Buona sera! oggi è Martedì 22 Settembre 2020 ore 18 : 36 - Visite 750971 -

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SCHEDA ARTICOLO N. «00246»

CLASSIFICAZIONE: 3
TIPOLOGIA: YOGA
AUTORE: SWAMI KRIYANANDA
TITOLO: IL MAESTRO ERA SEMPRE PRESENTE IN MODO INVISIBILE.
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TESTO ARTICOLO

SWAMI KRIYANANDA

IL SENTIERO

Autobiografia di uno yogi occidentale, discepolo di Paramahansa Yogananda

Traduzione di MAURO MERCI

EDIZIONI MEDITERRANEE - ROMA

Cap.: 20

TWENTY-NINE PALMS

Il Maestro commento' una volta in mia presenza i problemi posti dalla
traslitterazione dai caratteri sanscriti ai latini. Stava esaminando con me
alcuni dei suoi scritti a Twenty-Nine Palms, quand'ero ormai con lui da
circa un
anno e capito' ad un tratto questa parola, gyana. "Agli studiosi piace di
scriverla jnana", disse in tono di derisione. "Ma non la si pronuncia
affatto
j-nana. D'altronde come potresti pronunciarla diversamente finche' la trovi
trascritta in questo modo? Ecco un esempio della pedanteria degli studiosi.
Gyana e' la pronuncia corretta. G-y in inglese non la esprime esattamente,
ma
per lo meno e' molto piu' simile alla maniera corretta. "Un'altra
trascrizione
preferita dagli studiosi", continuo' il Maestro, "e' quella che pone la v al
posto della b. Invece di Bibaswat scrivono Vivaswat. Perche' mai? Il modo in
cui
si pronuncia la v in inglese non rende affatto la pronuncia sanscrita. Come
prima b non e' esatto, ma per lo meno assomiglia di piu'".

Fu Sri Yukteswar, che mando' in America Paramahansa Yogananda a diffondere
la
tecnica del Kriya Yoga che, a detta del nostro guru, avrebbe saputo
conferire
una direzione improntata alla saggezza allo sviluppo fino a quel momento
completamente incoerente e potenzialmente pericoloso della moderna civilta'
occidentale. "Nel progetto divino", afferma Yogananda in un'altra occasione,
"Gesu' Cristo era responsabile dell'evoluzione dell'Occidente; Krishna, in
seguito a Babaji, di quella dell'Oriente.

L'intento era che l'Occidente realizzasse il proprio sviluppo, in senso
oggettivo, mediante la logica e la ragione, e che l'Oriente si
specializzasse
invece nello sviluppo interiore e intuitivo. Sul piano cosmico e' venuto
pero'
il momento che queste due tendenze si fondano in una. Oriente e Occidente
devono
unirsi".

Durante una di queste sedute serali di dettatura, il Maestro rivide anche le
lezioni sul Kriya Yoga, operando alcune varianti alla loro forma primitiva;
"non
per modificare la tecnica", spiego', "ma soltanto per renderla piu'
facilmente
comprensibile".

Stavo assorbendo avidamente ogni sua parola. Si capisce: non ero ancora
iniziato
al Kriya Yoga! A un certo punto pero' Yogananda si interruppe bruscamente.
"Dì
un po', Walter!" esclamo'. "Tu non sei stato iniziato al Kriya Yoga! ". "No
signore". Sorridevo soddisfatto. Aveva gia' dettato abbastanza perche'
capissi
la tecnica.

"Beh in tal caso dovro' iniziarti subito". Interrotta la dettatura, il
Maestro
ci disse di sederci con la schiena eretta, nella posizione in cui
meditavamo.

