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SCHEDA ARTICOLO N. «00572»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: SISTER AJAHN SUNDARA
TITOLO: PRENDERE RIFUGIO (MONOGRAFIA LUNGA)
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TESTO ARTICOLO

Prendere Rifugio

(di Sister Ajahn Sundara)

--
Ass. Santacittarama, 2009. Tutti i diritti sono riservati.
SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
Tradotto da Gabriella De Franchis

[Tratto dal libro "Freeing the heart", reperibile dal sito www.amaravati.org.]

DOPO TRE O QUATTRO GIORNI DI RITIRO DI MEDITAZIONE, la maggior parte
di noi ha superato il peggio. Di solito siamo molto più luminosi e
felici di quando abbiamo iniziato il ritiro. E’ il risultato di
guardarsi dentro e di stare con se stessi per tre o quattro giorni e
anche se stiamo molto male, ci avviciniamo a quella sensazione e
ascoltiamo veramente il nostro cuore e la nostra mente. Poi succedono
delle cose piacevoli e cominciamo a rilassarci. Non è una cosa facile
da fare, ma iniziamo ad accettare di più tutto il dolore e tutte le
sofferenze che di solito tendiamo a mettere da parte.

Sembra che non abbiamo mai tempo per volerci bene. Sembra che avere il
tempo e lo spazio per vivere in armonia con noi stessi, non sia una
cosa importante da fare. Così quando siamo in ritiro, abbiamo la
meravigliosa opportunità di poterci aprire, di potere ascoltare e
forse di capire un po’ più profondamente la natura della nostra mente,
la natura dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti e delle nostre
percezioni; abbiamo l’opportunità di renderci conto che queste cose ci
fanno sentire limitati e repressi soltanto perché non abbiamo quasi
mai l’opportunità di prestare attenzione o di indagare e interrogarci
sulla loro realtà, sulla loro vera natura.
Per tradizione, all’inizio di un discorso come questo, prendiamo i Tre
Rifugi: nel Buddha, nel Dhamma e nel Sangha. Quando diventiamo monaci,
senza tetto, abbandoniamo la nostra casa e prendiamo i Tre Rifugi.
Così non siamo completamente senza casa. Di fatto prendiamo tre rifugi
molto sicuri e ci lasciamo dietro tutto quello che ritenevamo sicuro,
che consideravamo protettivo e garantito. Ci lasciamo dietro la casa,
la famiglia, i soldi, il controllo delle nostre vite, il controllo
delle persone con le quali viviamo, del posto in cui abitiamo;
lasciamo andare tutto questo e in cambio prendiamo i Tre Rifugi.

Ebbene, all’inizio della mia esperienza, questi rifugi non avevano
molto significato. Non avevo ben capito di che cosa si trattava.
Durante l’anno ci sono diverse festività e cerimonie buddhiste e in
quei giorni noi seguiamo una piacevole tradizione. Meditiamo tutta la
notte, e prima della veglia facciamo tre giri intorno al monastero
camminando lentamente e tenendo in mano una candela, dell’incenso e
dei fiori. Monaci e laici camminano insieme, in silenzio, attorno al
monastero, contemplando i Tre Rifugi, il Buddha, il Dhamma e il
Sangha. E’ molto bello e toccante da vedere.

All’inizio non sapevo proprio che cosa significasse. Riflettevo sul
Buddha e avevo solo un vuoto nella mia mente, riflettevo sul Dhamma,
un altro vuoto, riflettevo sul Sangha, un altro vuoto. Ma non mi sono
fatta prendere dal panico. Mi sono resa conto che c’era qualcosa che
non facevo come si deve e che non avevo alcuna fretta di comprendere.
In quel momento sentivo di avere tutta la vita per farlo. Così mi sono
rilassata e sono arrivata alla conclusione che il Buddha, il Dhamma e
il Sangha non erano cose alle quali dovevo pensare. Sapevo che questi
rifugi, in un certo qual modo, si trovano nel cuore degli uomini e,
forse, con la pratica sarei arrivata a conoscerne il significato.

Penso che quello che porta molti di noi ad essere interessati alla
pratica della meditazione sia il bisogno di comprendere se stessi, il
bisogno di mettere chiarezza nella confusione in cui viviamo. Molti di
noi vogliono essere liberi. Vogliamo capire, vogliamo renderci conto,
vogliamo vedere da soli di che cosa si tratta. Siamo tutti stufi dei
libri; abbiamo letto abbastanza, abbiamo incontrato persone sagge a
sufficienza. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per capire, e
tuttavia non è stato abbastanza.

Per qualche motivo, la conoscenza di seconda mano non dà vera
soddisfazione. Vogliamo sperimentare personalmente quello che, tutte
queste persone sagge e questi saggi insegnamenti dicono. Finché non
c’è la realizzazione della verità della nostra mente, non c’è vera
comprensione. E’ difficile assaporare la libertà e la gioia della
conoscenza, fare esperienza degli insegnamenti del Buddha da soli, di
ciò che è conosciuto come visione profonda, il vedere direttamente la
vera natura della nostra mente e del nostro corpo e renderci conto
della sensazione di libertà che proviamo quando lasciamo andare tutti
gli attaccamenti.

All’inizio della pratica, all’inizio del sentiero, tendiamo ancora a
cercare qualche forma di felicità. Tutti vogliamo essere felici, non è
vero? Chi è che vuole essere infelice? Vogliamo tutti essere liberi e
provare piacere. Io non sono certo entrata in monastero per essere
infelice e per soffrire. Quando sono arrivata, ero abbastanza sicura
che la pratica della meditazione mi avrebbe reso più felice e mi
avrebbe dato molto piacere. La felicità era piacere. E questa è una
cosa che dovremmo tenere in considerazione.

