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SCHEDA ARTICOLO N. «00611»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: EIDO MICHAEL LUETCHFORD
TITOLO: NON FARE IL MALE: CONFERENZA SULLA MORALITA' BUDDISTA
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TESTO ARTICOLO

Non fare il Male: Conferenza sulla moralità buddhista

(di Eido Michael Luetchford)

La maggioranza delle religioni hanno le idee chiare rispetto a quello che
sono il bene ed il male. Il Cristianesimo, per esempio, crede nell'esistenza
di due aree della moralità; un mondo del bene (il cielo) ed un mondo del
male (l'inferno). Mentre è possibile che le popolazioni pertenenti alle
culture cristiane non credano più all'esistenza reale di questi due mondi,
com'era il caso nel Medioevo, credono pur sempre che vi sono due tipi di
azioni: quelle buone e quelle cattive.

Le religioni in linea di massima dispongono criteri morali a mo' di guidare
i credenti verso il bene, ed allontanargli dal male. Cioè che la gente si
crede che le azioni possono venir giudicate in quanto buone o male. E
credono che è possibile delimitarle chiaramente le une dalle altre. Il
Cristianesimo tiene i Dieci Commandamenti in quanto basi delle buone e
cattive azioni, ma, nella pratica, le società cristiane hanno sviluppato
sistemi etici e linee di condotta per insegnare alla gente quel che è buono
e quel che è male.

Non è esagerato dire che uno degli oggettivi del Cristianesimo è l'eliminare
il male della superficie del globo e lasciarvi solo il bene. Tuttavia, da un
punto di vista buddhista, questo è sì un esercizio sterile. I buddhisti
credono che la realtà o Dharma è aldilà dei concetti di bene e di male, cio"
che contiene altrettanto dell'uno e dell'altro senza separazione; in uno
stato pre-concettuale. Tentare di eliminare la metà della realtà pare; per
definizione, irrealizzabile. Ben più ancora, lo sforzo cosciente di
eliminare la metà della realtà è pure precisamente una specie di
affermazione dell'esistenza di ciò che si vorrebbe togliere.

Il Buddhismo non dice che non c'è moralità; afferma però l'importanza
centrale della morale e della condotta etica in ogni ambito della vita. Il
suo approccio della condotta morale, però, è molto diversa degli
insegnamenti della società cristiana. Anche se crede il Buddhismo
nell'azione giusta, insiste che l'azione giusta non è la stessa cosa del
nostro concetto dell'azione giusta; che l'azione morale non coincide sempre
con le nostre nozioni preconcette della moralità. Ragione sta che il
Buddhismo crede che solo questo posto qui e questo momento adesso sono reali
e che il resto, passato ed avvenire, non hanno esistenza reale. Ne fuoriesce
che l'unico posto dove la condotta possa essere buona o cattiva è qui ed
adesso.

Così sottolinea il Buddhismo che il bene ed il male hanno un rapporto
diretto col momento presente, qui ed adesso. Agire moralmente significa
agire correttamente a quel momento preciso. Agire correttamente in questo
momento stesso è l'unica vera moralità. Evidentemente, possiamo discutere
del bene e del male in quanto concetti astratti, pero quelle astrazioni sono
sempre separate della situazione reale cui siamo al confronto qui ed adesso,
e sono quindi parziali, e non potranno mai fungere da guida completa per la
nostra azione al presente.

Eppure da il Buddhismo delle linee direttrici per una condotta buona, nella
forma dei precetti buddhisti. Questi precetti però, non sono da concepire
come regole rigide che si debbono seguire a pena di peccato, come lo sono,
per esempio, i Dieci Commendamenti cristiani. I Precetti buddhisti sono
linee di condotta per una condotta corretta.Nelle situazioni reali, però, il
nostro comportamento di decide a secondo dello stato del nostro corpo/mente
al momento dell'agire, e non a secondo dei Precetti presi isolatamente.

Proviamo sinceramente di seguire i precetti, però se infringiamo uno di
essi, il Buddhismo ci incita a ritrovare lo stato di equilibrio ed agire
correttamente al presente, piuttosto che fare penitenza per la cattiva
condotta passata, ch'è passata e non potrà mais venire cambiata.

Quel che dice il Buddhismo, è che agiamo moralmente o correttamente o meno,
in questo momento non dipende dal nostro concetto o della nostra credenza in
ciò che è bene o male, ma dallo stato del nostro corpo e mente al momento
presente. E' ovvio che non possiamo dire che la discussione sulla morale non
ha nessun valore, ma discutere di morale ed essere morale sono diversi, e
l'essere morale non riposa su di una discussione sulla morale, ma sul nostro
stato al momento presente.

Se siamo un po' squilibrati, o disturbati per qualche raggione, agiamo a
volte in un modo nello quale non agiremmo normalmente; ad esempio, facciamo
qualcosa che ci eccita o ci perturba. Quando agiamo così, eccitiamo o
perturbiamo prima di tutto noi stessi. Questo si riproduce spesso nella
nostra vita quotidiana, e la maggioranza del tempo, non ce ne accorgiamo. Ad
esempio, ci irritiamo leggermente a proposito di qualcosa (repulsione) o
siamo fortemente attratti da qualche cosa altro (attrazione). In linea di
massima, continuiamo la nostra vita normale, e l'umore o lo stato nostrano
oscilla un po' dall'agressivo al passivo, dall'attrazione alla repulsione, e
ritroviamo il nostro equilibrio poco a poco che avanza il giorno.