"Ecco io invio la luce divina attraverso il tuo cervello, battezzandoti",
disse, rimanendo seduto dov'era all'altro capo della stanza. Mi sentii
immediatamente benedetto: una corrente divina si irradio' dal Centro
Cristico
per tutto il mio cervello. Il Maestro continuo' a parlare, impartendomi
istruzioni per la pratica di quella tecnica. "

Non praticarla comunque per ora", concluse. "A Natale ti sara' conferita
l'iniziazione formale. Attendi fino ad allora"

Gradualmente, a mano a mano che passavano le settimane, sentivo il mio cuo e
sbocciare come un fiore ai raggi solari dell'amore del Maestro. Mi scoprivo
sempre piu' in grado di apprezzare quale fortuna fosse stare con lui.

Una sera, durante la consueta dettatura, egli spiego' un metodo per
sintonizzare
il proprio essere alle vibrazioni spirituali del proprio guru. "Visualizzate
il
guru", disse "nel punto in mezzo alle sopracciglia, il Centro Cristico.
Questa
e' la "stazione "trasmittente" del corpo umano. Invocatelo intensamente in
quel
punto. Poi cercate di sentirne la risposta nel vostro cuore, la "stazione
ricevente" del corpo, dove la percepirete intuitivamente. Durante tutto il
processo pregate, pregate con ardore: "Conducimi a Dio"".

Altre volte visualizzavo l'immagine rimpicciolita del maestro seduta sulla
sommita' del mio capo. Nell'uno come nell'altro caso, quando meditavo su di
lui,
provavo sovente la sensazione che un'ondata di pace e d'amore scendesse su
di me
inondando l'intero mio essere, accompagnata a volte dalla risposta alle
domande
che avevo posto, o da una comprensione piu' chiara delle qualita' che stavo
cercando di sviluppare o di superare dentro di me.

Bastava talvolta una sola seduta di meditazione sul Maestro perche' mi
trovassi
liberato da un'illusione che mi aveva angustiato per mesi o, forse , per
anni.
In una di tali occasioni, quando dopo la meditazione mi avvicinai al Maestro
inginocchiandomi ai suoi piedi per riceverne la benedizione, egli commento'
con
voce dolcissima: "Bene, bene!".

Di tanto in tanto Yogananda veniva nell'eremo di Twenty-Nine Palms destinato
ai
monaci e la' passeggiava con noi per la proprieta' o sedeva a discorrere.

Talvolta meditava con noi. Ricordo le sue parole dopo una di tali sedute.
"Questo e' il regno dell'Aum. Ascoltate! Non e' sufficiente limitarsi a
udirlo;
dovete immergervi in questo suono. Aum e' la Madre divina". Rimase in
silenzio
per alcuni minuti. "Om Kali, Om Kali, Om Kali. Ascoltate!..." Tacque ancora
come
in attesa. "Oh, meraviglia! Om Kali, Om Kali, Om Kali!"

. In un'altra occasione - stavo dormendo nell'eremo dei monaci ed era notte
fonda - fui svegliato di soprassalto dalla sensazione che nella stanza
aleggiasse una presenza divina. La percezione era vivissima, quasi come Dio
stesso mi si fosse manifestato, benedicendomi. Mi misi a sedere per
immergermi
in meditazione. Così facendo colsi la visione fugace del Maestro che
passeggiava
fuori alla casa alla luce della luna. Pieno di inesprimibile gratitudine,
corsi
fuori e mi chinai ai suoi piedi senza parlare.

Yogananda possedeva il dono stupefacente dell'universalita' nei suoi
affetti.
Ciascuno di noi sentiva di essere, in certo qual modo, l'unico oggetto del
suo
amore. Si trattava pero' al tempo stesso di una relazione completamente
impersonale, nella quale i favori esteriori contavano ben poco. Tale e'
sempre,
come sarei infine giunto a comprendere, l'amore divino. Ero gia' stato in
ashram
dove l'attenzione era tanto polarizzata verso le personalita' umane che, a
pochi
minuti dal proprio arrivo, uno gia' sapeva chi erano i piu' importanti
discepoli, cosa facevano, che cosa ne diceva il guru.

