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SCHEDA ARTICOLO N. «00615»

CLASSIFICAZIONE: 3
TIPOLOGIA: YOGA
AUTORE: ARTHUR OSBORNE
TITOLO: L'INCREDIBILE SAI BABA DI SHIRDI
SPAZIATORE bianco

TESTO ARTICOLO

Tratto da:

Arthur Osborne



Edizioni: Il Punto d'Incontro

(Uno dei rarissimi libri, in cui si parla della precedente reincarnazione
dell'attuale Sai Baba)

1. Presentazione di Sai Baba, di Shirdi

"Guarda, arriva di nuovo quel fachiro pazzo!"

I negozianti si volsero, guardando nella strada, l'alto e scarno giovane che
a lunghi passi
s'era incamminato verso di loro, energico, ma dal contegno riservato, senza
parlare con
nessuno.

Nessuno sapeva chi fosse. Era apparso per la prima volta nella piccola città
di Shirdi, come un
ragazzo di circa sedici anni, nel 1872, alla maniera dei fachiri itineranti,
senza che nessuno
sapesse da dove venisse o perché. Di là, se ne andò, e, poi, vi fece
ritorno, trascorrendo il
resto della sua vita nella cittadina.

Durante le sue visite precedenti aveva vissuto sotto un albero di nim; se ne
stava seduto là
tutto il giorno e di notte; dormiva sulla nuda terra, mangiando quel poco
che i caritatevoli
abitanti del villaggio gli offrivano.

Quando smise di vagabondare e si stabilì a Shirdi, si recò innanzitutto in
un piccolo tempio
indù, con l'intenzione di farne la sua dimora. Ma il custode, Mahalsapathy,
che più tardi
divenne uno dei suoi più intimi discepoli, lo etichettò come fachiro
musulmano e gli rifiutò
l'ospitalità; consigliandolo invece di andare a vivere nella moschea.

Sai Baba seguì il consiglio e la moschea con i muri di fango diventò la sua
dimora.

Poi, parlò con i santi, indù o musulmani, che occasionalmente visitavano la
città, e uno di essi
aveva detto agli abitanti: "Fate attenzione a quel giovane fachiro: è un
gioiello su un
letamaio."

Ma non fu preso in considerazione. Piuttosto, pareva un po' folle. Non si
univa mai a loro e
parlava raramente. Qualche volta ripeteva namaz (la preghiera rituale
islamica che deve essere
ripetuta cinque volte al giorno), ma anche questo accadeva molto raramente.

Il giovane aveva particolari abitudini personali; teneva un fuoco
perpetuamente acceso nella
piccola moschea, (più come un Parsi, che come un musulmano), oltre a delle
piccole lampade ad
olio.

Tranne una manciata di cibo, l'olio per le lampade era la sola cosa di cui
aveva bisogno e che
era solito mendicare dai negozianti. Questa doveva essere la ragione per cui
stava arrivando
ora...

Uno dei negozianti disse: "Divertiamoci un po'alle sue spalle; rifiutiamoci
di dargli l'olio."

Un gruppetto di curiosi si riunì. Ma una volta che l'olio gli fu rifiutato,
il giovane fachiro
si voltò e se ne andò senza alcuna lamentela, o supplica.

"Seguiamolo e vediamo che cosa fa," suggerì qualcuno. Il vecchio istinto del
branco di
combattere il forestiero era al lavoro.

E presto videro un'insolita scena. Arrivato alla moschea, il fachiro
raccolse un recipiente di
terracotta pieno d'acqua e con esso riempì le lampade, le quali si accesero
come se vi
fosse stato versato dell'olio.

Non ci furono più gomitate, o risate soffocate, ora. Presi da un improvviso
timore reverenziale,
essi caddero ai suoi piedi e lo pregarono di non maledirli per tutto quello
che avevano fatto.

Non si parlava più di fachiri pazzi. La gente di Shirdi ora credeva nel
gioiello sul letamaio.

Sapevano che tra loro c'era un uomo di potere e ben presto scoprirono che
era un santo, un
insegnante dalla enorme compassione per coloro che soffrivano.

Tuttavia egli rimase bizzarro, un uomo misterioso. Nessuno conosceva il suo
nome. Sai Baba non
è un nome. Sai è una parola persiana che significa "santo" e Baba è un
termine Lindi usato con
familiarità e rispetto che significa "padre". Nessuno sapeva perché avesse
scelto Shirdi come
sua dimora.

