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SCHEDA ARTICOLO N. «00235»

CLASSIFICAZIONE: 5
TIPOLOGIA: AFFINE
AUTORE: KODO SAWAKI
TITOLO: QUADERNI ZEN
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TESTO ARTICOLO

Quaderni Zen

(di Kodo Sawaki)

NUMERO 18 primavera 1997

Editoriale

Quando ci troviamo a dover spiegare che cosa sia la pratica dello zazen, di
solito scopriamo che è più facile dire che cosa "non è".

Ota Roshi, uno dei discepoli di Kodo Sawaki, che non ebbe mai un sangha come
il
M° Deshimaru, ma solo un paio di discepoli, disse una volta che non dovremmo
portare nulla dall'odore di umano nel cuore dello zazen. Soltanto sedersi
come
se ci avessero mozzato la testa.

Allora, non ci sono più "cose umane" intorno, non c'è più il naturalismo né
lo
spontaneismo, né natura di Buddha, né non natura di Buddha, né "io", né gli
"altri". Così, quando facciamo questo zazen-shikantaza siamo solo seduti e
non
stiamo facendo neanche zazen. Se, ad esempio scrivete una poesia, o passate
l'aspirapolvere, o fumate una sigaretta, anche se dite "io scrivo una
poesia",
"io passo l'aspirapolvere", "io fumo", quell'"io" scompare totalmente dentro
l'azione stessa, se viene compiuta completamente, come se fosse la sola cosa
esistente in quel momento. In questo modo si è completamente dentro
un'azione,
e, nello stesso tempo, se ne è fuori. L'ego viene totalmente assorbito, al
di là
di ogni dualità. In zazen siamo, sia completamente dentro, che completamente
"fuori".

Non si tratta di una fredda pratica inumana, è solo la pratica che ci
permette
di ritrovare quell'unione con l'ordine cosmico che avevamo prima della
nascita,
senza costruzioni mentali, senza divisione tra "natura di Buddha" e
"non-natura
di Buddha". E' la pratica con cui troviamo la nostra natura originaria
lasciando
andare, lasciando cadere corpo e mente. Nell'Hannya Shingyo di ogni mattina,
o
d'ogni sera (anche quando siamo soli, possiamo recitarlo comunque, se le
desideriamo) diciamo !gen ni bi zetsu", cioè non occhi, non naso, non
orecchie,
non gusto.

Significa essere al di là della vista personale, al di là dei propri occhi,
delle proprie orecchie...

Non è una pratica tipo "io sono felice, tu sei felice...". E'la pratica
della
profonda libertà, libertà da se stessi e dagli altri.

Senza dipendere da nulla si dipende solo dall'ordine cosmico, comprendiamo
che
ognuno porta sempre con sé il proprio ultimo giorno. Oggi?

L'ordine cosmico originario (ku) è invece al di là di tutto ciò che ha una
nascita e una morte e che per questo è sofferenza e trasmigrazione.
Realizzare
la Via in verità non è un "accadere" di qualcosa, ma è solo un rientrare
nella
continuità di un Universo già risvegliato in se stesso, senza separazione
dai
fenomeni, e senza separazione tra "satori" e "fenomeni" (=luogo di pratica).

Per fare questo, c'è un modo, un modo di seguire la via, qualsiasi cosa
facciamo, o siamo e senza radicarsi su nessuna posizione fissa del tipo
questo è
"bene", o questo è "male". Non lo possiamo sapere.

Non possiamo sapere la Verità, che tuttavia è in ogni cosa e in ogni minimo
aspetto della nostra vita, sia esso fonte di gioia o di dolore, puro o
impuro,
bello o brutto, facile o difficile, torti o ragioni.

Il segreto è mantenere sempre la mente dove è il corpo. E'questo il luogo
inconscio e naturale da dove i semi del karma assoluto dello zazen fanno
nascere, a poco a poco, la chiara visione della realtà che conduce alla
saggezza, alla compassione e alla gratitudine, senza più bisogno di andare
in
giro a domandare agli altri.

Questo è poggiare solo su se stessi. Tutto, ogni cosa non poggia che su se
stessa e si trova in correlazione, in interdipendenza con ogni altra cosa,
anche
opposta, in modo naturale, inconscio, "automatico".

Zazen poggia su se stesso solamente. Ogni uomo può imparare a scoprire
"come".
Dio, Buddha, non poggiano che su se stessi e non sono separati da nulla.
Come?
Ognuno deve trovare in sé il "come" della sua totale libertà.

"E'come gli animali che non di rado provano gratitudine. - diceva Dôgen, -
Perché l'essere umano dimentica la gratitudine? E'una cosa desolante. Se non
si
conosce la gratitudine, la riconoscenza, si è ancora più stupidi degli
animali".
Quando gli uomini iniziano ad abbandonare le azioni volte ad uno scopo di
profitto, scoprono la gratitudine, uno degli insegnamenti del M° Deshimaru
che
risponde all'urgenza dell'uomo di oggi di mettere fine ad assurdi conflitti
e a
molti altri suoi mali.

