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SCHEDA ARTICOLO N. «00168»

CLASSIFICAZIONE: 5
TIPOLOGIA: AFFINE
AUTORE: ZENSON GIFFORD
TITOLO: COS'È UN KOAN?
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TESTO ARTICOLO

Cos'è un Koan?

(di Zenson Gifford)

Zenson Gifford, Sensei, un prete zen consacrato, ha cominciato la pratica
zazen con Phillip Kapleau Roshi nel 1970, all'età di 21 anni. Dopo aver
completato l'istruzione formale nel 1979, ha continuato a tempo pieno nel
Rochester Zen Center, fino a quando è partito per un lungo pellegrinaggio
nel 1981. Durante il pellegrinaggio ha vissuto in Giappone per un anno e
mezzo, studiando con Harada Tangen Roshi. Nel 1981 è stato nominato "Erede
del Dharma" di Roshi Kapleau. Zenson Gifford Sensei è attualmente abate
della sangha dello zen settentrionale, con centri a Toronto, in Canada, e
Varsavia, in Polonia.

Cos'è un koan? Questa stessa domanda è un koan, perché un koan non può
ricevere una risposta, o essere compreso dall'intelletto. Il commento di
Mumonkan, "Invano lo descrivi, senza profitto lo ritrai", è applicabile al
koan. Tuttavia, la gente continua a chiedere: "Cos'è un koan?". È
un'espressione
diretta della nostra mente autentica e quindi un mezzo per risvegliarsi?
Oppure, come ha detto qualcuno, è una forma dualistica di pratica, un gioco
zen? Cominciamo a osservare alcuni degli aspetti essenziali del koan, e
diamo una risposta a qualcuna delle critiche rivolte a questa pratica.

Un koan è, letteralmente, la trascrizione di un "caso pubblico" avvenuto nel
passato; oppure, come ha detto un maestro zen, "il luogo dove si trova la
verità".

Generalmente parlando, i koan sono tratti da dialoghi autentici tra maestri
zen e studenti, o tra praticanti avanzati, oppure dai sutra o da antichi
detti. La maggior parte delle volte, i koan sono di natura paradossale e non
possono venire compresi dall'intelletto. Quindi, un koan può venire inteso
solo grazie all'esperienza diretta della mente autentica, da cui è nato.

I detti e i dialoghi che si trasformarono in koan sono raccolti in vari
testi, come il 'Mumonkan' e la 'Raccolta della roccia blu'. Essi furono, e
sono tuttora, utilizzati come manuali per l'istruzione zen.

I koan possono essere divisi fondamentalmente in due categorie: quella
"primaria" o koan "del risveglio", e quella dei koan "successivi".

Esempi di koan "del risveglio" potrebbero essere: "Mu", "Chi sono io?",
"Cos'è
la mente?" e "Qual è il suono di una mano sola?".

Il ruolo del koan "del risveglio" è dare uno scossone, o irrompere nella
consapevolezza dualistica e concettuale, basata su un falso senso
dell'io-ego.
In tal modo, la mente si apre alla verità fondamentale dell'universo, senza
inizio né fine; ovvero, ci si risveglia alla propria natura suprema. I koan
"successivi" vengono utilizzati per perfezionare la propria comprensione
spirituale, per liberarsi dai persistenti legami dell'illusione e integrare
il risveglio nella propria vita quotidiana.

Qual è il potere speciale di questa singolare pratica spirituale che nei
secoli ha attratto tante persone? In realtà, non è niente di speciale,
magico o segreto, né è necessaria qualche tecnica per sviluppare la forza
della concentrazione o poteri psichici. Un koan è un modo diretto per far sì
che la nostra mente, naturalmente dubbiosa, superi la barriera
dell'illusione
e si risvegli alla nostra natura autentica.

Sin dalla più tenera età tutti poniamo domande. Man mano che i bambini
crescono, le loro domande ricevono spesso risposte, spiegazioni e
razionalizzazioni, fino a quando la loro naturale curiosità comincia a
svanire. Tuttavia, le persone sensibili, prima o poi, si ritrovano a porsi
le stesse domande: "Da dove vengo? Qual è il significato della vita? Cosa
accade quando muoio? Perché esistono tanto odio e violenza? Chi sono io?".