Accade a volte che la nostra oscillazione sia abbastanza ampia per che
notiziassimo che siamo eccitati o arrabiati o qualchesia, ed
occasionalmente, constatiamo nettamente che lo stato propio nostro è
turbato.

Stare in uno stato di turbamento è in rapporto con uno squilibrio nel
sistema nervoso autonomo nostro. Quando il sistema nervoso parasimpatico è
più forte, siamo abitualmente passivi, amabili, poco disposti a litigare, ma
propensi al desiderio. Quando il sistema nervoso simpatico è più forte,
siamo abitualmente agressivi e idealisti, propensi alle liti e senza
riguardo per il conforto fisico. Non se ne conosce ancora bene il
meccanismo, ma è probabile che esista un effetto di ritorno; cioè che una
condotta agressiva possa stimolare ancora di più il sistema nervoso
simpatico, ed un potente desiderio può ancora più stimolare il nostro
sistema nervoso parasimpatico. Questo è pure in rapporto con i cambi chimici
di ormone e i livelli di endocrini nel nostro sangue, altrettanto che nelle
altre parti del nostro corpo, e queste trasformazioni dei livelli chimici ci
seguono per qualche tempo. Dimodoché se, ad esempio, ho bevuto troppo, non
solo m'ubriaco, pero mi sento anche diverso dalla normale per più di un
giorno dopo. O se ho avuto una lite ed ho perso la calma (causa) mi sento
turbato, e questo stato di turbamento perdurerà in me per qualche tempo
(effetto). Così, la causa e l'effetto si stendono dalla sfera del mentale
sino a quella fisica. Lo stato nostro fisico colpisce il nostro stato
mentale e vice-versa. Difatti, il Buddhismo dice che vi sono due faccie ad
ogni cosa.

Corpo e mente sono uno solo.

Se agisco quindi in una maniera che non è equilibrata, mi turbo da solo, e
questo turbamento rimane nel mio corpo/mente. Quando facciamo la
constatazione che siamo turbati in questo modo, sentiamo a volte che abbiamo
agito male. "Oh! Non avrei dovuto bere tanto!" o ancora "Non avrei dovuto
sgridare questa persona", od altro dello stesso genere. Oppure una parte di
noi stessi nega che ci sia qualcosa di male all'aver fatto quel che abbiamo
fatto. Questi due punti di vista opposti, colpabilità e denegazione, ci
fanno spesso sentirci ambivalenti rispetto alle nostre azioni, incapaci di
vedere o di decidere chiaramente si la nostra azione era "buona" o
"cattiva".

A fine di spiegare le concezioni buddhiste sul problema del bene e del male,
Maestro Dogen a scritto un capitolo del Shobogenzo intitolato
Shoaku-makusa -- "Non fare il male". Vi cita un' antica quartina buddhista
che dice che di fare il bene, non fare il male, è l'insegnamento di tutti i
Buddha; che se facciamo il bene, la nostra coscienza diverrà chiara (la
mente verrà purificata). In questo capitolo, dice che non fare il male è
facile da dire, semplice da capire, ma estremamente difficile da realizzare.

Cita una storia di un bonzo che chiede al maestro qual'è la grande
intenzione del Buddha-Dharma. Il maestro gli risponde "Non commettere azione
cattive. Praticare le diverse sorte di bene." Il bonzo ribatte che persino
un bambino da tre anni potrebbe esprimere un principio così semplice,
aspettandosi che la Grande Intenzione sia qualcosa di molto più sofisticato
e complicato. Il maestro gli ribatte che mentre un bambino da tre anni lo
possa esprimere, anche un anziano da ottanta lo può praticare.

Maestro Dogen afferma pure che il non fare il male non è affare di
discussione morale, ma di azione morale, qui ed adesso. Dice che il "Male" è
soltanto "Non fare".Quel che significa con questo, è che è soltanto qui ed
adesso che abbiamo la scelta dell'azione, e che qui ed adesso dobbiamo agire
correttamente. La scelta dell'azione è intuitiva e non può essere
concettualizzata nell'istante. Quando siamo equilibrati, agiamo. Quando non
lo siamo, agiamo. Quando agiamo, ci equilibriamo. All'istante di agire, non
c'è tempo di riflettere su quel che è "bene" o "male". C'è solo l'azione al
momento presente. Quando agiamo correttamente, manteniamo lo stato pacifico
dell'equilibrio, e quando agiamo scorrettamente, ci perturbiamo.

