è amare senza condizioni e senza aspettative. Se ve ne è bisogno, Dio ti guiderà, come
ci ha guidato a servire i malati di AIDS. Noi non giudichiamo queste persone, non domandiamo loro che cosa è successo loro o in che modo si sono ammalati:
ci limitiamo a vedere il loro bisogno, e a prenderci cura di loro. Penso che, attraverso l'AIDS, Dio ci sta dicendo qualcosa, dandoci un'opportunità per
mostrare il nostro amore. Le persone affette da AIDS hanno risvegliato l'amore più tenero in altri che magari lo avevano relegato al di fuori della propria
vita, dimenticandolo. Sorella Dolore ci ricorda come, spesso, sia sufficiente stare accanto alle persone con amore: "All'inizio, i malati di AIDS che vengono
da noi sono pieni di paura. E' dura per loro accettare il fatto di essere vicini alla morte. Invece, stare lì con noi, e vederci insieme a quelli che stanno
per morire, è davvero importante.

Ricordo, a New York, la mamma di un portoricano che gli diceva che sarebbe stata disposta a prendersi cura di lui, se fosse tornato a casa. Lui la ringraziò,
ma rispose che sarebbe rimasto con noi, pur continuando a rimanere ad andarla a trovare. Un giorno mi disse: "Io so che quando starò per morire sarai qui
a tenermi la mano": ci aveva visto farlo con altri, sapeva che non sarebbe morto da solo. "In realtà, è una reazione molto semplice. Chi muore si commuove
per l'amore che riceve, anche se magari è solo una carezza, o un bicchiere d'acqua, o un dolcetto. Si tratta soltanto di portare loro quello che chiedono:
ne saranno soddisfatti, sapranno che qualcuno si occupa di loro, gli vuole bene, li desidera. Questo è il grande aiuto; già da questo sapranno che Dio
sarà ancora più amorevole, più generoso, e che le loro anime verranno elevate verso di Lui. Noi non predichiamo, ci limitiamo a fare quel che facciamo
con amore, e loro sono toccati dalla grazia di Dio."

Un'altra annotazione sul modo migliore di offrire l'amore, da fratello Geo, Servo generale dei fratelli Missionari della Carità: "Quando che è abituato
a venire rifiutato e abbandonato inizia ad essere accettato dagli altri, a essere amato, quando inizia a vedere altre persone che dedicano a lui il proprio
tempo e le proprie energie, si rende conto di non essere, dopo tutto, soltanto spazzatura. Di sicuro, l'amore si esprime in primo luogo nello stare con
qualcuno, piuttosto che nel fare qualcosa per qualcuno. Bisogna tenerlo sempre presente, perché è facile farsi prendere dalle troppe cose che possiamo
fare per gli altri. Se le nostre azioni non nascono prima di tutto dal desiderio di stare con una persona, si riducono davvero solo ad assistenza sociale.

Quando hai il desiderio di stare con una persona povera, puoi renderti conto delle sue esigenze e se il tuo amore è autentico è naturale che tu desideri
fare quello che puoi per esprimerlo. Il servizio, in un certo senso, è semplicemente un mezzo per manifestare il tuo essere per quella persona - e spesso
con i più poveri non riesci ad alleviare del tutto i loro problemi, tranne che, stando con loro, esistendo per loro, qualsiasi cosa tu possa fare per loro
è significativa. Il messaggio che cerchiamo di fare arrivare al più povero tra i poveri è: non possiamo risolvere i tuoi problemi ma Dio ti ama anche se
sei handicappato, alcolizzato o lebbroso e, che tu guarisca o no, Dio ti ama lo stesso e noi siamo qui per esprimere quell'amore. E se possiamo contribuire
ad alleviare il loro dolore un pochettino, tanto meglio, ma per noi è più importante ricordare loro che anche in mezzo al dolore e alla sofferenza Dio
li ama.

E' un messaggio difficile da comunicare, ovviamente, ma riteniamo che esistere dedicandosi a loro sia un punto essenziale. Se passi il tempo con una persona,
quella è un'espressione d'amore tanto quanto ciò che puoi fare per lei." Uno dei nostri volontari, Nigella, descrive così la propria esperienza nella nostra
Casa per i moribondi e i derelitti a Calcutta: "Quando sono andato a dare un aiuto a Miragli Hriday odiavo quel luogo, a causa delle sofferenze che vedevo,
e mi sentivo del tutto inutile. Pensavo: "Che cosa ci faccio io qui?". Più tardi, quando sono tornato in Gran Bretagna, ho avuto una lunga conversazione
con una sorella su questo argomento. Le ho detto di aver rapidamente imparato il linguaggio in modo da distinguere tra le richieste di un sorso d'acqua
o di una padella, e poter agire di conseguenza. Ma a parte questo non avevo fatto molto. Passavo la maggior parte del tempo seduto sul letto dei malati
e li accarezzavo, oppure davo loro da mangiare.