Questa mente dubbiosa è presente nella mente di tutte le persone
spiritualmente sensibili, e certamente nella vita dei grandi maestri di ogni
tradizione. Ma, come dolorosamente vediamo nella nostra vita e in quella
delle persone che amiamo, la gente spesso ignora, reprime o evita queste
domande; le nasconde sotto ogni sorta di divertimento o piacere, e dà loro
una risposta basata sulla paura o l'ignoranza. Ma per alcune persone queste
domande e il bisogno profondo di conoscenza continuano a riemergere. Per
tali persone, non esiste fuga né riposo; il grande dilemma va risolto.

Questa urgenza e questi dubbi sono spesso provocati da una crisi personale.
Talvolta, ciò conduce a un koan naturale come "Chi sono io?" o "Qual è il
significato dell'esistenza?". Per il praticante zen, ciò potrebbe portare
all'adozione di un koan formale. Allora, a prescindere dalla strada percorsa
per arrivare al koan, quest'ultimo si trasforma in un modo efficace di
indirizzare i nostri interrogativi naturali verso un livello spirituale.
Tutte le domande più profonde e i desideri di liberazione vengono
focalizzati sul koan.

I critici hanno obiettato che l'uso di un koan formale implica la
sostituzione del proprio interrogativo/problema con l'interrogativo/problema
di un altro. Tuttavia, non è forse vero che tutti gli esseri umani
condividono la stesse domande fondamentali sull'esistenza? Nonostante le
ovvie differenze di epoca e cultura, non abbiamo tutti gli stessi problemi
fondamentali dei nostri antenati?

Se non ci limitiamo a guardare i rami, non è forse vero che le speranze, le
paure, le gioie e i dolori delle persone sorgono dalla stessa radice, dalla
stessa ruota karmica di causa ed effetto così eloquentemente descritta da
Shakyamuni nel Parco dei Cervi? Allo stesso modo, l'affermazione di Carl
Gustav Jung secondo cui egli non ebbe mai, in quaranta anni, un paziente la
cui vera preoccupazione non fosse la morte, non riguarda forse noi tutti?
Non abbiamo sempre condiviso tutti la stessa ricerca?

Se la morte e la nascita sono il dilemma fondamentale dell'uomo, cosa
facciamo? Nella formazione zen, il koan può diventare un mezzo per mettere a
fuoco i propri interrogativi e i corrispondenti dubbi; si trasforma in un
espediente per vedere attraverso la mente fittizia della dualità, creatrice
e perpetuatrice di una vita di dolore, ansia e sofferenza. Senza il punto
focale del koan, ci si sente spesso incerti, divisi e soli.

Non occorre provocare un senso del dubbio artificiale o generico quando si
lavora su un koan. Guarda! Il dubbio c'è già. Come ha osservato Dogen Zenji:

"L'impermanenza e il dolore stanno proprio di fronte ai nostri occhi". E se
guardi senza porti domande, questo stesso atteggiamento non ti suscita degli
interrogativi? Chi non prova una stretta allo stomaco alla vista dei
senzatetto al freddo, dei bambini violentati, delle vite rovinate dalla
droga e delle persone che si uccidono tra loro in guerre senza senso? Non
sono proprio queste cose a condurre la gente verso la pratica zen? E non per
fuggire o riuscire a sopportarle, ma per sviluppare quell'intelligenza e
quella forza che possono rivelarsi di grande aiuto.

Alcuni studiosi asseriscono che nei primi tempi molte persone sceglievano la
pratica del koan per imparare ad affrontare le sofferenze della propria
vita. Il koan offre l'opportunità di una solida pratica, non solo mentre si
sta seduti in zazen, ma anche in mezzo al tumulto della vita. Esso fornisce
i mezzi concreti per spezzare il legame della sofferenza in tempi di
conflitto e incertezza.

