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SCHEDA ARTICOLO N. «00531»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: VENERABILE AJAHN MUNINDO
TITOLO: RIFLESSIONI SUI VERSI DEL DHAMMAPADA
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TESTO ARTICOLO

Riflessioni sui versi del Dhammapada

- Scrive il Monastero Santacittarama http://santacittarama.altervista.org/ :
(c) Associazione Santacittarama, 2008. Ringraziamenti a Chandra per le
traduzioni.

- Riflessioni per il giorno della luna piena, 10 gennaio 2009 -

Lascia cadere il passato.
Lascia cadere il futuro.
Lascia cadere il presente.
Con cuore libero
raggiungi l'altra sponda
al di là della sofferenza.

- Dhammapada strofa 348 -

L'essenza di questo insegnamento è che c'è un luogo al di là della
sofferenza. La sofferenza non è un assoluto: ha delle cause e noi
possiamo esserne liberi. E' in questa possibilità che poniamo la
nostra fiducia.

Ma per raggiungere tale luogo dobbiamo lasciare le
nostre abituali posizioni. Ci sentiamo a nostro agio nelle idee che ci
facciamo del futuro; ci sentiamo comodi nei ricordi del passato; e
tendiamo a perderci nelle esperienze che viviamo qui e ora. E anche
quando non siamo in realtà a nostro agio, sono comunque stati che ci
sono diventati familiari e siamo riluttanti a lasciarli. Il Buddha in
questa occasione insegnava a un acrobata innamorato pazzo. Incontrava
un essere umano nel luogo della sua sofferenza e gli indicava una via
d'uscita.

Non applicava meccanicamente una tecnica. Piuttosto,
istruendo abilmente l'artista a lasciar andare quello a cui si
aggrappava, gli mostrava la causa della sua sofferenza e come poteva
cambiare.

Talvolta, quando ascoltiamo l'istruzione di lasciar andare
ci può sembrare che ci venga richiesto di liberarci di qualcosa, o che
sia un errore essere come siamo. Ma non era e non è questa la via del
Buddha. Se rivolgiamo l'attenzione all'interno e osserviamo quel che
facciamo, scopriamo che ci sono altri modi di relazionarci
all'esperienza.

Forse è più accurato dire che se siamo consapevoli di
quel che facciamo, il lasciar andare accade. Sembra che l'acrobata
seguisse l'istruzione del Buddha e istantaneamente arrivasse al luogo
della libertà ultima lì per lì, in cima alla sua pertica di bambù dopo
aver fatto sette salti mortali.

° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° °

- Riflessioni per il giorno della luna nuova, 26 dicembre 08 -

Se compi un'azione salutare falla di nuovo.
Gioisci nel ricordarla.
Il frutto della bontà è la contentezza.

- Dhammapada 118 -

Ora che il 2008 sta per concludersi, come possiamo valorizzare la bontà che
abbiamo generato durante l'anno?

L'incoraggiamento contenuto in questa strofa del Dhamma è di riportare al
cuore e alla mente il ricordo delle azioni salutari compiute col corpo, la
parola o la mente e di dimorare nel senso di contentezza che da quel ricordo
sorge naturalmente.

Qualcuno inizierà a preoccuparsi che riflettendo in questo modo rischiamo di
insuperbirci e di compiacerci troppo. Altri hanno forse una cosi' radicata
abitudine di concentrarsi sugli errori e sulle manchevolezze che non
riescono a vedere la bontà.

Qualsiasi resistenza a quanto il Maestro invita qui a fare va compresa come
proveniente da quella parte di noi che non vede con chiarezza. La
personalità confusa reagisce indulgendo o negando, a seconda del
condizionamento.

Tuttavia, con la "consapevolezza capace di discernere la verità" possiamo
osservare che è solo un ego, un io, superficiale che resta intrappolato in
tale tristezza.