-

Kusen alla sesshin delle Fiandre

Roland Rech

11 novembre 1994

Zazen delle h 20.30

Seguito dello Sho shu gi. Dôgen dice: "E'difficile essere nati essere umani
e
ancor più entrare in contatto con la via del Buddha. Ma grazie al nostro
buon
karma passato, non solo siamo nati esseri umani, ma abbiamo anche potuto
incontrare l'insegnamento del Buddha".

In questo regno della vita e della morte, il samsara, dobbiamo considerare
la
nostra vita presente come la migliore e non dobbiamo sprecare il nostro
prezioso
corpo umano in modo stupido, abbandonandolo al vento dell'impermanenza,
passando
il proprio tempo a inseguire gli oggetti impermanenti. L'impermanenza è ciò
su
cui non ci si può fare affidamento; come dice il Cristo, ad esempio: "Il
figlio
di Dio non ha alcun luogo ove appoggiare il capo". Non si sa quando, nè dove
la
nostra avrà fine. Il nostro corpo è aldilà anche del nostro controllo. La
nostra
vita si trasforma d'istante in istante, trascinata dalle trasformazioni del
tempo. Rapidamente il nostro viso di bambino sparisce, non se ne ha più
traccia,
non si può tornare sui propri passi, non si può tornare indietro nel tempo.
Quando si incontra la morte niente ci serve più a nulla, niente di ciò che
abbiamo accumulato ci sarà di alcun aiuto.

Dôgen aggiunge: "Noi dobbiamo entrarci soli, accompagnati solo dal nostro
buon o
cattivo karma, perchè per lui, la morte è un passaggio, non la fine". Il
karma
continua, ci accompagna. Risvegliarsi a questa realtà dell'impermanenza non
è
affatto diventare malinconici, vuol semplicemente dire svegliarsi dal
proprio
sogno. Allora, si ha voglia di praticare la cosa più importante, di
incontrare
ciò che ci eviterà il rimpianto di dover lasciare questa vita. Così questo
diventa un grande, un potente stimolo. Alla fine della propria vita, il
Maestro
Dôgen insisteva molto sulla causalità e il karma. Consigliava si suoi
discepoli
di evitare di accompagnarsi a persone che erano nell'illusione e che
ignoravano
questa legge del karma e della causalità.

Ne ho spesso parlato durante altre sesshin. Non ci si deve vedere una
fatalità,
o qualcosa di greve, ma al contrario vedere che siamo i creatori della
nostra
vita, che il mondo nel quale viviamo è una nostra creazione, che non c'è il
caso
né cattivi, né demoni cattivi, ma soltanto esseri umani che sono totalmente
responsabili di quel che fanno. Quando seminiamo delle buone cause,
raccogliamo
buoni effetti. Per esempio: quando ci si concentra sulla pratica del gyoji,
zazen, samu, cucitura del rakusu e del kesa, la nostra vita diviene del
tutto
semplice e pura, senza complicazioni. Quando ci si concentra totalmente
sulla
postura di zazen, corpo e mente tornano alla loro condizione originaria,
immediatamente. In quel caso la causalità è più rapida.

A volte, la retribuzione degli atti arriva a tempi lunghi, come quando
seminate
un seme di mela e potrete raccogliere nuove mele, nuovi meli dopo dieci,
vent'anni. Quando le condizioni maturano, il risultato si produce.

Se si osserva la nostra vita in questo modo, allora è possibile cambiare la
propria vita; senza bisogno d'essere fatalisti, rassegnati. Se Buddha
apparve in
questo mondo, è proprio perché è possibile cambiare il karma, non soltanto
il
proprio karma, ma il karma dell'umanità. Se no non si sarebbe dato pena di
insegnare, di praticare per cinquant'anni. Così, credere al karma è una
visione
del tutto ottimista che permette di fare, degli esseri umani, degli essere
veramente liberi. Per questo Dôgen diceva: "E' la prima cosa che si deve
studiare se si vuole entrare nella via".

Anche Kodo Sawaki diceva: "Il fatto di non avere intuizione significa non
credere nella causalità. Invece credere nella causalità è credere nella
possbilità illimitata di cambiamento". E' quel che Bodhidarma spiegava nella
celebre poesia che scrisse quando gli si chiese il senso del suo arrivo in
Cina:

Un fiore s'apre in
cinque petali

questo schiudersi è un
divenire naturale.

Quando un essere umano si concentra solo su zazen, si dimentica
completamente
nella postura di zazen, allora diventa immediatamente simile a Buddha,
realizza
immediatamente la sua natura di Buddha.

(da Yuno Kusen 2)

- Traduzione dal francese di Daniele Martino -

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