Nei miei primi mesi come monaco SRF, invece, dubito che avrei riconosciuto
piu'
di uno o due nomi nel "Chi e'?" dei discepoli piu' prossimi al Maestro; non
ricevevamo semplicemente alcun incoraggiamento a incuriosirci sul loro
conto.
Accadde così che quando quell'autunno comincio' a circolare la voce che Faye
Wright (ora Daya Mata, terzo presidente della SRF) era caduta gravemente
ammalata, il suo nome, per quanto fosse fra i primi nella lista dei
discepoli
piu' vicini al Maestro, non venne a significare nulla per me. Seppi anzi
della
sua malattia soltanto come spiegazione dell'improvvisa partenza del Maestro
da
Twenty-Nine Palms per Los Angeles.

"La sua morte sarebbe una gravissima perdita per tutti noi", mi disse
Bernard
con voce grave. "Era gia' spacciata", annuncio' Yogananda al suo ritorno da
Los
Angeles. "Guardate un po' come opera il karma. Il dottore era stato chiamato
in
tempo, ma sbaglio' la diagnosi. quando si accorse del suo errore era ormai
troppo tardi. Ella sarebbe certamente morta se Dio non avesse voluto
risparmiare
la sua vita per la prosecuzione dell'opera."

Il Maestro ci consigliava di non preoccuparci di faccende che non ci
riguardassero direttamente. "Rimani costantemente nel Se'", mi esorto'.
"Scendi
soltanto per mangiare qualcosa o scambiare qualche parola, se e' necessario.
Poi
ritirati nuovamente nel Se'".

Non conobbi, ne' tanto meno vidi Daya Mata se non quando ero ormai da quasi
un
anno con il Maestro. Il mio interesse immediato a Twenty-Nine Palms era il
lavoro che avevamo iniziato. Quando avemmo completato lo scavo per la
piscina,
vennero altri monaci ad aiutarci alla costruzione delle armature in legno.
Bernard ci informo' che la gettata del cemento non poteva subire
interruzioni
per evitare le giunture. Facemmo a mano tutto il lavoro, miscelando e
gettando
con l'aiuto di una piccola betoniera. Io spalavo la sabbia, un altro
aggiungeva
la ghiaia, altri ancora portavano il cemento con le carriuole fino ai punti
di
gettata. Lavorammo per ventitre' ore fermandoci soltanto occasionalmente per
ristorarci con panini e bevande calde. Non smettemmo pero' un momento,
durante
tutto il lavoro, di innalzare canti a Dio e le ore trascorsero in letizia.

Quando tutto fu finito la nostra energia era maggiore che all'inizio di
quella
lunga giornata e tutti sorridevamo felici. Tutti, cioe', tranne uno. Questi,
dopo un'ora o due passate a lavorare di malavoglia, aveva brontolato: "Non
sono
venuto qui per spalare cemento!", e sedutosi, era restato a guardarci per
tutto
il rimanente del giorno, ricordandoci di tanto in tanto che tutto cio' non
aveva
nulla a che fare con il cammino verso la perfezione spirituale. Fu lui
l'unico a
sentirsi esausto alla fine di quella lunga giornata. Interessante, no?

Mesi dopo, in una conversazione con il maestro, trovandoci in argomento, si
parlo' della malavoglia di quel discepolo. "Mi disse", osservai, "di non
poter
obbedirvi senza riserve, perche' sente di dovere sviluppare liberamente la
sua
volonta'".

"Ma la sua volonta' non e' libera", replico' meravigliato il Maestro. "Come
potrebbe esserlo finche' e' vincolata da capricci e desideri? Io non chiedo
a
nessuno di seguirmi, ma chi l'ha fatto ha trovato la vera liberta'".

"Sorella", continuo', usando il nome con il quale si riferiva sempre a
sorella
Gyanamata, l'anziana discepola che avevo incontrato durante la mia prima
visita
a Encinitas, "era solita correre qua e la' tutto il santo giorno per
eseguire i
miei ordini. Una volta alcuni degli altri discepoli gli dissero: "Ma perche'
fai
sempre quello che lui ti dice di fare? Tu hai la tua volonta'!". E lei
rispose:
"Certo. Ma non pensate che ormai sia troppo tardi per cambiare? E poi devo
dire
che non sono mai stata così felice in vita mia come lo sono da quando sono
qui".