Il fatto che siamo in grado di osservare le nostre tendenze abituali
dimostra che siamo molto di più di questre tendenze.

Chi o cosa osserva?

E' il nostro rifugio, la consapevolezza, la via d'uscita dalla sofferenza.
Proprio con questa consapevolezza possiamo liberamente dimorare nella gioia
di ricordare la bontà senza la paura dell'inflazione.

E che sollievo scoprire che possiamo fare degli errori e semplicemente
imparare da essi invece di farne un dramma. Il saggio ricordare serve a
dirigere le nostre azioni in modo da creare profondi sentieri di bontà nel
cuore e nella mente.

Quel che veramente desideriamo è di vivere in modo saggio, diventando il più
sincero desiderio del nostro cuore. Proprio come dicono i nostri canti: il
Dhamma è ehipassiko, intrinsecamente invitante e attraente, e opanayiko, fa
procedere.

Che tutti noi si possa sempre più tendere a una vibrante contentezza.

° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° °

- Riflessioni per il giorno della luna piena, 12 dicembre 08 -

Svariati sono i luoghi dove gli esseri
cercano di sfuggire alla paura:
montagne, boschi
parchi e giardini
e luoghi sacri.
Ma nessuno di questi
offre vero rifugio
nessuno ci libera dalla paura.

- Dhammapada, 188-189 -

Forse abbiamo già riflettuto su questi versi, ma in questo momento
sono in viaggio, lontano dal monastero, e non posso verificarlo.

L'argomento è in ogni caso qualcosa a cui vale la pena di tornare
ripetutamente: quando abbiamo paura, dove ci rivolgiamo? Per quanto a
lungo abbiamo praticato, è difficile incontrare la paura senza farsi
l'idea che qualcosa stia andando male. Con questa percezione,
facilmente cadiamo nel giudicare, noi stessi e gli altri, nel
tentativo di scappare dalla sofferenza.

Sembra che gli esseri abbiano sempre agito così.

Il Buddha in questa strofa afferma che fuggire per
entrare in comunione con la natura non è un modo per liberare se
stessi.

Anche i luoghi sacri in questo caso non funzionano, se siamo
motivati dal desiderio di scappare. Ricordare il nostro rifugio nel
Dhamma, anziché seguire l'impulso a 'lottare o scappare', può far
nascere l'interesse a comprendere la paura, imparando il modo in cui
incontrare la paura.

Con questa nuova motivazione, possiamo lasciar
andare l'idea che qualcosa stia andando male; scopriamo di poter fare
esperienza della sensazione di paura senza 'diventare' spaventati; la
paura resta paura, ma viene percepita da una consapevolezza espansa,
meno limitata e minacciata; possiamo cominciare a vedere che anche la
paura è 'solo così'.

L'interesse per la realtà è fondamentale; un
riconoscimento non-giudicante, completo, sia corporeo che mentale,
della condizione di paura che è sorta in noi, qui e ora, può
trasformare la nostra sofferenza in libertà. L'impegno a incontrare
noi stessi lì dove siamo è la via; l'interesse per la realtà è il
nostro vero rifugio.

° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° °

- Riflessioni per il giorno della luna nuova, 27 Nov 2008 -

"Mi hanno insultato, maltrattato,
mi hanno offeso, derubato":
impigliati in tali pensieri
ravviviamo il fuoco dell'odio.

- Dhammapada, 3 -

Se ci liberiamo del tutto
da pensieri che insinuano:
"Mi hanno insultato, maltrattato,
mi hanno offeso, derubato",
l'odio è spento.

- Dhammapada, 4 -

Nessuno vuole soffrire. Ma se siamo stati feriti, come facciamo, dalla
prospettiva della pratica, a lasciar andare e proseguire? Tutti nella
vita soffriamo per svariate forme d'ingiustizia. Chi è fortunato ha
sofferto solo un poco, e magari nemmeno se ne ricorda. Ma per molti il
dolore è profondo, brucia e certe volte dura per anni.