Benche dica il Buddhismo che l'azione morale non è soggetto a discussione,
ma bensì affare dell'azione nostra qui ed adesso, spiegare la situazione può
aiutare. Aiuta a capire la semplice situazione di causa e di effetto, e come
si stende, non solo attraverso il mondo fisico, ma anche nella sfera della
morale. Se la nostra condotta e corretta, agiamo di accordo con tutto ciò
che ci circonda e non ci perturbiamo noi stessi, ma seguiamo la legge
dell'Universo. Se la nostra condotta è cattiva, ci perturbiamo e perdiamo
l'equilibrio.

Perdiamo la nostra pace interna, ma perché l'agire al presente è la base di
questo equilibrio, è nell' agire che si compie la nostra redenzione.
Possiamo allora dimenticare la nostra condotta cattiva passata ed entrare
nello stato di equilibrio al momento presente. E dice che il modo migliore
per trovare il nostro equilibrio al presente, è di praticare Zazen. Vi sono
tanti modi per noi di agire sinceramente, e tutte queste azioni consistono
nel trovare l'equilibrio al momento presente. Ma la pratica di Zazen è così
chiara, così semplice, è così facile di appogiarvisi che la adoperiamo in
tanto del nostro metodo standard. E' salvazione. E' il modo di realizzare la
vera natura dell'azione morale praticando l'azione morale al momento
presente

D: Mi chiedo se è una contradizione o se è solo un paradosso: Lei dice che
"Se siamo un po' squilibriati o perturbati", agiamo a volte in un modo che
non agiremmo normalmente. Quando agiamo così, eccitiamo o perturbiamo noi
stessi prima di tutto. Eppure Lei dice pure che "Quando agiamo, ci mettiamo
in equilibrio", e che, perché l'agire al presente è la base dell'equilibrio,
"è agendo che si compie la nostra redenzione". Suppongo che quel che Lei
dice qui, è che agendo "correttamente", recuperiamo il nostro equilibrio. Ma
come possiamo agire correttamente quando non siamo equilibrati? Sarà di per
la nostra scelta, il libero arbitrio, che esiste al momento presente? Non
richiederà una certa forza o volontà (o sarà l'intelletto?) per andare
contro il nostro stato di squilibrio?

R: Quel che dice a proposito di contradizione o di paradosso è esatto. C'è
qui un paradosso. Questo paradosso è, come potremo mai rimetterci al momento
presente dalla nostra cattiva condotta passata, cioè ogni momento anteriore
al momento presente. Credo che la risposta al paradosso no può trovarsi
altro che nell'esperienza reale. Ci riprendiamo, infatti. Se tento di
analizzare la cosa, sento che mi riprendo attraverso due cose: l'una stando
grazie alle mie azioni sussequenti eni momenti presenti sussequenti, e
l'altra grazie alla pratica di Zazen.

Ma la remissione che sopraggiunge naturalmente grazie alle azioni
sussequenti nei momenti sussequenti è abbastanza lenta: ci vuole tempo.
Mentre, nelle pratica di Zazen, sento che la mia condotta passata si
dissolve nell'aria diafana. Sparisce. Sento che mi rimetto in piedi
direttamente. Ma se si considera quello come un processo, vi sono gradi. Se
sono molto perturbato, allora ci vogliono molti momenti di azione quotidiana
per tornare alla normale. E mi ci vogliono molte sedute di Zazen per
ricuperare il mio stato pacificato. Ma l'aspetto principale, è che credo in
un "metodo di redenzione", cioè un metodo per rimettermi in gamba. anche se
no sento alcuna intenzione di riscattarmi quando pratico Zazen, è così che
lo posso descrivere meglio.

No, pratico Zazen per rimettermi in gamba, ma sento che Zazen E' rimettermi
in gamba. Dimodoché, per tornare alla Sua domanda di partenza, "Come
possiamo agire in uno stato di squilibrio e perturbarci, ma poi agire al
momento seguente per reataurare il nostro stato di equilibrio", l'unica
risposta che possa trovare, è che lo facciamo davvero. agiamo EFFETTIVAMENTE
a volte a mo' di perturbarci, e chiamiamo EFFETTIVAMENTE questo tipo di
azione "cattiva". E POSSIAMO agire nel momento seguente, e ricuperare
qualcosa del nostro equilibrio.

E' quel che facciamo ad ogni momento. La definizione migliore di questo
processo è un' "oscillazione" attorno allo stato di equilibrio. Ma se
tentiamo di descrivere quel che si produce nel dettaglio, viene un
paradosso. Non è consistente, al livello logico. Nel Shoaku-makusa, Maestro
Dogen scrive "Quando il Dharma sta in equilibrio, il male sta in
equilibrio". Nell'azione presente, non c'è nulla che sia separato della
realtà e che possiamo chiamare "cattivo".. Maestro Dogen scrive che siamo
sempre libre al momento presente e che la libertà è libertà di agire
completa.

Ma nello stesso tempo, la nostra azione viene influenzata dal nostro stato
fisico, che a sua volta è indotto dai nostri momenti passati. Questo fà
sicché non siamo liberi, siamo legati dalla causa e dall'effetto. La
soluzione al paradosso non è una soluzione intellettuale; si trova nella
reale azione concreta al momento presente. Al momento di agire, ogni
discriminazione tra bene e male sparisce. Il giudizio viene sempre dopo
l'evento.

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