La pratica non è per farci soffrire. Soffriamo semplicemente perché
pratichiamo in modo sbagliato, perché non abbiamo fatto quanto è
necessario per lasciare andare l’ignoranza, per lasciare andare i
nostri attaccamenti. Quindi è importante tenere conto di questa cosa.
Non dobbiamo supporre che, da praticanti, dobbiamo essere
tremendamente seri e credere che, se non proviamo qualche terribile
sofferenza o difficoltà, allora c’è qualcosa che non va bene.
All’inizio della mia formazione idee di questo genere mi hanno fatto
soffrire moltissimo. Avevo l’impressione che se non avessi
attraversato qualche difficoltà non sarei stata capace di lasciare
andare. E il più delle volte è vero che se l’ignoranza non fa male non
è riconosciuta; se non fa male, possiamo andare avanti per sempre
senza esserne veramente consapevoli. Sembra che sia questa la nostra
difficile condizione umana. Se qualcosa non ci fa male, non ci
svegliamo veramente, non apriamo gli occhi per guardare.

Così ogni giorno recitiamo i Tre Rifugi come promemoria, perché senza
questa abitudine tendiamo a prendere rifugio in cose come la rabbia e
l’ansia. Abbiamo la tendenza a prendere rifugio nell’auto
commiserazione o nel piacere, nella distrazione, nell’ossessione di
noi stessi o nel volere dormire o mangiare tutto il tempo. Prendiamo
un sacco di rifugio nel cibo, non è vero? E poi, prendiamo rifugio nel
sentirci in colpa per avere mangiato. Così la nostra tendenza è di
prendere rifugio nelle cose sbagliate, cose che ci rendono infelici. E
se non avessimo sollecitazioni, se non avessimo mezzi abili, per
riportare alla coscienza ciò che è veramente importante nella vita, ci
dimenticheremmo di noi stessi e non vedremmo mai una via d’uscita
dalla sofferenza.

- Rifugio nel Buddha -

Il rifugio nel Buddha è il rifugio nella conoscenza. Il Buddha conosce
il mondo, che nel Buddhismo non significa il mondo delle montagne, dei
fiumi e degli alberi, ma il mondo che sorge nella nostra mente - corpo
e la sofferenza che creiamo a causa dell’ignoranza.

Nella nostra recitazione quotidiana diciamo che il Buddha conosce il
mondo, egli conosce l’origine del mondo, la sua fine; conosce il modo
in cui la mente crea la realtà nella quale viviamo, l’universo
attraverso il quale navighiamo. Percorrendo il cammino, iniziamo anche
a vedere chiaramente il sentiero che ci porta fuori dalla sofferenza.
Qualcuno oggi mi ha chiesto: "Chi è che conosce? Chi è che è
consapevole?" Una buona domanda, vero? Perché io non trovo nessuno che
è consapevole, e voi? Per molto tempo ho cercato di trovare qualcuno
consapevole dentro di me. Alla fine ho desistito. Ricordo che durante
un ritiro di meditazione con un famoso maestro birmano, molto tempo
fa, si parlava di "Chi fosse colui che conosce. Chi è?" Uno degli
assistenti rispose: "Una super coscienza." ‘Colui che conosce, è una
super coscienza’ a quei tempi mi piacque molto.

Così immaginai che il mio cervello fosse tante piccole specie di
mini-coscienze con una sorta di ombrello in cima, una super coscienza.
Mi sentivo proprio bene; ebbi la sensazione certa di sapere qualcosa
su questo Buddha, questa mente del Buddha, 'colui che conosce’. Ma
sfortunatamente, visto che la natura della mente è quella che è, dopo
circa due o tre giorni iniziai a pormi domande e ad avere dei dubbi,
perché questo succede naturalmente. Non appena abbiamo una risposta,
sicuramente ci sorgerà un dubbio. E’ così che funziona.

E sin da allora ho fatto pace con il fatto che forse non c’è nessuno
che conosce. Solo conoscenza; e sembra che vada bene. Sembra che la
conoscenza sia capace di andare avanti con o senza i miei dubbi. Anche
se non ho una risposta posso sempre prendere rifugio nell’essere il
‘conoscitore’, nell’essere colui che è consapevole, che può vedere.

Eppure, a volte, siamo capaci di fare diventare un grosso problema
anche questo. Possiamo creare qualcuno che conosce e poi stare male
perché abbiamo qualcuno che non conosce. Rimaniamo delusi quando giù
in fondo, dentro di noi non abbiamo qualcuno che conosce; e magari
siamo super felici quando troviamo qualcuno che è consapevole. Vedete,
si tratta di nuovo dell’oscillazione tra piacere e dolore, tra
felicità e infelicità. Ma, ‘Colui che conosce’ è proprio l’elemento
che mette in equilibrio le oscillazioni estreme della mente. ‘Colui
che conosce’ è ciò che viene chiamato la Via di Mezzo.