Il maestro se ne uscì in un risolino. "Non la importunarono piu'!".

Anch'io, nel mio piccolo, potevo gia' sottoscrivere la risposta di sorella
Gyanamata, a quei discepoli recalcitranti. Piu' infatti armonizzavo la mia
volonta' con quella del mio guru e piu' mi sentivo felice.

"La mia volonta'", egli diceva spesso, "non e' altro che la volonta' di
Dio". E
la prova della verita' di questa affermazione era nel fatto che, tanto piu'
perfettamente seguivamo la sua volonta', tanto piu' ci sentivamo liberi in
Dio.
Con l'avvicinarsi del Natale, il mio cuore comincio' a cantare per una
felicita'
che mai prima d'allora avrei sognato possibile. Natale era una festa
importante
a Mount Washington, la piu' sacra in tutto l'arco dell'anno.

Il Maestro l'aveva divisa in due aspetti fondamentali: il "Natale
spirituale"
che celebravamo alla vigilia e il "Natale sociale" che si festeggiava il
giorno
seguente con il tradizionale scambio di doni e un banchetto. (In seguito
Yogananda avrebbe acconsentito ad anticipare la celebrazione del "Natale
spirituale" nel giorno ventitre', per evitare che i discepoli che
preparavano le
portate per il festoso pranzo del giorno di Natale dovessero restare alzati
tutta la notte.

Il 24 dicembre ci radunammo nella cappella alle dieci del mattino per una
seduta di meditazione che sarebbe durata tutto il giorno al fine di invitare
il
Cristo infinito a nascere di nuovo nelle "mangiatoie" dei nostri cuori. Non
so
quanti di noi si accostarono a quella prima esperienza di una meditazione
tanto
prolungata senza una certa trepidazione. Pochi, suppongo, e fra di loro non
certo io.

Prendemmo posto nella cappella, il Maestro seduto contro la parete di fondo
in
modo da vederci tutti in viso. Le porte furono chiuse. Da quel momento in
avanti, salvo che per una breve pausa intermedia, nessuno avrebbe potuto
entrare
o uscire dal locale se non in casi di emergenza. Cominciammo con l'innalzare
una
preghiera a Gesu' Cristo e agli altri maestri per ottenere la loro
benedizione
in quella santa occasione; poi, per quindici o venti minuti, cantammo in
coro. I
"canti cosmici" di Paramahansa Yogananda consistono semplicemente in brev= i
frasi che vengono ripetute ininterrottamente piu' volte con concentrazione e
devozione sempre piu' intense.

Mi ci era voluto del tempo, abituato com'ero dall'infanzia alle finezze
della
musica classica occidentale, per adattare completamente il mio orecchio a
questa
forma, piuttosto dura e rudimentale, di espressione musicale, ma ero giunto
ormai ad amare quei canti che trovavo bellissimi nella loro estrema
semplicita'
e dotati di una forza ben di rado raggiunta dalla musica da me udita fino ad
allora. Erano infatti canti "spiritualizzati", nei quali il Maestro aveva
infuso
misteriosi poteri di benedizione cantandoli uno per uno fino a suscitare un=
a
risposta divina. Come gli edifici e i luoghi emanavano vibrazioni in
sintonia
con lo stato d i coscienza di chi li frequenta, così anche la musica
comunica
vibrazioni che vanno oltre quella del suono in se' e per se'. Quando i canti
sono stati spiritualizzati, particolarmente dai grandi santi, possiedono il
potere di ispirare chiunque li intoni.