Ogni tanto c'era qualche segno di riconoscenza, ma la maggior parte delle volte no, perché erano agli ultimi. Perciò quando la sorella mi ha chiesto come
me l'ero cavata, le ho risposto: "C'ero". E lei mi ha detto: "Che altro facevano san Giovanni e la nostra Beata Madre ai piedi della Croce?." E' compassione,
quella che proviamo nei confronti dei poveri? Non sono affamati soltanto di cibo, hanno anche il desiderio di venire considerati esseri umani. Hanno fame
di dignità e desiderano essere trattati come siamo trattati noi. Sono affamati del nostro amore.

- Ogni atto d'amore è una preghiera -

Ciò che conta non è quanto fai, ma quanto amore metti in ciò che fai e condividi con gli altri. Cerca di non giudicare gli altri. Se giudichi gli altri,
non stai dando nessun amore. Piuttosto, cerca di aiutarli comprendendo quali sono le loro esigenze e agendo per farvi fronte. Spesso la gente mi chiede
cosa penso degli omosessuali, per esempio, e io rispondo sempre che non giudico la gente. Non è ciò che una persona può avere o non avere fatto, ma ciò
che tu hai fatto che conta agli occhi di Dio. In un'iscrizione fuori dalla nostra cappella alla Casa madre sono riportate le seguenti parole. Sono state
scritte da padre Edward Le Jolly dopo una nostra conversazione, nel 1977, e spiegano con precisione in cosa consista la nostra attività:

"Non siamo qui per il lavoro, siamo qui per Gesù. Tutto ciò che facciamo è per Lui. Siamo prima di tutto religiose, non siamo assistenti sociali, né insegnanti,
né infermiere, né medici: siamo sorelle religiose. Noi serviamo Gesù nei poveri, negli abbandonati, nei malati, negli orfani, nei moribondi. Ma tutto ciò
che facciamo, la nostra preghiera, il nostro lavoro, la nostra sofferenza è per Gesù. La nostra vita non ha altre ragioni né motivazioni. Questo è un punto
che molte persone non capiscono." (Nota: E. Le Jolly, We Do It For Jesus, London, 1977, p.12.)

Ecco alcune parole e alcuni esempi di sorella Dolore, di fratello Geo e di una volontaria (Linda) su questo tipo di amore in azione. Sorella Dolore: "In
Occidente c'è tanta solitudine. Alla maggior parte delle persone basta la presenza di qualcuno che stia con loro, che sorrida loro, perché molti non hanno
più una famiglia e vivono soli, chiusi in casa. Perciò, quando lavoravo in una delle nostre Case di New York, in varie occasioni durante l'anno riunivamo
queste persone tutte insieme, di modo che potessero incontrarne altre, ed erano occasioni da loro molto attese.

Organizzavamo una giornata speciale per loro - offrivamo un buon pranzo, per esempio, e qualche torta - e il solo fatto di uscire di casa e di stare con
gli altri portava un po' di felicità nella loro vita. Nelle nostre mense dei poveri diamo da mangiare ai vagabondi. Vengono per avere un pasto, ma alcuni
di loro non mangiano affatto. Vogliono semplicemente vivere per un po' in un'atmosfera di pace e tranquillità e di solito, dopo aver detto una preghiera,
o fatto qualcosa insieme, se ne vanno. La maggior parte della gente non vuole semplicemente una minestra, vuole stabilire dei rapporti in un ambiente dove
si senta apprezzata, amata, desiderata, e trovi pace nel cuore degli altri. Ciò che conta è il contatto personale."

Fratello Geo: "In Occidente siamo per lo più orientati al profitto, tutto viene misurato in base ai risultati e veniamo presi da un meccanismo che ci induce,
per produrne, a lavorare sempre di più. In Oriente - specialmente in India - mi pare che la gente si accontenti di essere, di starsene seduta all'ombra
di un albero per mezza giornata a chiaccherare. Noi occidentale probabilmente la consideriamo una perdita di tempo.

E invece ha un suo valore. Stare con qualcuno, ascoltare gli altri senza guardare l'orologio e senza aspettarsi risultati, ci insegna ad amare. Il successo
dell'amore sta nell'amare, non nel risultato dell'amore. Ovviamente nell'amore è naturale desiderare il meglio per l'altro, ma che vada a finire così oppure
no non influisce sul valore di ciò che abbiamo fatto. Quanto più possiamo liberarci da questa priorità data ai risultati, tante più cose impariamo sulla
natura contemplativa dell'amore. C'è l'amore espresso nel servizio e l'amore nella contemplazione. E' l'equilibrio dei due elementi quello a cui dobbiamo
aspirare.

L'amore è determinante per trovare questo equilibrio." Linda: "Aiutare i bambini al Chiusura Bhavan di Calcutta per me è stata un'esperienza molto speciale.
Mi sentivo molto toccata da loro. Una mattina eravamo seduti in un cerchio al piano di sopra - lo facevamo spesso e cantavamo - e io tenevo in braccio
un ragazzino handicappato che mi guardava con gli occhi pieni di gioia e d'amore. Aveva dentro una grande serenità. La ricordo come un'esperienza profondamente
spirituale."

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