Possiamo vedere gli estremi della mente, felicità, infelicità, piacere
e dolore, ispirazione e disperazione. Possiamo vedere speranza e
depressione. Possiamo vedere apprezzamento e biasimo. Possiamo vedere
agitazione, sonnolenza, noia, tutto. E quel vedere è un elemento di
equilibrio, perché diventiamo consapevoli del nostro attaccamento a
questi stati d’animo, a questi stati della mente. Senza rifugio nella
conoscenza, nella mente risvegliata, non saremmo mai in grado di
guardare la mente; saremmo persi nella confusione. Quindi, il rifugio
nella conoscenza è molto importante.
Insieme i rifugi si chiamano i Tre Gioielli; e sono veramente come dei
bei gioielli ai quali possiamo tornare ogni volta che c’è confusione,
ogni volta che c’è agitazione. Possiamo sempre tornare indietro e
prendere rifugio nella conoscenza di questi stati, non li dobbiamo
pensare, non dobbiamo psicoanalizzarci. Possiamo realmente tornare
indietro alla conoscenza; e quello che succede allora, è che vediamo
ciò che il Buddha ha visto: l’impermanenza. Possiamo vedere che non
vale la pena restare attaccati a questi stati, perché sono non
sostanziali, sono insoddisfacenti. E abbiamo la strana sensazione che
forse noi non siamo ‘Questo’, che forse non ha niente a che fare con
‘Me’. Forse la mia depressione non è la ‘Mia’ depressione.
Non sarebbe meraviglioso se ci rendessimo conto che la nostra
tristezza in realtà non è una cosa personale? Molti problemi nella
nostra vita li creiamo noi, perché siamo portati a pensare che
qualsiasi cosa ci accada sia personale: ‘Povero me’, ‘Queste cose
capitano solo a me’, ‘Sono l’unico ad avere questo problema’. Tutti
gli altri ci sembrano tremendamente sicuri, non è vero? Specialmente,
se ci manca fiducia in noi stessi. Ci sembra che tutti gli altri siano
infinitamente forti e che sappiano veramente quello che stanno
facendo. Prima la pensavo così: guardavo qualcuno e, se mi sentivo un
po’ depressa o infelice, mi potevo anche convincere che quella era una
persona a posto, che stava bene. Io ero l’unica ad avere problemi.
Finché non mi resi conto che anche loro avevano problemi.
Poiché, per natura, siamo creature cha hanno al centro l’io, tutto
diventa il ‘mio’ problema, la ‘mia’ vita, il ‘mio’ dolore, le ‘mie’
relazioni. Le ‘mie’ tragedie. Sembra che tutto giri intorno a ‘Me’. Il
rifugio nel Buddha ci permette di vedere questo molto chiaramente; ed
è un rifugio compassionevole, non è un rifugio che giudica.
Quando prendiamo rifugio nella consapevolezza, non dobbiamo
giudicarci, condannarci o essere arrabbiati con noi stessi. Possiamo
osservare la tendenza a giudicare, ad arrabbiarsi e a pretendere da
noi stessi. E’ un rifugio molto compassionevole. Infatti quel rifugio
è uno dei primi versi della nostra recitazione, ‘La compassione del
Buddha è vasta come l’oceano,’ e quel rifugio in realtà significa
questo: è una dimora meravigliosa, piena di compassione.
E così abbiamo tre dimore, tre rifugi. Abbiamo il rifugio nel Buddha.
Non ha un tetto, né riscaldamento, ma ci si sta molto bene. Fa sentire
molto sicuri, molto fiduciosi; specialmente se vediamo quanta
agitazione c’è nella nostra vita e quanto sia inaffidabile e insicura.
Diventando più consapevoli abbiamo una visione chiara e una chiara
comprensione del samsara, l’interminabile ciclo di nascita e morte. E
noi siamo tutti qui per liberarci da questo nostro attaccamento.
Prendere rifugio nel Buddha ci tiene effettivamente in contatto con
ciò che è reale, ciò che è realmente vero. Questo è uno dei motivi per
i quali tendiamo a dimenticarcene. Il significato di presenza mentale
è ‘memoria’, ricordare. Ogni volta che ci perdiamo nell’essere
sciocchi o sgarbati, o nell’essere arrabbiati o impazienti o stupidi,
possiamo ricordare. Possiamo ricordarci anche che non dobbiamo
cambiare noi stessi. La compassione di questo rifugio è quella che ci
fa essere consapevoli di quello che sta accadendo, non c’è giudizio;
non dobbiamo diventare qualcuno che non è arrabbiato o che non è
stupido. Possiamo, di fatto, riconoscere quello che sta accadendo ed
accettarlo in coscienza e nel nostro cuore. Appena abbiamo questa
chiara visione di quanto sta accadendo, ci rendiamo conto che sta
cambiando e vediamo chiaramente l’inutilità di lottare per mantenere
le cose permanenti, per mantenere noi stessi come entità permanenti.
Siamo in continuo cambiamento e quindi che motivo c’è di essere questa
persona che proteggiamo, che viziamo e che cerchiamo, in tutti i modi,
di rendere felice?
La maggior parte delle nostre lotte nella vita è per creare situazioni
dove ‘me’, la mia personalità, non dovrà mai affrontare sofferenze, o
patire il dolore, non si sentirà mai in imbarazzo, non dovrà
vergognarsi, non si sentirà colpevole. Ecco perché siamo così bravi a
dimenticare, e dobbiamo imparare nuovamente a ricordare. Dobbiamo
imparare ad essere consapevoli, ad avere sati (presenza mentale) nel
nostro cuore come rifugio e protezione – essa ci protegge, protegge il
cuore.

Rifugio nel Dhamma

Il secondo rifugio, il Dhamma, è molto vicino al primo. C’è appunto un
famoso insegnamento dato dal Buddha ai suoi discepoli, poco prima di
morire. Essi erano in ansia per il fatto che il Buddha lasciasse
questo mondo e si domandavano chi sarebbe stato il loro maestro dopo
la sua dipartita. Si preoccupavano di chi sarebbe stato il successore
e la loro guida. Ed egli disse. "Il Dhamma e il Vinaya saranno la
vostra guida e il vostro rifugio." In una precedente occasione aveva
anche detto che: "Chi vede il Buddha vede il Dhamma, chi vede il
Dhamma, vede il Buddha."

