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SCHEDA ARTICOLO N. «00537»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: GUIDO DA TODI
TITOLO: COMPASSIONE ED EQUANIMITÀ
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TESTO ARTICOLO

COMPASSIONE ED EQUANIMITÀ -

(di Guido Da Todi)

-
È una consuetudine avallata che la media di ricercatori spirituali - almeno
per buona parte dei loro
sforzi iniziali - tenda a costruirsi una sorta di tempietto chiuso nel mondo
della loro soggettività.
Qui si rifugiano, nei loro studi, nelle loro immaginazioni, nelle loro
contemplazioni.. Salvo, poi,
uscire allo scoperto e ritrovarsi nel mondo quotidiano, fatto di stridori,
di prepotente mancanza di
quelle serenità etiche, di apparente contrasto con l'atmosfera del
tempietto.

Inoltre, una consueta, subconscia tendenza, implicita nell'uomo stesso,
tende anche a cristallizzare
le figure dei Grandi Esempi Spirituali; ossia, gli Avatar, i Guru storici, i
Messia delle epoche
passate, la cui vita ed i cui insegnamenti fanno parte delle cuspidi di ogni
testo sacro che egli studia
lungo il sentiero.

L'uomo dimentica l'aspetto umano del Cristo (Figlio dell'uomo e Uomo-Dio
Egli stesso). E
dimentica che le Incarnazioni sono venute sulla terra anche (ed
innanzitutto) per parlare un
linguaggio che è proprio alla razza umana.

Certo, è difficile, ad esempio, considerare uomo l'incarnazione dello yoga
Sri Sri Sri Lahiri
Mahasaya (Guru del Guru di Paramahansa Yogananda) venendo a conoscenza dei
miracoli
incredibili della sua vita; oppure, leggendo che, durante gli ultimi anni
della sua esistenza, Egli
restò, nella posizione del loto, e senza mai prendere sonno, nel salottino
della sua casa, in un
costante samadhi cosciente, al servizio del darshan verso i Suoi devoti.

Diciamo, almeno, che ci è necessario non escludere la natura divina degli
Avatar (e di ognuno di
noi, in potenza), ma di fonderla, tuttavia, ad un caldo, tenero elemento che
contenga ogni più alto
aspetto dell'umanità terrena che fu loro culla.

Concetti, quindi, come compassione ed equanimità possono venire colti nella
loro essenza solo se
noi partiamo da queste premesse.

La compassione non si limita a quella spinta insostenibile che spinge le
Incarnazioni a tornare,
lungo i cicli, sulla terra, in una forma o nell'altra, per amore del tutto.
Forse, molti non
comprenderebbero la vera natura di questo sacrificio, se si presentasse
unicamente in questi termini.

La compassione di cui parlano i Grandi Esseri inizia a mostrare il suo volto
e ad assumere turgore e
fisionomia non appena lo spiritualista inizia ad uscire da quel suo
tempietto (spesso - diciamoci la
verità - fremente di istintiva ed aristocratica sufficienza verso il resto
dei propri simili) e comincia a
camminare tra la gente; esattamente come fece il principe Gotamo Budda
quando uscì dal palazzo
reale in cui i genitori lo avevano serrato e protetto sino a quel momento, e
vide la sofferenza dipinta
a larghe lettere sulla faccia del mondo.

Non esiste altro significato etimologico della compassione, se non quello
che è insito - come idea
innata - nel cuore di tutti noi.

Importante che la si viva veramente. Con il vicino di casa, con il collega e
la collega di ufficio, con
il barbone che ha freddo sotto i porticati della stazione (."ma che fa?
Tanto ci è abituato."); con i
membri della nostra stessa famiglia.

Ecco, la compassione di Budda va sbriciolata in un pulviscolo di amore,
verso, solidale, asciutto e
non emotivo, che faccia parte costante di noi, mentre viviamo la nostra
dharmica quotidianità, nello
stesso mondo del 2.000.

"Tutti i miei fratelli sono da me amati nello stesso intenso modo" - dice il
Budda. Ed ecco apparire
l'equanimità; ossia, il livellamento che dona la mancanza di diniego
all'amore,
che Lui dispiega a
360 gradi.

Credo che l'importante sia non deformare la compassione e l'equanimità
(uniche e vere radici
dell'uomo - anche se, per ora, in massima parte sepolte alla vista media)
con il renderle Concetti e Simbologie Metafisiche>, estrapolate dalla vita e
dall'espressione
comune di ognuno di
noi.

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