Più un villaggio che una città, a sei miglia dalla più vicina stazione
ferroviaria, non era un
centro spirituale. Eppure egli rimase là per quasi cinquant'anni, fino alla
sua morte, avvenuta
nel 1918, e sempre più numerosi i devoti si affollarono dalle città vicine.

Se ci fu una ragione personale, fu strana quanto tutte le circostanze della
sua vita: molti
anni più tardi, già famoso, ordinò a un devoto di scavare ai piedi
dell'albero dinim dove
soleva sedersi fin dal primo giorno; sotto c'era una tomba ed egli dichiarò
che si trattava
della tomba del suo Guru, ma non il Guru di questa vita, bensì quello di
un'incarnazione
precedente.

Per quanto concerne la sua incarnazione attuale, praticamente non c'è nulla
di noto per i primi
anni. E' quasi certo che egli sia nato in una famiglia bramina, in una
piccola città nei pressi
di Hyderabad. Probabilmente i suoi genitori morirono quando era giovane,
poiché egli lasciò la
casa in tenera età per seguire un fachiro musulmano.

Alcuni anni più tardi il fachiro morì ed egli si unì a un Guru indù. Era
profondamente
attaccato al suo Guru, al quale si rivolgeva con l'affettuoso diminutivo di
Venkusa, Un giorno
Sai baba raccontò la storia di come si erano incontrati e di come avevano
trascorso la loro
vita insieme.



Analizziamo ora la questione dei miracoli. In tempi recenti la maggior parte
dei Maestri
Spirituali si sono di buon grado astenuti dal fare miracoli. Più un'epoca è
materialistica, più
è impressionata da segni e meraviglie che, come Cristo disse ai suoi
seguaci, e come è
universalmente riconosciuto in India, non sono affatto sempre spirituali.
Perciò, il loro uso è
generalmente considerato sconsigliabile. Forse è presuntuoso pensare di
affermare ciò che il
Maestro considera sconsigliabile; forse è meglio affermare semplicemente il
fatto che i
miracoli vengono usati raramente.

La Grazia Divina può manifestarsi in vari modi in un grande Santo o in un
Maestro, ma questo è
differente. Non implica atti evidenti, o deliberati. Per esempio, i devoti
di Bhagavan Ramana
Maharshi, il supremo saggio dei tempi moderni, fanno notare che appena le
preghiere gli
venivano rivolte ottenevano risposta, le malattie venivano curate, i
pericoli evitati, sebbene
egli non eseguisse apertamente nessun miracolo.

Quando gli fu chiesta una spiegazione di questo egli disse: "E' sufficiente
che i pensieri di un
jnani vengano rivolti in una direzione qualunque, e l'attività divina
automaticamente
comincia."

Tutta la sua attività era discreta e poco evidente, per quanto possibile. Ma
non fu così con
Sai Baba. I suoi miracoli erano appariscenti. Nulla era automatico.

Due storie serviranno ad illustrare la differenza:

Una donna morì a Tiruvannamalai. Il marito non poté portare il cadavere al
luogo di cremazione,
poiché per tutto il giorno cadde una pioggia torrenziale e, a causa del
clima indiano, è
davvero poco saggio, oltre che illegale, tenere un cadavere per più di
ventiquattr'ore, senza
dargli sepoltura o provvedere alla cremazione.

Così egli andò a raccontare la sua situazione al Maharshi. Guardando il
cielo, il Maharshi
disse: "Penso che smetterà di piovere." Il devoto ritornò a casa e
immediatamente ordinò che i
buoi venissero aggiogati al carretto per portare il cadavere in città per la
cremazione, tale
era la sua fede in ogni parola del Maharshi. E in effetti la pioggia si
arrestò abbastanza a
lungo da poter svolgere la sua missione.

Ed ecco l'altra storia.

Shirdi è a circa sei miglia da Kopergaon, la più vicina stazione
ferroviaria, e il solo veicolo
per viaggiare era un tanga, carretto trainato da un cavallo.

Alcune persone, che avevano fatto visita a Sai Baba, avevano la necessità
urgente di prendere
il treno della notte per ritornare a Bombay, ma stava infuriando una
tremenda tempesta. Sai
Baba guardò in alto e gridò: "Ehi! Basta! Adesso fermati! I miei figli
devono tornare a casa."