Dhamma e Buddha; non c’è nessun bisogno di avere un Buddha fisico. In
realtà possiamo trovare il Buddha, colui che conosce, colui che è
consapevole, nel nostro stesso cuore. E appena siamo consapevoli,
presenti mentalmente, siamo in contatto con il Dhamma. Questo è il
bello di questa pratica. Leggendo libri sul Buddhismo a volte pensiamo
di dovere leggere l’intero Tripitaka prima di potere entrare in
contatto con il Dhamma. Crediamo di dovere imparare l’ Abhidhamma, di
dovere perfezionare le dieci paramita, dovere sviluppare i cinque
poteri, sbarazzarci dei cinque ostacoli e conoscere i 56 stadi della
coscienza, e così via e alla fine ci sentiamo così stanchi che non ce
la sentiamo nemmeno di cominciare.

In effetti oggi riflettevo sul fatto che quando nella meditazione
respiriamo consapevolmente attraverso le narici, tollerando un po’ di
dolore, un po’ di sudore o sopportando il caldo, il freddo, la gente
rumorosa o la noia, non abbiamo la minima idea della quantità di cose
con cui realmente stiamo facendo pratica. Ancora non sappiamo che in
quei momenti stiamo perfezionando le dieci paramita, che stiamo
lasciando andare gli ostacoli e stiamo sviluppando i cinque poteri:
concentrazione, sforzo, presenza mentale, fede e saggezza. Forse non
ne siamo consapevoli, ma stiamo veramente perfezionando molte qualità
spirituali del cuore. Però non sembra granché, non è vero? Stiamo
semplicemente inspirando attraverso le narici e poi espirando, e poi
sentiamo un po’ di dolore, e poi questo se ne va. Niente di speciale,
no? Eppure, dopo qualche anno di pratica, cominciamo a vedere i frutti
del nostro sforzo e gli insegnamenti diventano vivi.

Così il rifugio nel Dhamma non è qualcosa che dobbiamo cercare molto
lontano. Non dobbiamo cercare il Dhamma da qualche parte, là fuori in
un altro paese, o in un’altra persona, o un qualcosa che succederà
domani o l’anno prossimo.

La qualità del Dhamma è l’immediatezza (sanditthiko) – il qui e ora.
Il Dhamma ci invita a "venire a vedere" (ehipassiko) e questo si può
fare quando c’è consapevolezza e saggezza. Il Dhamma non è "qualcosa
che verrà dopo" (akaliko). Queste qualità le recitiamo ogni mattina.
Non dobbiamo aspettare che qualcuno ci dica che cosa è. Non dobbiamo
leggere libri. Non dobbiamo fare uno studio progressivo, passo dopo
passo, prima di potere entrare in contatto con il Dhamma.
Il rifugio nella consapevolezza ci porta al presente e nel presente
c’è il Dhamma, c’è la verità, c’è il modo in cui le cose sono. Questo,
però, si può vedere soltanto quando c’è una chiara consapevolezza del
momento presente.

Un altro significato di Dhamma è "ciò che si auto-sostenta." La natura
si sostiene da sé, ha i suoi cicli e le sue stagioni – va avanti per
sempre. Possiamo guardare la natura della nostra mente, la nostra
natura umana e come operiamo. Anche noi abbiamo stagioni e cicli,
abbiamo i nostri giorni e le nostre notti, il nostro buio e la nostra
luce, abbiamo un ritmo. E siccome non conosciamo questo ritmo, a volte
ci trasciniamo fino al completo esaurimento, alla malattia o allo
stress mentale. Spesso dimentichiamo di essere parte della natura,
parte del ‘modo in cui le cose sono.’

La nostra intelligenza, la nostra capacità di conoscere, tende ad
alienarci dalla nostra natura. Spesso ci sentiamo degli estranei nei
nostri confronti perché la natura umana non è poi così eccitante, i
pensieri lo sono molto di più! Noi pensiamo, pensiamo, pensiamo le
cose più incredibili. La nostra immaginazione è davvero alquanto
creativa, specialmente durante i ritiri. Possiamo veramente vedere che
meraviglioso creatore è la mente.

Una volta, un famoso Maestro thailandese di meditazione disse che nel
Buddhismo non è un Dio che crea, è l’ignoranza. Noi creiamo a causa
dell’ignoranza. Creiamo un’incredibile quantità di cose meravigliose e
di cose orribili: paradisi e inferni. Possiamo immaginare quasi tutto.
A volte ci chiediamo che cosa abbiamo fatto in passato perché la
nostra mente possa pensare cose tanto stravaganti.

A causa della capacità della mente di pensare e di creare mentalmente,
spesso non riconosciamo la nostra natura fisica, il ritmo del nostro
corpo, il ritmo della nostra mente, il ritmo delle nostre emozioni,
dei nostri sentimenti, dei nostri stati d’animo, di come siamo
influenzati dal mondo che ci circonda, dalla luna e dal sole, dal
giorno e dalla notte. Sembra che molti di noi non riconoscano il
valore di tutto questo nei propri confronti. Tendiamo ad avere un
sacco d’idee su come le cose dovrebbero essere, come ci piacerebbe che
fossero, come pensiamo che dovrebbero essere, e abbiamo pochissimo
spazio per ‘il modo in cui le cose sono’, per quello che sta
succedendo in questo momento. Per la verità, dopo un po’ di tempo, si
riesce a vedere chiaramente lo schema nella propria mente: c’è ciò che
noi pensiamo che dovrebbe essere, poi ciò che vorremmo che fosse, e
alla fine ciò che è. Sembra che tutti e tre abbiano un po’ di
difficoltà a collaborare tra di loro.
Nei primi anni c’è voluto un po’ di tempo prima che mi accorgessi di
questo schema, ma con la pratica ho iniziato a capire che in un
momento possiamo soltanto essere consapevoli di quel tanto, che spesso
non è molto. Possiamo pensare un sacco di cose, ma in realtà possiamo
conoscerne abbastanza poche. La comprensione si approfondisce
attraverso la conoscenza e indagando su ciò che noi siamo.