Gli insegnamenti del Dhamma a questo riguardo non mettono l'accento sul
dolore che ci è stato causato, né sull'ingiustizia delle azioni degli
altri, ma direttamente sulla nostra relazione col dolore; su come
reagiamo:

"Se ci attacchiamo immediatamente a pensieri di
risentimento." Magari ci sentiamo perfettamente giustificati
nell'aggrapparci alla nostra indignazione. Ma questo mette fine alla
sofferenza? Potremmo pensare: "Ma se lascio andare il risentimento,
loro la faranno franca."

Dal punto di vista della personalità questo
pensiero è comprensibile, ma resta il fatto che "impigliati in tali
pensieri, ravviviamo il fuoco dell'odio." Finché siamo posseduti
dall'odio, la nostra intelligenza è compromessa. Un'azione in risposta
alla ferita può anche essere richiesta, ma se il nostro cuore non è
libero dall'odio, non siamo nella condizione di capire quale sia la
retta azione da scegliere.

E' inevitabile che se agiamo partendo dal
risentimento, creeremo ulteriore sofferenza. Invece di questa
reazione, quel che il Buddha raccomanda è: "se ci liberiamo del tutto
da tali pensieri..l'odio è spento."

Ci vuole una buona dose di forza e
probabilmente un sacco di pazienza e di determinazione. E dobbiamo
continuare a riflettere sul perché lasciamo andare. Lasciar andare con
comprensione è molto diverso da lasciar andare perché qualcuno ci ha
detto che si dovrebbe fare così.

Non è di aiuto giudicare una persona
perché lotta contro quello che le è successo e dirle che dovrebbe
lasciar andare e passare oltre. Ma invece è un grande regalo dare con
assennatezza un riscontro a un amico (o a noi stessi) riguardo a
quello che fa, nel momento in cui lo sta facendo. Probabilmente
conoscete quello che dice la strofa successiva del Dhammapada (n. 5):

L'odio non può sconfiggere l'odio,
solo esser pronti all'amore lo può.
Questa è la legge eterna.

° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° ° °

- Riflessioni per il giorno della luna piena, 12 nov 2008 -

Se ti parlano con durezza
fatti silenzioso come un gong spezzato;
non rivalersi è segno di libertà.

- Dhammapada, 134.-

Il silenzio non esprime profondità
se resti ignorante e non coltivato.
Come avesse una bilancia in mano
l'assennato soppesa le cose
salutari e non salutari
e arriva a conoscere
sia il mondo interiore che quello esterno.
Perciò l'assennato è detto saggio.

- Dhammapada, 268-9 -

Di recente, in un'intervista radiofonica ho sentito l'autrice di un
libro sul silenzio parlare della gioia e della contentezza provata nel
lasciarsi alle spalle la confusione e la complessità del mondo in cui
aveva precedentemente vissuto.

Nel corso dell'intervista, menzionava
quanto fosse difficile e stressante dover passare del tempo a Londra
(per l'intervista?)

Anche il Buddha parlò della felicità che nasce dal
vivere in luoghi quieti e belli e incoraggiò a cercarli. Diede queste
indicazioni perché limitare gli stimoli sensoriali può essere d'aiuto
alla comprensione e alla libertà dall'ignoranza. Ma questo non
significa che dobbiamo essere contro il mondo sensoriale.

Se, da giovani monaci, andando a Bangkok per rinnovare il nostro visto
tornavamo lamentandoci che era impossibile praticare in mezzo al
fracasso e alle difficoltà della vita urbana, Ajahn Chah diceva con
fermezza:

"Se non riuscite a praticare in città, significa che non ci
riuscite neanche nella foresta."E aggiungeva: "Se non riuscite a
praticare quando siete ammalati, non ci riuscite nemmeno da sani." In
altre parole, tutto è pratica; inclusa la sensazione che con 'questo'
proprio non posso praticare.

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