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SCHEDA ARTICOLO N. «00290»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: AJAHN AMARO
TITOLO: VACUITA' E PURA CONSAPEVOLEZZA
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TESTO ARTICOLO

Tratto dalla Rivista "Dharmna" - n° 5

> - Vacuità e pura consapevolezza -
>
> (di Ajahn Amaro)
>
> Comprender la vacuità è realizzarla. Questa è l'esperienza proposta in
> questo articolo che viene dalla tradizione theravada tratto dal n. 30 del
> Forest Sangha Newsletter, pubblicato nell'ottobre 1984.
>
> 1. Tutti siamo messi di fronte alla realtà inevitabile
> dell'insoddisfazione
> e del disagio fisico, compreso il Buddha. Poiché siamo nati, il dolore e
> la
> malattia sono pericoli sempre in agguato. In conseguenza della nascita
> fisica c'è il decadimento fisico: non può esserci l'una senza l'altro.
> Quindi l'unico, vero nostro rifugio è il Senza morte, ciò che non è
> soggetto
> a malattia, corruzione, tempo o limitazioni, ciò che è senza sostegno.
> Ritornare alla nostra origine, il Senza morte, è l'unico modo per sanare
> la
> malattia, l'unico modo per superarla.
>
> Ritornare alla Sorgente, realizzare il Senza morte, significa arrivare a
> riconoscere la fonte, l'origine della vita, ed è questo che ha esercitato
> la
> sua forza d'attrazione su di noi per tutta la nostra esistenza:
> l'attrazione
> della Verità, del Reale, di ciò che è totalmente soddisfacente, totalmente
> sicuro.
>
> Da bambini agivamo a livello istintivo, per cui l'attrazione spirituale si
> focalizzava, o sublimava, nel cibo, nell'affetto e nei giocattoli. Siamo
> sempre stati spinti dalla motivazione spirituale, che però ha imboccato le
> vie laterali della ricerca della sicurezza materiale o della felicità
> basata
> sui rapporti. Purtroppo tali ricerche non sono risolutive perché, essendo
> impermanenti, non possono darci sicurezza vera. Inoltre, il cuore sa di
> non
> aver percorso tutta la strada, come se stessimo facendo un lungo viaggio
> e,
> durante una deviazione, fossimo stati catturati da qualcosa di
> interessante
> incontrato per via. Ma solo arrivati a destinazione possiamo esclamare:
>
> "Adesso siamo a casa, adesso siamo al sicuro". Invece, finché ci
> attardiamo
> nelle deviazioni, il cuore continua a dire: "C'è ancora strada da fare"
> oppure: "Questo è molto bello, ma manca qualcosa. Non è qualcosa di
> definitivamente giusto, definitivamente vero, definitivamente definitivo".
>
> 2. L'attrazione per la verità è il fondamento. L'attrazione per la realtà,
> per il tessuto che forma ogni essere è la legge che regola l'universo. Se
> ci
> armonizziamo con questa attrazione comprendendone il carattere spirituale,
> se abbiamo fatto nostra l'idea che la vita è in tutto e per tutto un
> evento
> spirituale, il compito diventa molto più facile e il raggiungimento della
> Meta inevitabile. La tendenza a perderci nelle vie traverse si allenta e,
> conoscendone la vera natura, sentiamo il richiamo della Meta che ci
> incoraggia e ci spinge a proseguire.
>
> Davanti a espressioni come il Senza morte, l'Assoluto, la Meta o l'Altra
> Sponda, la mente cerca di afferrarle senza riuscirvi. Lo stesso per il
> Nibbana descritto, in termini privi di drammaticità o emotività, come
> 'raffreddarsi', 'raffreddamento'. Lo stesso per la comprensione della
> Verità
> assoluta come 'vacuità', termine che vuole indicare la realizzazione di
> una
> mente pura e non concettuale.
>
> Questa terminologia non significa che dietro ci sia un 'niente', ma che,
> se
> la mente concettuale vuole afferrare la verità ultima, che non può
> assumere
> forme o modelli, scopre che non si tratta di una 'cosa'. È come avere
> davanti un libro scritto in cinese senza conoscere il cinese.
> Probabilmente
> il libro è ricco di splendidi insegnamenti e eccelse verità, ma non
> potendolo leggere resta privo di significato. Lo stesso avviene per la
> mente
> concettuale che tenti di afferrare la Verità ultima, la natura divina. La
> mente concettuale si interroga in termini di: "Che cos'è?", "Come
> descriverlo?", "Dove si trova?", "Io sono quello?", "Quello non sono io?",
> brancolando in cerca di appigli ma mancando ogni volta la presa, come il
> tentativo di leggere il libro scritto in cinese sapendo solo l'inglese.