Quando era ancora una anagarika, ho trascorso il mio terzo Vassa con
un’altra monaca a 300 miglia di distanza dal monastero. Nel periodo
del Vassa eravamo in ritiro per la maggior parte del tempo. All’inizio
vedevo che ogni volta che provavo una sensazione di avidità, di rabbia
o di illusione, i miei pensieri avevano uno schema ricorrente. Alle
7:00 di sera, mentre facevamo la recitazione serale, la sofferenza che
avevo patito durante il giorno sembrava che stessero svanendo, o
quanto meno, diminuendo. E improvvisamente avevo questa straordinaria
intuizione di come avrei trascorso il giorno seguente ed esattamente
di come avrei gestito tutti i miei problemi. Improvvisamente sapevo
come trattare l’avidità, sapevo come trattare l’odio; sapevo come
trattare la noia, l’irrequietezza, tutto quanto. Sentivo di avere la
situazione sotto controllo e sapevo che non avrei mai più sofferto. Lo
sapevo. Ero convinta che non avrei mai più sofferto.

Naturalmente per le 9:30 la mia intuizione si era sviluppata a tal
punto che non avevo assolutamente alcun dubbio sul fatto di essere
illuminata riguardo a tutti i miei problemi. Andavo a letto e
arrivavano le 4:00 del mattina. Vi potete immaginare quello che
succede alle 4:00 del mattino! I primi anni era ancora abbastanza
difficile svegliarsi a quell’ora del mattino. La mente può essere
assonnata, intorpidita, depressa, orribile.

Facevo degli esercizi yoga perché sapevo che fare yoga era meglio che
rimanere in quello stato negativo. E dopo la sessione, generalmente,
mi sentivo meglio. Facevamo le nostre recitazioni e dopo arrivava il
giorno. Non facevamo colazione in quei giorni, prendevamo soltanto una
bevanda calda e la mia negatività non migliorava così velocemente come
avrei voluto. Mi sentivo ancora un po’ irritata e depressa. Poi
arrivava il pasto, e non era per niente una cosa da poco. Avevamo
deciso che, durante quei tre mesi, avremmo fatto la pratica in
un’unica seduta, significava che, una volta che ci sedevamo per
mangiare, non potevamo alzarci e se lo facevamo, avremmo dovuto
smettere di mangiare e per quella giornata avremmo chiuso!

Così, per non doverci alzare di nuovo, prima di sederci ci
assicuravamo di avere abbastanza da mangiare e di non avere
dimenticato niente. Alla fine del pranzo mi sentivo di nuovo in uno
stato pietoso perché, naturalmente, avevo mangiato troppo. Questo
significava un pomeriggio di depressione, di indolenza, di sonnolenza
e di confusione perché la mente non era in grado di affrontare il
disagio di sentirsi avida o in collera con se stessa. Ho visto che,
per un certo periodo di tempo, ogni giorno lo stesso ciclo
ricominciava da capo. Certamente c’erano anche dei momenti luminosi e
di pace!

Ma, una volta seduta di fronte al mio pasto, tutte le mie intuizioni
erano svanite, andate da qualche parte dove non potevo trovarle. In
quel momento era molto difficile portare in essere la saggezza e la
presenza mentale, perché in fondo volevo solo quello che volevo;
volevo mangiare, quello che volevo e quanto ne volevo. Tutto qui!
Prima di ogni pasto facevamo una riflessione che diceva che il
mangiare è per il benessere del corpo, non per divertimento, né per
piacere, ne’ per diventare belli o per ingrassare e così via, ma dopo
averla recitata, automaticamente mi scordavo tutto e incominciavo a
mangiare.

Ad ogni modo, verso le 5:00 del pomeriggio mi sentivo meglio e un po’
più leggera. Venivo da quattro ore di meditazione seduta e camminata
durante la digestione di un pasto pesante; verso le 6:00 nella mia
mente sorgeva nuovamente la risoluzione di non farlo più, di non
cedere per niente o di non assecondare i miei desideri. In quel
momento la mia comprensione era perfettamente chiara. Alle 7:00 non
avevo dubbi. Alle 9:30 di sera conoscevo completamente l’insegnamento
del Buddha, sapevo di essere in grado di usarlo e che non avrei mai
più sofferto.

Questa situazione andò avanti per un bel po’ finché non mi resi conto
che si trattava solo della mia mente. Non aveva niente a che fare con
la realtà. Era solo il modo in cui la mia mente pensava. Quindi
possiamo immaginare quanta delusione avremmo ogni giorno se credessimo
a questi pensieri e non li vedessimo come dhamma o se li sentissimo
come ‘questo è ciò che sono’?

In effetti, ogni giorno mi sentivo delusa di ‘me stessa’ e la mia
sensazione era: "Non sono brava. Non so farlo." Ma quando cominciai a
vedere chiaramente lo schema e quando mi resi conto che era
esattamente ciò che dovevo capire e da cui dovevo imparare, non ci
furono problemi.

Fin quando prendiamo le cose in modo personale, perdiamo il Dhamma e
veniamo presi in giro da quello che sorge nella nostra mente. Non
riusciamo a vedere che le cose che ci fanno stare male non sono né
quello che siamo né quello che crediamo di essere. Abbiamo la tendenza
a credere e a identificarci con il flusso costante dei pensieri, dei
sentimenti, delle percezioni della nostra mente, e non c’è da
meravigliarsi se diventiamo nevrotici e dobbiamo andare dallo
psichiatra, dallo psicanalista, dai guaritori e via dicendo.

Si tratta di praticare con il giusto atteggiamento, con un
atteggiamento di compassione e di infinita pazienza, piuttosto che
sviluppare e perfezionare qualche tecnica particolare. Perché, se
nonostante la molta pratica e l’esperienza nella meditazione sul
respiro, nel passare in rassegna il corpo e tutto quanto, ci sforziamo
ancora per arrivare ad essere un perfetto ‘meditatore anapanasati’, il
nostro approccio è sbagliato. Senza una prospettiva corretta rimaniamo
imbrigliati nell’idea di dovere migliorare il ‘Me’.