Con uno sforzo intenso, il koan "del risveglio" è in grado di portare gli
interrogativi naturali di una persona al di là del pensiero e della
percezione, oltre il relativo e l'assoluto, risvegliando l'individuo a ciò
che è sempre esistito ma è stato oscurato dalle nubi dell'illusione. Tale
risveglio è simile al ricordo di qualcosa che è sempre stato conosciuto, e
tuttavia era dimenticato. È paragonabile all'accensione di una luce in una
stanza oscura. La stanza è sempre stata la stessa, solo che le persone
vagavano a tentoni nel buio, incapaci di vivere là dentro.

Se cerchi di studiare il buddismo, non è buddismo autentico. Lo stesso vale
per la pratica del koan. Non si tratta di uno studio nel senso convenzionale
del termine. La pratica del koan è fermamente radicata nello zazen, in
quanto è solo entrando in quella Mente Unica da cui provengono i koan che è
possibile andare davvero al fondo di questi ultimi. Il koan non può essere
compreso dall'intelletto tramite lo studio e la speculazione. Ecco perché si
dice: "Il Buddha non ha teorie". Bisogna sperimentare direttamente la verità
da cui sorgono questi koan, e non soffermarsi semplicemente sulle teorie e
le idee.

La gente chiede come usare un koan. Non esiste un modo di lavorare con un
koan. Come recita un antico verso: "Una via verso il risveglio, nemmeno
mille maestri sono in grado di indicarla". Tuttavia, poiché lavorare con un
koan è una pratica intensa, è meglio lavorare insieme a un insegnante. È
utile avere l'assistenza di una persona che ha già attraversato i koan. Un
buon insegnante mette continuamente alla prova uno studente, sollecitandolo
sempre a lavorare per risolvere "il grande dilemma". Senza un insegnante, è
facilissimo confondersi, perdersi, ritrovarsi in stati mentali negativi o
illudersi di aver realizzato qualcosa. Sebbene un insegnante sia importante,
lui/lei non può risolvere il koan o svolgere il lavoro al posto dello
studente.

Un'altra critica rivolta alla pratica del koan è che è finalizzata a un
risultato, e quindi si muove nel livello karmico della perdita e del
guadagno. Tuttavia, è sempre possibile svolgere una pratica con un
determinato scopo, compreso quello, per esempio, di sedersi con una mente
chiara e senza scopi. Nella pratica del koan, in realtà, non esiste nulla da
raggiungere o guadagnare. Il modo migliore di lavorare sul koan è lasciare
che esso lavori su di te, perché, in ultima analisi, questo è tutto ciò che
i koan devono fare.

Quando si finisce un primo koan e si comincia a lavorare su quelli
"successivi", può nascere la fallace sensazione di aver raggiunto qualcosa.
Ciò può condurre all'orgoglio spirituale e trasformarsi in un autentico
ostacolo alla pratica. Gli insegnanti devono costantemente mostrare agli
studenti la possessività della loro mente. Ciò può essere svolto
efficacemente dai koan stessi, molti dei quali ci rivelano che, anche se
pensiamo di stare ottenendo qualcosa, in realtà non c'è nulla da
raggiungere. Compito degli insegnanti è anche rendere i koan "successivi"
adeguati ai tempi moderni, riportando infine gli studenti alla continua
pratica della vita al di là dei koan formali.

Un aspetto importante dell'istruzione del koan è che uno studente deve
costantemente recarsi dall'insegnante per una dokusan (intervista, un
processo che in sé è una buona istruzione). Nella pratica del koan del
risveglio, gli studenti devono dimostrare la verità del koan e non possono
limitarsi a esporre teorie o idee. Essi vedono le proprie false nozioni
nello specchio che l'insegnante regge davanti a loro, oppure a queste stesse
illusioni vengono tagliate le gambe. Nella pratica del koan "successivo"
esiste un processo costante di rifinitura, in quanto ci sono sempre nuove
cose da "non fare", e tuttavia da non lasciare incompiute.
Piuttosto che l'acquisizione di un'esperienza, la pratica del koan implica
la perdita di false nozioni. Il bisogno di proseguire si rivela in
continuazione. Harada Diun Roshi lo ha descritto come "Camminare lungo una
strada verso l'infinito".