>
> L'esperienza della Verità ultima si può descrivere come 'vuoto' perché,
> per
> la mente concettuale, è priva di forma. Ma per la mente non concettuale,
> per
> la mente di saggezza, la realizzazione della Verità equivale alla verità
> che
> conosce se stessa. Se non c'è identificazione, se non c'è nessun senso
> dell'io, la mente è calma e pura, semplicemente consapevole della propria
> natura. È il Dhamma consapevole della propria natura. Nasce la
> comprensione
> che tutto è Dhamma, ma, trattandosi di una comprensione non verbale e non
> concettuale, la mente concettuale lo chiama 'vuoto'. A se stessa, invece,
> la
> vera natura è evidente e chiara. Corrisponde alla sorgente della vita, al
> fondamento della realtà.
>
> 3. Il nostro mondo, fatto di persone e di cose, di tante azioni diverse, è
> chiamato il mondo della manifestazione , il mondo sensoriale o
> condizionato.
> Il Buddha insegnò in termini di relazione tra incondizionato e
> condizionato,
> tra assoluto e relativo, tra verità convenzionale (samutti sacca) e verità
> assoluta (paramattha sacca). Gran parte della pratica buddhista riguarda
> la
> comprensione del rapporto tra questi due aspetti di ciò che è.
>
> Con la comprensione dell'incondizionato vediamo chiaramente che tutto ciò
> che ne sgorga in termini di condizionato è bello e armonioso, e tutto ciò
> che è bello e armonioso aiuta a ricondurre la mente all'Increato. Atti
> religiosi, insegnamenti, opere d'arte sono forme pure e armoniose che
> riportano la mente al silenzio, alla pace, alla purezza che sta dietro le
> cose. Anche nei nostri canti, benché i suoni siano piacevoli, l'importanza
> è
> data dal fatto che conducono la mente alla percezione del silenzio della
> Verità ultima che si stende oltre il suono e lo permea. Ecco il motivo per
> cui determinate composizioni musicali o opere d'arte fermano la mente,
> colmano il cuore di calore e di luce, di un senso di beatitudine e
> bellezza.
> È un'esperienza religiosa. L'esperienza che l'arte vera comunica è infatti
> essenzialmente religiosa, e questo è il suo scopo.
>
> Lo stesso accade nei rapporti. Se cerchiamo soddisfazione in un rapporto
> basato soltanto sullo strato esterno della personalità, non faremo che
> dare
> sfogo al nostro egoismo proiettando sull'altro il desiderio che sia in un
> certo modo o che si comporti in un certo modo per renderci felici. Ciò non
> avviene soltanto nell'ambito dei rapporti di coppia ma anche nella vita
> monastica, soprattutto all'interno del rapporto maestro-discepolo. Se
> abbiamo idee molte precise su come debba essere un maestro (come
> dev'essere,
> che cosa deve dire, che cosa deve e non deve fare), si incorre in una
> netta
> divisione tra 'lui' e 'me'. Il risultato è sentirci soddisfatti e
> compiaciuti di essere in rapporto con una tale persona finché ci dice ciò
> che ci piace sentire e ci loda, provando invece irritazione e scontento,
> un
> senso di rabbia e di ferita, se non si comporta come vorremmo o non
> corrisponde all'immagine che ce ne siamo fatti. Una forte devozione e una
> posizione fortemente emotiva conducono con facilità a sentimenti violenti
> e
> distruttivi altrettanto forti.
>
> Nella mitologia greca, Afrodite e Ares sono una coppia, anche se la prima
> è
> la dea dell'amore e il secondo è il dio della guerra. È una metafora
> eloquente del funzionamento umano in cui, in mancanza di discernimento, la
> passione si trasforma facilmente da attrazione in avversione. Sembra che
> il
> novanta per cento degli omicidi abbia un'impronta sessuale: statistica
> decisamente sorprendente. Ma possiamo renderci conto di quanto, se
> nutriamo
> forti aspettative o forte emozionalità a livello di personalità
> individuale,
> siamo condannati alla delusione. Per questo la soddisfazione vera viene
> soltanto dalla visione di ciò che sta oltre la personalità, oltre il senso
> dell'io e del mio.
>
> 4. Potremmo dire che la devozione per un insegnante o un guru, e l'amore
> tra
> due persone, siano esperienze religiose. Le pratiche devozionali suscitano
> un sentimento di amore, e in questo amore perdiamo la nostra identità,
> perdiamo il senso di un io. Anche in un rapporto affettivo dimentichiamo
> noi
> stessi e siamo completamente assorbiti nell'altro. L''altro' diventa
> preponderante, e il senso dell' 'io' scompare. Lo stato di grazia
> dell'innamoramento riveste un carattere religioso: non c'è più io, c'è in
> apparenza perfetta felicità.
>
> Ma è una felicità condizionata che dipende dalla presenza dell'altro,
> dalla
> costanza del suo interesse per noi, e così via. Nel momento del contatto
> d'amore, quando il senso dell'io svanisce, c'è beatitudine. In 'Via col
> vento', il momento del bacio tra Rossella O'Hara e Rhet Butler è molto
> interessante. Viene descritto più o meno con queste parole:
>
> "Sapeva solo che era tutto svanito. Il mondo non c'era più, non c'era più
> né
> lui né lei, restava soltanto un'immensa felicità e un rombo nelle
> orecchie."