L’immediatezza e la chiarezza dell’esperienza del Dhamma è qualcosa di
molto straordinario; è un’altra grande benedizione. Possiamo
comprendere la vera natura dei nostri pensieri senza alcuna
intermediazione. Non dobbiamo creare niente; possiamo semplicemente
vedere i pensieri come sono. E’ una cosa abbastanza notevole ed è
quello che mi ha attirato di più di questo insegnamento.

Quando sono venuta a praticare ero, in un certo senso, molto contenta
della semplicità e dell’immediatezza della realizzazione della natura
della mente. Non bisognava imparare troppo o prendere un dottorato,
non si doveva cominciare ad accumulare più conoscenza. Nella pratica
del Dhamma si procede lasciando andare, svuotando e liberando se
stessi dal fardello della conoscenza, dal fardello delle esperienze
accumulate, dal peso di dovere essere qualcuno o di dovere reggere una
persona nella mente.

Mi ricordo che quando praticavo da laica nel mondo (questo
naturalmente non è per influenzarvi tutti a diventare monaci o
monache), avevo la sensazione di essere sempre ‘qualcuno’ che
praticava. Lo trovavo molto difficile. C’era questo peso di ‘me’ che
praticava. Quando sono venuta al monastero ero una qualunque e potevo
dimenticare di dovermi sentire speciale o di dovere essere qualcuno
che va contro corrente, qualche strana creatura sul sentiero
spirituale, perché tutti lì facevano la stessa cosa: eri proprio nella
norma.

Questo è un altro significato di Dhamma: "la Norma." Ciò che è
normale, ordinario. Molto del nostro addestramento in monastero è
centrato su ciò che è ordinario. Ogni giorno passiamo un certo periodo
di tempo pulendo, spazzando, spolverando, andando da una stanza
all’altra, facendo semplici lavori e prestando attenzione alle cose
più terrene, come aprire le porte, vestirsi, mangiare, alzarsi al
mattino, spazzolarsi i denti, indossare le scarpe, andare in bagno,
andare a letto. Cose semplici come queste non sono eccitanti e la
nostra mente impara a calmarsi e ad essere più semplice, più
ordinaria.

Non è che ci possiamo divertire proprio tanto nel metterci le calze, o
nell’alzarci alle 4:00 del mattino. Non ci affascina per niente il
fatto di pulire i bagni. Sebbene io ce l’abbia messa tutta! Ho cercato
di renderlo veramente interessante, ma non ci sono riuscita. In un
certo senso è così ordinario. Ho pulito i bagni per un lungo periodo
al Monastero di Chithurst, dove avevamo tutti diverse faccende
domestiche da sbrigare al mattino. Le chiamiamo faccende domestiche,
ma in realtà non lo sono, è solo quello che facciamo ogni mattina e
quello che riusciamo a ricavarne. Possono essere noiose. Possono
essere interessanti. O possono essere semplicemente quello che sono.

Possiamo vedere che la nostra mente vuole rendere le cose speciali.
Ricordo che al mattino quando pulivo i bagni, decidevo di pulire prima
il lavabo e poi, come seconda cosa il gabinetto e poi, per terzo, il
pavimento. Forse il giorno dopo cambiavo schema; pulivo prima le
finestre, o spazzavo con una scopa diversa. Oppure decidevo di non
pulire il pavimento con quello straccio particolare e cambiavo mocio.
Mi ritrovavo particolarmente intricata nell’uso di uno strumento
particolare, o mi adiravo per cose veramente banali e facevo una
grande tragedia per un nonnulla. Se non avessi vissuto in un monastero
non avrei mai visto il modo in cui la mente sa creare tragedie dal
nulla.

Essere in contatto con l’ordinarietà delle nostre vite è qualcosa di
molto difficile per noi, perché siamo stati condizionati a caricarci
di energia attraverso cose che sono interessanti o stimolanti. Oppure
focalizziamo l’attenzione sulla cosa successiva: su cosa accadrà poi.

A meno che non ci sia una guida e l’aiuto da persone sagge, di persone
che hanno la comprensione del sentiero, tendiamo a continuare la
nostra pratica spirituale allo stesso modo di prima che cominciassimo.
Stiamo ancora cercando il fascino, l’entusiasmo, qualcosa di speciale,
il big bang, le luci lampeggianti, la super intuizione che risolverà
tutti i ‘miei’ problemi.

Ma temo che non funzioni così. Con la pratica cambia la relazione che
abbiamo con la nostra mente. Lasciamo fluire il flusso della brama,
dell’odio e della illusione. Non ne facciamo più un problema. Lasciamo
che il flusso della nostra mente prenda il suo corso. Smettiamo di
dare forma di questo o di quello al flusso dei nostri pensieri e delle
sensazioni. Essere in armonia con il Dhamma significa fare pace con
tutto quello che sta succedendo ora, con "il modo in cui le cose
sono", il Dhamma.

Questo non vuol dire che ci trasformiamo in un cavolo, in una
non-entità o che restiamo lì seduti ad aspettare, aspettare, aspettare
che le cose succedano. Anche se a volte, forse, ci sentiamo così. Dopo
alcuni anni di pratica, mi ricordo quanto mi sentivo stupida. C’erano
momenti in cui mi ero completamente arresa all’idea che non mi sarei
mai più sentita intelligente!