Certuni sostengono che lo zazen puro sia semplicemente stare seduti senza
avere nulla in mente, e che la pratica del koan richieda di mettere
artificialmente qualcosa dentro la mente. Cos'è questa cosa che secondo la
gente viene posta nella mente con la pratica del koan? È solo quando una
persona comincia ad analizzare che fa un passo indietro e vede le cose. Se
consideri il koan "Mu" come una cosa, allora è fuori di te. Mu non è una
cosa o un oggetto, perché è impossibile definirlo. Cosa accade quando
diventi il koan, senza alcuna separazione? Ovvero, quando muori al koan? In
quel momento, è presente Mu, la mente, tutte le cose e nessuna cosa.
Nell'istante
in cui si penetra veramente il koan, cosa viene messo dove? In quel momento
senza tempo, cosa esiste?

Ho provato a rispondere ad alcune delle critiche sollevate contro la pratica
del koan zen. Considerando queste critiche, mi viene in mente un'analogia.
Una volta incontrai una studentessa molto in disaccordo con un suo
professore universitario, un'autorità in materia di cultura cinese. La
studentessa, essendo cresciuta a Taiwan, conosceva da vicino i cinesi,
mentre il professore - la cosiddetta autorità - non era mai stato in Cina.

Per quanti libri tu abbia letto, se non sei mai stato in un luogo, non puoi
conoscerlo. È solo trovandosi lì che si ha un assaggio vero, grazie alle
immagini, i suoni, gli odori ecc. Ma se la visita è breve, l'esperienza
viene facilmente alterata dal confronto con la propria terra e la propria
cultura. Solo dopo aver vissuto in un posto per vari anni, si incomincia a
conoscerlo.

Lo stesso accade con la pratica del koan. Essa non può essere compresa
concettualmente, perché il suo scopo non è altro che quello di portarti al
di là della mente concettuale. Similmente, se viene praticata solo per un
breve periodo o in modo superficiale, si avrà ogni sorta di confronto o
critica. Non si è ancora in grado, come afferma Mumonkan, "di emanciparsi
dalle conoscenze passate". Ma quando si affrontano i koan in anni di
addestramento, ovviamente è tutta un'altra storia.
Lo zen viene considerato una via molto pratica e diretta. Una cosa viene
utilizzata perché funziona. Per questo motivo moltissime persone affrontano
la pratica del koan per anni interi. Sin da quando Joshu pronunciò per la
prima volta "Mu", i koan hanno portato un infinito numero di persone, in
varie epoche e culture, al risveglio.

Ciò che è essenziale comprendere è che non è importante solo la pratica in
sé, ma anche il modo con cui la si affronta. Cioè, la persona fa la pratica.
Fondamentalmente, tutto dipende dall'aspirazione dello studente e, fino a un
certo grado, dallo stimolo fornito dall'insegnante. Il koan deve essere reso
vivo, bisogna lasciarlo diventare il centro degli interrogativi naturali di
una persona.

Il mondo è una trama meravigliosamente vasta di sentieri spirituali e
tradizioni religiose. Così come il buddismo zen non è la via per ognuno,
allo stesso modo la pratica del koan non è l'unica via per i praticanti zen.
In realtà, come ha detto scherzando uno studente, questa è probabilmente una
buona cosa, altrimenti la fila di persone in attesa per la dokusan sarebbe
interminabile.

La mia esperienza (limitata) di diciassette anni di lavoro con e sui koan mi
ha insegnato che essi possiedono un vasto potenziale, ma che possono avere
dei difetti se usati impropriamente. La gente trascorre gran parte della
propria vita nell'ombra; talvolta, invece di guardare l'oggetto che
ostruisce la luce, si sofferma a considerarne la forma, la dimensione,
l'intensità.
Lavorare su un koan permette di aprire gli occhi alla luna della verità.
Anche se in qualche caso la luna è oscurata dalle nubi dell'illusione, sta
sempre splendendo.

Cos'è un koan? Solo tu puoi trovare la tua risposta a questa domanda.

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