>
> Descrizione abbastanza comune delle esperienze mistiche! Di qui si
> comprende come, a livello di rapporto tra persone, la totale scomparsa del
> senso dell'io conduce, almeno per quei pochi attimi, all'unità e
> all'appagamento, alla perfezione.
>
> Il cammino religioso è vivere la possibilità di realizzare la perfetta
> felicità, la pienezza dell'essere, facendone una realtà sempre presente e
> incondizionata, indipendente cioè dalla presenza del maestro o della
> persona
> amata, indipendente da una parola gentile, dalla salute o da qualunque
> altra
> cosa. È uno stato trovato nella consapevolezza, nella saggezza e nella
> purità di cuore. Non è un'esperienza estatica, dipendente da droghe o
> dall'innamoramento, da un brano musicale o un'opera d'arte. Quando questa
> esperienza viene trovata nelle qualità spirituali ed è indipendente dai
> sensi, sperimentiamo l'incrollabilità. Altrimenti, anche se esiste un
> totale
> ma momentaneo trasporto, l'esperienza porta inevitabilmente con sé la
> propria ombra:
>
> "Non può durare. Adesso è splendido ma il concerto finirà, dovrò tornare a
> casa, dovrò cenare, dovrò lavorare...dovrò fare qualcosa".
>
> Per questo è un sentiero difficile. Fondare la felicità incrollabile
> significa essere pronti a lasciare da parte tutte le felicità
> 'secondarie'.
> Significa uscire dalla vecchia pelle come il serpente che abbandona la
> vecchia livrea. Significa essere continuamente pronti a lasciarci alle
> spalle il vecchio, non restare attaccati alla vecchia pelle, alla vecchia
> identità, ai nostri vecchi successi e ai nostri vecchi attaccamenti.
>
> 5. Quando un serpente si spoglia della vecchia pelle attraversa un momento
> di fragilità, di vulnerabilità. La pelle nuova è ancora tenera, delicata.
> Ha
> bisogno di tempo per irrobustirsi. La stessa cosa accade nello sviluppo
> spirituale: quando ci lasciamo qualcosa alle spalle, quando lasciamo
> andare
> qualcosa, c'è dapprima un senso di sollievo ("Finalmente me ne sono
> liberato!"), ma quello stesso abbandono del senso dell'io ci lascia con un
> senso di vulnerabilità, di completa apertura alla vita così com'è.
>
> Diventiamo aperti e sensibili all'infinita natura della vita,
> all'universo,
> a tutto ciò che accade. Allora può nascere paura, esitazione. "Come vorrei
> ritornare nella mia vecchia pelle. Incominciava a starmi stretta, cadeva a
> pezzi, ma mi dava un po' di riparo e protezione". Ma il cuore ci dice che
> è
> impossibile. Non possiamo più entrare nei vestiti che ci andavano bene a
> cinque anni. Forse qualcosa potrebbe andarci ancora bene (una sciarpa, una
> catenina...), ma vediamo l'impossibilità di continuare a trascinarci
> dietro
> la vecchia identità, i nostri amori e attaccamenti, i vecchi problemi, le
> vecchie sfide e i vecchi dolori.
>
> Lasciare le cose che amiamo è difficile, ma scopriamo che è ancora più
> difficile lasciare le cose che ci fanno soffrire. Un saggio maestro
> diceva:
> "Agli uomini potete togliere tutto ma non il loro dolore. Ci resteranno
> attaccati fino alla morte".
>
> Alla fine comprendiamo che dobbiamo lasciar andare tutto. Non importa
> quanto
> abbiamo ragione a desiderare qualcosa, a rimpiangere qualcosa, a soffrire
> per qualcosa...dobbiamo lasciarci tutto alle spalle, non possiamo
> indossarlo
> di nuovo. Crescendo, impariamo che la cosa migliore, l'unico modo vero, è
> vivere la vulnerabilità, l'apertura a ciò che non conosciamo. L'ignoto fa
> paura. Quando non sappiamo, quando la mente concettuale non riesce ad
> afferrare un'esperienza, quando non riesce a descrivere, denominare o
> classificare ciò che avviene, c'è paura, perché c'è l'io.
>
> L'ignoto spaventa finché l'io perdura. Ma se ci apriamo all'ignoto
> abbandonando l'io, la paura si trasforma nel mistero, colmo di meraviglia.
> La mente vive un'esperienza di meraviglia, non di terrore. Questa è la
> trasformazione che libera, e questo è il nostro sentiero.
>
> -
>
> (Trad. dall'inglese di Gianpaolo Fiorentini)
>
> Ajahn Amaro (Jeremy Horner), inglese, monaco theravada della tradizione
> della foresta, è stato uno dei primi discepoli occidentali di Ajahn Chah
> in
> Thailandia, alla fine degli anni '70. In seguito soggiornò al monastero
> Amaravati, in Inghilterra, con Ajahn Sumedho, per poi divenire abate del
> monastero Aruna Ratanagini ad Harnham, in Scozia. Da qualche anno è abate
> del monastero Abhayagiri, in California.

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