Ricordo che una volta in un caldo pomeriggio assolato, stavo
attraversando il cortile ad Amaravati e mi sentivo abbastanza infelice
e depressa. Avevo perso l’entusiasmo. Sembrava che non ci fosse più.
C’era soltanto una specie di stato di indolenza e io mi ci stavo
identificando pienamente. Era terribile. Pensavo veramente che questo
stato d’animo era ciò che io ero e sentivo che ero molto arrabbiata
per questo. Pensavo: "Questo non lo sopporto, è impossibile. ‘Loro’
con la ‘L’ maiuscola, mi stanno trasformando in una rapa." (vegetale
che consideravo il più smorto, insipido e insignificante!). Non sapevo
chi fossero ‘Loro’..... Ricordo che lungo la strada incontrai uno dei
maestri della comunità e gli dissi: "Probabilmente sto raccogliendo i
frutti del karma di avere odiato essere una casalinga." Ho sempre
odiato così tanto l’idea di essere una casalinga che in passato, prima
di diventare monaca, mi irritava fare le pulizie o i lavori di casa o
lavare la biancheria o i piatti. Eppure, quando ho iniziato il mio
addestramento a Chithurst, mi sono ritrovata a fare proprio questo.
Egli rise e rispose: "Bene, quando la cosa non ti dispiacerà più
veramente, allora vuol dire che questo tuo karma si è esaurito."

Fu veramente un’intuizione fantastica perché pensavo che la cosa non
mi dispiaceva. Però mi sentivo così disperata e infelice che
ovviamente qualche cosa dentro di me si dispiaceva. Quindi è difficile
essere ordinari e accettare le banalità della nostra vita. Ecco perché
la maggior parte delle volte ci sentiamo frustrati, perché pensiamo
che in qualche modo, le cose saranno diverse, non è vero?

Intuiamo che la vita non dovrebbe consistere soltanto nell’alzarsi al
mattino, nel fare colazione, nell’annoiarsi, nel farsi un pianto al
matrimonio di qualcuno, nell’andare in bagno, mangiare, annoiarsi al
lavoro, tornare a casa, guardare la televisione, andare a letto,
alzarsi al mattino e così via, giorno dopo giorno. Sentiamo che,
comunque, qualcosa di diverso ci deve essere. Così facciamo un viaggio
e giriamo il mondo – e scopriamo che anche nell’altra parte del mondo,
dobbiamo ancora alzarci, dobbiamo ancora andare in bagno, dobbiamo
ancora mangiare, essere felici e annoiarci, essere seccati e depressi.
Abbiamo ancora lo stesso vecchio ‘io’; sia che siamo qui, o in
California o in India o in qualsiasi posto. Riconoscere questo è stato
il più grande insegnamento della vita monastica.

In realtà la vita monastica, vista dall’esterno, è abbastanza
ripetitiva e noiosa. E se ci identifichiamo con le strutture o la
routine, allora diventa il più tedioso stile di vita. A volte è così
monotono che non ne avete idea! Ma accettando la percezione e il
sentimento di noia, per esempio, ci rendiamo conto che in realtà va
abbastanza bene.

Non si tratta tanto di liberarsi della noia quanto di vedere che cosa
ci aspettiamo dalla vita. Io ho trascorso molti anni aspettandomi
dalla vita qualcosa che non poteva darmi. Ecco dov’era il problema! E
allo stesso modo, sarò molto delusa, frustrata o in costante stato di
conflitto se dalla vita monastica mi aspetto qualcosa che non mi può
dare.

Quindi vedere il modo in cui sono le cose è una realizzazione molto
importante perché allora possiamo veramente lavorare con la vita così
com’è invece di aspettarci qualcosa o di sognare. Le aspettative sono
come i sogni. E la maggior parte della nostra vita è come un sogno, o
come una nuvola, e noi speriamo che questa nuvola ci dia qualcosa di
reale e sostanziale. Siete mai stati in grado di dare forma ad una
nuvola? O a un sogno? Però, questo è quello che cerchiamo sempre di
fare, non è vero? Possiamo avere controllo sui nostri sogni? Forse si,
ma la maggior parte del tempo non siamo neanche in grado di ricordarli
o di fare quello che vogliamo quando ci siamo dentro.

Allora c’è questo stato onirico che creiamo con le aspettative, con la
non comprensione dei limiti della nostra mente e del nostro corpo,
della nostra vita e del mondo in cui viviamo. La nostra vita può solo
fare un tanto. Il nostro corpo può solo fare un tanto. Quando si è
giovani si pensa che il proprio corpo possa fare qualsiasi cosa, ma
quando raggiungiamo la mezza età, come me, allora anche sedersi può
diventare una sfida. Amavo molto stare seduta; potevo stare seduta per
lunghi periodi di tempo e mi piaceva molto. Era un piacere. Ma ora, a
volte, è più una prova di forza.

Quindi siamo limitati; siamo legati da certe restrizioni. Ma se le
vediamo per quelle che sono, allora, succede una cosa meravigliosa:
possiamo veramente lavorare con la vita così com’è. Da essa non ci
dobbiamo aspettare più niente; in realtà possiamo essere noi a dare
alla nostra vita. E questo è un grande cambiamento nella nostra mente.
Con la pratica cominciamo a vedere che non dobbiamo chiedere, ricevere
o pretendere niente dalla vita. In realtà possiamo dare, offrire e con
gioia rispondere ad essa. E questo possiamo farlo tutti.

La situazione naturale della realizzazione del Dhamma è la
consapevolezza che la vita è una opportunità costante di dare, di
essere generosi, di essere gentili, di essere utile in qualsiasi
situazione ci troviamo. Quando lasciamo andare non siamo più così
bloccati e ossessionati da noi stessi. Possiamo veramente essere
utili. Possiamo aiutare. Possiamo dare. Possiamo incoraggiare noi
stessi e le persone che ci stanno attorno.