E la tempesta si placò.

Bisogna comunque tener presente che c'era sempre uno scopo nei suoi
miracoli. E quanto questo
scopo potesse variare sarà evidente proseguendo nella lettura di questo
libro. Una volta egli disse: "Do' ai miei devoti ciò che vogliono, affinché
comincino a
desiderare quello che io voglio dar loro veramente." A parte i miracoli,
c'era comunque
qualcosa di bizzarro in Sai Baba.

Egli era una strana figura, che insegnava indifferentemente a indù e
musulmani, tenendo un fuoco
sacro acceso in una moschea, arrabbiandosi con i suoi devoti; prendendoli
persino a bastonate,
rispondendo a pensieri inespressi, lanciando pietre e insulti ad un
visitatore incredulo per
scacciarlo; oppure, eseguendo un miracolo per attirarlo a se, chiedendo
apertamente del denaro e,
poi, regalandolo ad altri.

Era un Gargantua spirituale, uno di fronte al quale Gargantua è ridotto a un
bambino. Poteva
scoppiare in una tremenda ira senza alcuna ragione evidente, distribuendo
insulti; ma, la
tempesta presto passava ed egli improvvisamente cominciava a parlare
dolcemente a qualcuno
appena arrivato, o che se ne stava andando.

Ogni tanto ripeteva sacri versi islamici, arabi o persiani, raramente indù,
il tutto sottovoce,
come se non volesse essere udito. Compiva anche strani riti. Stava di fronte
al suo fuoco
rituale e strofinava delle monete. Uno dei suoi devoti più stretti, Das
Ganu, ha descritto
questa pratica:



"Sai Baba occasionalmente eseguiva strani riti, tra l'una e le due del
pomeriggio, nella
moschea, quand'era solo, tenendo davanti a se un panno che lo schermava.

"Tirava fuori da un borsellino dieci o quindici vecchie monete di vario
tipo, da un quarto di
anna ad una rupia e le strofinava gentilmente tra le dita.

"Non so se nel frattempo ripetesse qualche mantra. La loro superficie era
consumata dallo
strofinio. Qualche volta mentre lo faceva diceva: "Questa è di Nana, questa
è di Babu, questa è
di Taka e così via. Ma se qualcuno si avvicinava, le raccoglieva
immediatamente e le rimetteva
nel borsellino nascondendole."

Ovviamente, le monete simbolizzavano i devoti sui quali egli stava lavorando
spiritualmente,
trasmettendo loro la Grazia, elevandoli e sostenendoli. Ogni maestro lo fa,
ma Sai Baba usava
dei simboli, mentre un altro poteva non mostrare segni esteriori.

Un devoto musulmano, che era un attendente personale di Sai Baba, ha
descritto un altro strano
rito: "Baba era solito sedere dietro una colonna, nella quale era nascosta
una lampada che
continuava ad ardere. Da dove egli era seduto la lampada non era visibile.
Non lo vidi mai
guardare direttamente la lampada.

"Aveva l'abitudine di riempire dei recipienti di terracotta con dell'acqua e
porli vicino a se.

Stava seduto con due di essi al fianco e continuava a versare l'acqua in
varie direzioni. Non
posso dire perché lo facesse, o se pronunciasse qualche mantra nel
frattempo."

Anche in questo caso, deve essersi trattato di un simbolo del fluire della
Grazia...

Inoltre, non c'era peculiarità maggiore del suo modo di dormire. Per gran
parte della sua vita
egli dormi' su un'asse lunga centocinquanta centimetri e larga meno di
quaranta, attaccata al
soffitto per mezzo di strisce di vecchia stoffa quasi inesistenti.

Era sollevata da terra di centottanta centimetri circa e numerose lampade
erano poste sotto di
essa.

Dev'essere stato necessario far uso della levitazione non solo per salirvi,
ma anche per
adagiarvisi senza spezzare i supporti. Non può essersi trattato di sonno
normale.

Una volta, quando Das Ganu e alcuni altri si misero ad osservare l'asse, in
un impeto d'ira Sai
Baba l'afferrò e la fece a pezzi.