Uno degli inni che cantammo quel giorno era ad esempio: "O Cristo del colore
delle nubi, vieni! O Cristo, mio Cristo, Gesu' Cristo, vieni!". Lo trovavo
provvisto di una meravigliosa efficacia nell'aiutarmi a immergermi sempre
piu'
profondamente nella meditazione. Periodi di canti venivano alternati a
periodi
sempre piu' lunghi di meditazione. Di tanto in tanto il Maestro ci invitava
ad
alzarci durante i cori per alleviare l'eventuale tensione fisica e ci
invitava
ad accompagnare alcuni dei canti piu' ritmati con il battito delle mani.

Un paio di volte chiese a Jane Brush di suonare all'organo brani
devozionali. A
un certo punto del pomeriggio Yogananda ebbe una visione della Madre divina
e,
senza uscire dall'estasi, ne trasmise i desideri a molti dei presenti.

Ad alcuni disse di donarsi a Dio senza riserve, ad altri comunico' che la
Madre
divina li aveva fatti oggetto di una particolare benedizione. Parlo' poi
direttamente con Lei, a voce tanto alta che tutti potemmo udire una parte di
quella unione beatifica. "Oh, sei tanto splendida!" ripete' piu' e piu'
volte.
"Non andartene!" grido' alla fine. "Dici che i desideri terreni di costoro
ti
stanno schacciando? Torna, ti prego! Non andare via!".

La meditazione fu tanto profonda quel giorno che si omise anche l'abituale
intervallo intermedio di dieci minuti. L'apprensione che avevo provato
all'inizio si rivelo' illusoria. "All'anima piace meditare", ci disse il
maestro. "E' l'ego, con il suo attaccamento alla coscienza corporale, che
oppone
resistenza all'ingresso nell'immensita' interiore".

Il giorno di Natale ci scambiammo regali secondo la tradizione. Assieme a un
regalo molto piu' serio donai al Maestro anche un giocattolo con un
meccanismo a
sorpresa, per ricordargli l'esibizione con le pistole giocattolo che aveva
inscenato per me a Twenty-Nine Palms. Ricevetti in cambio da lui una penna a
quattro colori. "Scrivici tanti split infinitives, mi raccomando!" mi
auguro'
sorridendo.

L'evento principale della giornata fu il banchetto pomeridiano, al quale
presenzio' il Maestro. Aiutai a servire in tavola il riso al curry con le
verdure. Dopo il pasto il Maestro ci indirizzo' un discorso. Parlava con
voce
tanto dolce e incantevole che mi sembrava di essere in paradiso. Non avevo
mai
pensato che qui, in questa nostra terra prosaica, fosse possibile
un'ispirazione
tanto divina. Il giorno seguente il Maestro impartì l'iniziazione al Kriya
Yoga,
in primo luogo, ma non esclusivamente, ai monaci che avevano pronunciato i
voti.
Mentre mi avvicinavo a lui per riceverne la benedizione, innalzai
mentalmente
una preghiera perche' mi concedesse il suo aiuto ad accrescere il mio amore
divino.

Dopo che egli mi ebbe sfiorato sul Centro Cristico, aprii gli occhi per
scoprire
che mi stava sorridendo con beatitudine. Verso la fine della cerimonia
dell'iniziazione il Maestro pronuncio' ques e parole:

"Legioni di angeli sono passate oggi per questa stanza". E continuo' con
l'inebriante promessa: "Alcuni dei presenti diverranno siddhas, molti jivan
muktas" . Alla vigilia del nuovo anno ci raccogliemmo, ancora sotto la guida
del
Maestro, nella cappella per una meditazione di mezzanotte. A un certo punto
della nottata egli percosse dolcemente un grande gong, aumentando e
diminuendo
poi gradualmente il volume del suono fino a creare un effetto come di onde.
"Immaginate che questo suono sia quello dell'Aum", ci disse, "che si propaga
sempre piu' nell'infinito".

Nello stesso istante, a Encinitas, a centosessanta chilometri di distanza,
un
altro gruppo di discepoli era immerso in meditazione nella sala principale
dell'eremo e anch'essi udirono il suono del gong che il Maestro stava
percuotendo. Uno di quei monaci mi confesso' piu' tardi: "Era come se
qualcuno
stesse percuotendolo appena fuori dalla stanza, nel corridoio". La
meditazione
che seguì, a Mount Washington, fu avvincente.