Rifugio nel Sangha

Il rifugio nel Sangha, l’ultimo, è il rifugio nella nobile amicizia –
kalyanamitta. Simboleggia la comunità di uomini e donne, che hanno
preso gli ordini o che vivono nel mondo, che hanno preso rifugio in
una vita di saggezza e di compassione, in accordo con il Dhamma.
Prendono rifugio nell’innocuità, nella gentilezza amorevole e nel
rispetto nei confronti di tutti gli esseri viventi. Sono persone che
hanno una coscienza morale. Sono consapevoli quando non stanno facendo
proprio la cosa giusta o quando stanno agendo in maniera sciocca o
dannosa.

Questo rifugio simboleggia la purezza del cuore umano. Ricordo quando
per la prima volta ho sentito parlare del concetto di ‘Cuore Puro’.
Essere un cuore puro sembrava una cosa buona. E questo rifugio è
proprio questo: è un rifugio in ciò che c’è di buono, di sano, di
compassionevole e saggio in noi.

Prima che iniziassi ad essere interessata al Buddhismo, andavo nei
monasteri Cristiani a fare dei brevi ritiri da sola. La cosa che mi
colpì di più in quei posti (allora non sapevo niente dei monasteri
buddhisti), era questa grandiosa, pervadente sensazione di rispetto
per la vita e per gli altri. Anche il silenzio sembrava essere una
specie di attestazione di grande rispetto, che onora il meglio negli
esseri umani. Era molto commovente. Non sapevo spiegare cos’era, ma
sentivo che le persone erano devote a qualcosa di veramente buono, a
qualcosa di realmente vero.

Quando sono venuta a Chithurst e ho incontrato la comunità per la
prima volta, ho avuto la stessa identica sensazione di incontrare
persone completamente dedite ad onorare la verità, ad essere verità e
vivere in conformità con essa. E così il rifugio nel Sangha fu la
prima cosa che mi portò alla vita monastica.

Il mio interesse ad unirmi al Sangha monastico è venuto dal desiderio
di avere un veicolo e un rifugio sano in me stessa, che mi potesse
fare da guida. Mi sono resa conto, per esempio, che senza uno standard
etico per contenere e comprendere l’energia dei miei desideri, ero
proprio nei guai. Ero sempre molto brava nel sapere cosa fare, cosa
essere; ero proprio un’esperta nel creare ideali. Ma, per qualche
motivo, l’energia dei miei desideri aveva idee molto diverse al
riguardo. Le mie abitudini all’auto-gratificazione da una parte, e il
mio forte desiderio di verità dall’altra, non si incontravano, non
sembravano essere buoni amici.

Uno delle prime cose che mi fu subito chiara quando mi unii al Sangha,
fu che i precetti erano i miei migliori amici e i miei protettori. Non
ho mai avuto la sensazione che fossero invadenti. Al contrario, sapevo
che mi sostenevano e mi ricordavano di essere più consapevole quando
parlavo, agivo, pensavo o mangiavo o anche quando dormivo.

L’addestramento del corpo e della mente richiede un’enorme quantità di
pazienza e di compassione. Le nostre abitudini sono forti e se in
passato abbiamo vissuto una vita abbastanza superficiale, non possiamo
pretendere di diventare subito virtuosi. Quando si arriva al
monastero, non si diventa santi in una notte. E non è un ritiro di
meditazione o il fatto di rispettare i precetti per dieci giorni che
ci farà trasformare, non è vero? Ma, almeno, abbiamo una situazione e
un insegnamento che ci possono aiutare a guardare ciò che non è
corretto o abile nel nostro comportamento e nelle nostre abitudini, e
a farci pace.

Così prendiamo rifugio nel Sangha e usiamo gli standard seguiti da
quelli che hanno percorso il sentiero prima di noi e che si sono
liberati. Questo rifugio pone in evidenza il nostro impegno in una
condotta virtuosa, in un modo di vivere che protegge e nutre la pace
del cuore e ci ricorda la nostra intenzione di liberarlo. Se non
avessimo queste linee guida, ci dimenticheremmo facilmente di noi
stessi. E in questo siamo molto bravi. Infatti questo è quello che la
mente è più intenta a fare, e lo fa tutto il tempo, dimentica. Ma
quando prendiamo rifugio nella presenza mentale, nel Dhamma e nella
purezza delle nostre intenzioni di liberarci dalle illusioni, ci
ricordiamo di avere gli strumenti necessari per addestrare il cuore e
per vedere con chiarezza l’incompetenza delle nostre abitudini, delle
nostre parole, dei nostri pensieri, ecc.

Questi rifugi possono sembrare tre: Buddha, Dhamma e Sangha, ma, in
realtà, sono soltanto uno. Non c’è uno senza l’altro. Quando ci sono
virtù e intenzione di vivere in armonia, con compassione e rispetto
per se stessi e per gli altri, allora c’è una crescita naturale della
consapevolezza, in armonia con il Dhamma, e siamo più in sintonia con
la verità. Tutti interagiscono e si condizionano a vicenda.

All’inizio non sappiamo bene che cosa siano e dove siano questi
rifugi. Sembra che siano soltanto parole. Ci si può sentire persino
confusi e non avere fede. Ma, con la pratica, continuando a lasciare
andare il nostro attaccamento a pensieri, sentimenti e percezioni,
essi diventano una realtà crescente.

Possiamo realmente fare esperienza di questi rifugi. Diventano una
parte della nostra vita, parte di qualcosa al quale possiamo tornare,
proprio qui, proprio ora. Non dobbiamo aspettare. Sono sempre presenti
nel nostro cuore. Qui, ora, nel momento presente. Questa è la vera
bellezza della pratica del Sentiero. Questa totale semplicità, questa
immediatezza, in sé completa. Non c’è altro di cui avere bisogno.
Prendendo solo i Tre Rifugi abbiamo tutti gli strumenti che ci servono
per liberare il cuore.

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