Una spiegazione di questo strano modo di dormire l'ha offerta, con un
commento degno di nota,
una signora Parsi:

"Mi colpì una differenza notevole che notai tra Sai Baba e altri santi
famosi ai quali ho fatto
visita e che ho visto in uno stato di samadhi, completamente dimentichi del
loro corpo.
"Ho potuto anche vederli riprendere coscienza dell'esterno, consci del
contenuto dei nostri
cuori e rispondere alle nostre domande.
"Ma con Sai Baba c'era questa peculiare differenza: non aveva bisogno di
entrare in samadhi per
raggiungere qualcosa, o conseguire uno stato superiore di coscienza.
"In ogni istante era in uno stato di duplice coscienza: uno che utilizzava
attivamente l'ego
chiamato Sri Sai Baba e che giocava con gli altri ego in faccende temporali,
o spirituali, e
l'altro che trascendeva ogni ego e dimorava nello stato del Se Universale.
"Egli manifestava i poteri e le caratteristiche proprie di entrambi gli
stati di coscienza.

Altri santi avrebbero dimenticato il loro corpo e l'ambiente circostante per
poi ritornarvi, ma
Sai Baba era costantemente all'interno e all'esterno del mondo materiale.

"Alcuni dimostrano di fare uno sforzo per leggere il contenuto della mente
altrui e per
raccontare gli avvenimenti passati, ma per Sai Baba non era necessario
alcuno sforzo.
Egli era sempre nello stato onnisciente."

Un uomo realizzato può, come afferma la donna parsi e come io stesso
constatai nel caso di
Bhagavan Ramana Maharshi, essere in uno stato di samadhi permanente, o
Conoscenza Divina, e in
tale caso non soltanto non è necessario il tipo di samadhi che sembra
trance, ma è superfluo
anche il normale stato di sonno.

Non è l'oblio comunemente conosciuto come sonno quello che egli sperimenta,
ma la luminosità
del samadhi. Ciò significa che Sai Baba di notte non era nello stato di
sonno, ma in uno di
levitazione e samadhi, prendendosi cura dei suoi devoti ed inviando loro la
sua Grazia.

Perché egli lo dovesse mostrare in una maniera che sembrava esibizionista e
tuttavia si
arrabbiasse se veniva visto, è un'altra questione.



La profondità di Sai Baba e la sua stranezza, il simbolismo del suo
linguaggio e la rudezza
della sue maniere sono evidenti in uno scontro che egli ebbe con le
autorità.

Un ladro fu arrestato con dei gioielli rubati e portato di fronte al
tribunale della vicina
città di Dhulia. Sarebbe stato un caso semplice, se egli non avesse avanzato
l'imbarazzante
pretesa che Sai Baba gli aveva dato i gioielli.

Tutti conoscevano la ricchezza che ogni giorno veniva elargita a Sai Baba o
distribuita da lui;
comunque, in questo caso, era certo che i gioielli erano rubati. La sola
cosa da farsi era mandare un invito
a Sai Baba affinché si recasse in tribunale a testimoniare.

"Baba, c'è una convocazione per voi", balbettò timidamente il poliziotto.

"Prendi quello straccio di carta e gettalo nel fuoco!" Ruggì Baba.

Naturalmente, un tale disprezzo per l'autorità non poteva essere ignorato e
venne emesso un
mandato d'arresto. Il poliziotto avanzò nervosamente con esso. "Questa volta
hanno emesso un
mandato d'arresto, Baba. Verresti per favore con me a Dhulia?"

Con un torrente di imprecazioni Baba gli ordinò di gettare il mandato nella
latrina.

Alcuni dei devoti più influenti si riunirono per discutere sul da farsi.
Firmarono una
petizione nella quale affermavano che un uomo adorato da un così vasto
seguito non avrebbe
dovuto essere convocato e suggerirono che venisse inviato un commissario a
Shirdi per ottenere
la sua testimonianza. La loro richiesta venne accolta e un certo Joshi, un
magistrato di prima
classe, fu incaricato del caso.

"Qual è il vostro nome?" Egli cominciò.

"Mi chiamano Sai Baba."

"Il nome di vostro padre?"

"Sai Baba."

"Il nome del vostro Guru?"

"Venkusa."

"Credo o religione?"

"Kabir."

"Casta o comunità?"

"Parvardigar."

"Età?"

"Centinaia di migliaia di anni."

L'indagine era stata avviata con delle domande di rito; solo che le risposte
erano ben diverse
dalla consuetudine. Infatti erano tutte simboliche.

Sai Baba non è un nome, ma un epiteto, come è già stato spiegato. Dando il
suo stesso nome in
risposta alla domanda su quale fosse il nome di suo padre, egli
sottintendeva che non era più
condizionato da parentele umane.