Giunse la mezzanotte e d'improvviso ondate di rumore provennero dalla citta'
sottostante e, tutt'intorno, dal vicinato: sirene di fabbriche, clacson di
automobili, grida. Innumerevoli persone in festa stavano dando il benvenuto
al
nuovo anno. Una porta del vicinato si aperse e una voce strillo'
disperatamente
nella notte. "Buon Anno!". Come ci parvero patetici questi rumori festivi,
paragonati alla gioia che le nostre anime stavano sperimentando nella
piccola
cappella!

Che fortuna, pensai, che ineffabile felicita' essere in questo luogo santo,
ai
piedi del mio guru divino! Pregai perche' il nuovo anno mi arrecasse una
consapevolezza sempre piu' profonda dell'amore di Dio. Note: (A "Nota di
Mimmo
De Blasi") Ho personalmente sentito raccontare da Swamiji questo episodio,
con
l'aggiunta di cio' che lui fece nel periodo che trascorse tra l'iniziazione
ricevuta a Twenty nine palms ed il natale successivo (quando ricevette
"l'iniziazione formale").

Swamiji racconta che, conoscendo oramai la tecnica ed avendone ricevuta
delle
istruzioni riguardanti la durata di ogni singolo prananayama (oltre ad una
iniziazione, sebbene non "formale"), penso':

"Siccome il singolo pranayamma deve avere una durata di circa x, di certo
non
andro' contro le istruzioni di Guruji se lo pratico eseguendolo in un tempo
minore: non puo' certo considerarsi Kriya yoga". Cerco', insomma, di usare
un
"escamotage" per impratichirsi con la tecnicae, nello stesso tempo, non
contravvenire alle istruzioni ricevute da Guruji". Ovviamente, non disse
nulla
di cio' a nessuno e, tanto meno, a Guruji .

Quando arrivo' il Natale successivo e, durante la ceriminia di iniziazione ,
venne il suo momento di recarsi a ricevere la benedizione di Guruji,
quest'ultimo(dopo avergliela conferita), sorridendogli gli disse:

"Walter, su ogni pranayama..., falli un po' piu' lunghi, per favore".

Solo un Guru che vive pienamente nella coscienza di ogni discepolo puo' fa
re
tanto. Guruji e' sempre consapevolmente cosciente di ogni singolo pensiero e
presente ad ogni evento od azione di ogni suo discepolo: non e' necessaria
la
sua presenza fisica. Ne segue amorevolmente i passi, e la sua coscienza e'
accessibile anche a noi, che non viviamo alla sua presenza fisica: sta' a
noi
"conquistarla" nella meditazione. Om e' la trascrizione comune di Aum.

Lo ha scritto in questa forma per renderne meglio il suono quando viene
salmodiato. Da un punto di vista tecnico Aum e' la trascrizione piu'
corretta,
dove le tre lettere indicano le tre distinti vibrazioni della manifestazione
cosmica: creazione, conservazione, distruzione. Per quanto riguarda la
pronuncia
la trascrizione e' invece fuorviante, perche' la "a" non si pronuncia lunga
come
in "car" (automobile, in inglese), ma breve. Il dittongo che ne risulta
assume
quindi un suono simile a quello della lettera "o" nella lingua inglese.
Nella
mitologia indu' le tre vibrazioni della manifestazione cosmica sono
raffigurate
con Brahma, Vishnu e Shiva. Aum e' la vibrazione mediante la quale lo
Spirito
supremo porta tutte le cose a manifestarsi. E' lo Spirito santo della
Trinita'
cristiana. (4) Si dice jivan mukta chi ha superato ogni illusione, ma ancora
deve purgarsi del karma passato. Un siddha, invece, si e' mondato anche di
ogni
traccia del suo karma passato.

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Manina indica Giù Spaziatore Manina indica Giù
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