Kabir fu un grande santo che visse a cavallo del XV e del XVI secolo e che
aveva seguaci sia
indù che musulmani; fornendo il suo nome Sai Baba suggeriva che anch'egli si
era elevato al di
sopra delle religioni dei suoi seguaci.

"Parvardigar" è un nome divino; si ritiene che colui che ha conseguito la
realizzazione del Se'
sia al di sopra delle quattro caste, in uno stato divino, questa era
l'implicazione. Per quanto
concerne la sua età, la risposta implica che egli era al di là delle
limitazioni del tempo,
stabilito nell'eterno presente della consapevolezza spirituale.

La successiva domanda di rito fu: "Giuri di dire tutta la verità,
nient'altro che la verità?"

"La verità", egli affermò brevemente.

"Conosci l'accusato?"

"Sì, lo conosco". Questo almeno suonò soddisfacente, ma solo fino a quando
Sai Baba aggiunse:

"Io conosco tutti."

"Egli afferma di essere tuo devoto e di essere stato con te. E'così?"

"Sì. Tutti sono con me. Tutti sono miei".

Si trattava di un'affermazione dell'universalità dell'Uomo Divino, ma non
era di grande peso
legale.

"Gli hai dato dei gioielli, come lui ha affermato?"

"Sì. Glieli ho dati." Ma una volta ancora, un'affermazione chiara fu resa
vana dalla
metafisica: "Chi dà che cosa? Bachi?"

"Se gli hai dato i gioielli, come li hai avuti?"

"Ogni cosa è mia."

A quel punto il magistrato perse la pazienza. Tutto questo poteva essere una
buona
disquisizione metafisica, ma era una pessima testimonianza.

"Baba!" Egli scoppiò, "questa è una seria accusa di furto. L'uomo dice che
tu gli hai dato i
gioielli."

Anche Baba perse la pazienza. "Che cos'è tutto questo? Che diavolo ho a che
fare io con ciò?" E
se ne andò.

Successivamente la questione della testimonianza fu lasciata cadere, perché
si poté provare che
l'accusato non era a Shirdi al momento del furto.

E' interessante notare che a Sai Baba non fu chiesto di firmare la sua
deposizione. Egli non
firmò mai nessun documento. Non aveva un nome con cui firmare.

Fu verso il 1900 che la fama di Sai Baba cominciò a spargersi. Nell'ultimo
decennio della sua
vita, Shirdi fu costantemente affollata da visitatori. L'ammalato veniva
guarito, il senza
figli otteneva famiglia, il dubbioso acquisiva fede.

Verso la fine, vennero organizzate delle magnifiche celebrazioni annuali,
con tanto di
destrieri, cocchi ed elefanti adornati regalmente. Sai Baba aveva un'enorme
avversione per
tutta quella pompa, ma cedette alle insistenze dei suoi seguaci. Fluirono
grandi ricchezze che
venivano distribuite come l'acqua, cosicché, quando egli morì, aveva
soltanto il denaro
sufficiente a coprire le spese per il funerale.

Alla sua morte il numero dei suoi devoti è aumentato, non è diminuito. Come
mai allora egli è
rimasto sconosciuto fuori dall'India?

Ho già suggerito la risposta. C'è ancora una grande fede in India. Ci sono
molti santi, sebbene
per la maggior parte siano poco conosciuti. Ci sono sadhu e fachiri genuini,
viaggiatori sul
Sentiero, come pure imbroglioni. Ma c'è un altro aspetto. L'India è
istruita, occidentalizzata,
affascinata dagli ideali occidentali della scienza e del progresso, sia da
quelli ottenuti
tramite la democrazia o tramite il comunismo, ed è molto sensibile al fatto
di essere
considerata retrograda o superstiziosa.

Sono i prodotti di questa India che scrivono libri per editori stranieri.
Non c'è da
meravigliarsi allora che essi esitino a pubblicizzare un santo che insegnò
con i miracoli,
piuttosto che con i libri. I devoti di Sai Baba per lo più si contano tra la
gente più
conservatrice (sebbene in privato si possano scoprire le persone più
sorprendenti tra di loro).

Sono stati scritti parecchi libri su di lui nei vari dialetti indiani, ma
forse è naturale che
debba essere un occidentale a far conoscere Sai Baba in Occidente.

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