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SCHEDA ARTICOLO N. «00757»

CLASSIFICAZIONE: 3
TIPOLOGIA: YOGA
AUTORE: PARAMAHANSA YOGANANDA
TITOLO: LA SCUOLA YOGA CHE YOGANANDA FONDO' A RANCHI
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TESTO ARTICOLO

CAPITOLO XXVII

della "Autobiografia di uno Yoghi"

- di Paramahansa Yogananda -

Astrolabio Editore

FONDO UNA SCUOLA YOGA A RANCHI

"Perché sei contrario al lavoro organizzativo?".
La domanda del Maestro mi allarmò un poco. A quel tempo ero
davvero convinto che le organizzazioni non fossero altro che
'nidi di vespe'.

"E' un compito ingrato, signore", gli riposi. "Qualunque cosa
faccia o non faccia, il capo viene sempre criticato".

"Vuoi serbare tutto il channa (giuncata) divino per te solo?",
ribattè il mio Guru con sguardo severo. "Potresti tu, o qualsiasi
altra persona, giungere alla comunione con Dio attraverso lo
yoga, se non vi fosse stata una catena di Maestri dal cuore
generoso, disposti a impartire agli altri la loro saggezza?". E aggiunse:
"Dio è il Miele, le organizzazíoni sono le arnie; entrambi sono
necessari. Certamente qualsiasi forma esteriore è inutile senza
lo spirito; ma perché tu non dovresti organizzate degli alveari
attivi, colmi di nettare spirituale?".

Il suo consiglio m'impressionò profondamente. Pur non rispondendo
in modo esplicito, sentii sorgere in me una risoluzione
incrollabile: avrei condiviso con i miei simili, per quanto era
mio potere, le verità liberatrici che avevo imparate ai piedi del
mio Guru.

"Signore",
pregai, "possa il Tuo amore risplendere per sempre sul santuario
della mia devozione, e possa io esser capace di risvegliare
questo amore in tutti i cuori".

In una circostanza precedente la mia entrata nell'Ordine
monastico, Sri Yukteswar aveva fatto un'osservazione quanto mai
inattesa:
"Quanto ti mancherà, nella vecchiaia la compagnia di una moglie!"
aveva detto. "Non ti pare che l'uomo di famiglia, impegnato in un
lavoro pratico per mantenere la moglie e i figli, compia
un'azione meritevole agli occhi di Dio?"

"Maestro", avevo protestato, in, allarme, "voi sapete che in
questa vita io desidero solo unirmi all'Amato Cosmico".
Il Maestro aveva riso così allegramente, da farmi comprendere che
la sua osservazione era stata fatta solo per mettermi alla prova.

"Ricorda" egli aveva detto lentamente, "che chi respinge da sé i
comuni doveri terreni può essere giustificato soltanto se si
accolla delle responsabilità verso una famiglia assai più
numerosa".

L'ideale di poter dare ai giovani un'educazione completa era
sempre stato assai caro al mio cuore. Vedevo chiaramente gli
aridi risultati dell'educazione comune, che mira solo allo sviluppo del
corpo e dell'intelletto. I valori morali e spirituali, senza i
quali nessun uomo può avvicinarsi alla felicità, non erano ancora
inclusi nei programmi ufficiali. Decisi dunque di fondate una
scuola dove i giovinettì potessero divenire uomini completi.

Iniziai la mia opera con sette ragazzi, a Dihika, un paesino del
Bengala.

L'anno seguente, nel 1918, grazie alla generosità di Sír Manindra
Chandra Nundy, Maharaja dì Kasimbazar, potei trasferite il mio
gruppo che aumentava rapidamente, a Ranchi. Questa città del
Bihar, a circa duecento miglia da Calcutta, è benedetta da un
clima tra i più salubri dell'India. Il Palazzo di Kasímbazar, a Ranchi,
divenne l'edìficìo prìncipale della sede della nuova scuola che
chiamai Yogoda Satsanga Brabmacharya Vidyalaya.

Organizzai un programma sia di scuola elementare, sia di scuola
superiore. L'insegnamento riguardava l'agricoltura, l'industria,
il commercio e le materie accademiche. Seguendo gli ideali educativi
dei rishi, i cui ashram nei boschi erano anticamente i luoghi
d'ìnsegnamento laico e religioso della gioventù indiana, disposi
che la maggior parte delle lezioni venissero tenute all'aperto.

Agli studenti di Ranchi si insegna la meditazione yoga e un
sistema impareggiabile per la salute e lo sviluppo fisico, lo
Yogoda, i cui principi avevo scoperto nel 1916.

Accortomi che il corpo dell'uomo può essere paragonato a una
batteria elettrica, pensai che esso poteva esser ricaricato di,energia.
mediante l'azione diretta della volontà umana. Poiché nessun
atto, semplice o importante, è possibile senza l'intervento della
volontà, l'uomo può usufruire del suo primo principio azíonante,
la volontà, per rinnovare le proprie forze senza fastidiosi
apparecchi o esercizì meccanici. Con la mia semplice tecnica
Yogoda è possibile rícarícarsi coscientemente e istantaneamente
della forza vitale (accentrata nel midollo allungato dell'uomo),
attingendo all'illimitata riserva di energia cosmica.

I ragazzi rispondevano magnificamente a questo metodo educativo,
sviluppando straordinarie capacità di trasferire l'energia vitale
da una parte all'altra del corpo e di stare seduti in perfetto
equilibrio in difficili asana (posizioni). Essi compivano imprese
di forza e resistenza che pochi adulti vigorosi erano in grado di
eguagliare.

Il mio fratello più giovane, Bishnu Charan Ghosh, si
iscrisse alla scuola di Ranchi, e in seguito divenne un eminente
specialista di cultura fisica nel Bengala. Egli e un suo allievo
viaggiarono in Europa e in America negli anni 1938-39, esibendosi
in esercizi di forza e di controllo dei muscoli. I dotti
professori della Columbia University a Nuova York e di molte
altre università d'America e d'Europa rimasero sbalorditi dalle
dimostrazioni del potere che la mente ha sul corpo.

Alla fine dei primo anno le domande di ammissione a Ranchi erano
giunte a duemila. Ma la scuola, che a quei tempi era solo per
studenti interni, poteva accoglierne solo un centinaio. Ben
presto si aggiunsero dei corsi esterni.

Nel Vidyalaya (scuola) dovevo fare ai bambini piccoli da padre e
da madre, e affrontare molte difficoltà organizzative. Spesso
rammentavo le parole del Cristo: 'Io vi dico in verità che non vi
è alcuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o padre,
o madre, o moglie, o figliuoli, o campi, per amore di me e per
amore dell'evangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva
cento volte tanto; case, fratelli, sorelle, madri, figliuoli,
campi, insieme a persecuzioni; e nel mondo a venire, la vita
eterna".

Sri Yukteswar aveva interpretato queste parole nel modo seguente:
'Il fedele che si priva dell'esperienza di vita del matrimonio e
della famiglia, e baratta i problemi di una piccola casa da
dirigere e di attività limitate con le più vaste responsabilità
che comporta il servire la società in genere, si assume un compito
che spesso è accompagnato da persecuzioni da parte di un mondo
che non comprende. Ma tali più vaste immedesimazioni aiutano il
devoto a superare l'egoismo e gli portano una divina ricompensa'.

Un giorno mio padre giunse a Ranchi per darmi la paterna
benedizione che mi aveva a lungo negata, essendosi offeso del mio
rifiuto di occupare il posto da lui offertomi nelle Ferrovie
Bengala-Nagpur.
"Figlio", mi disse, "Mi sono ora riconciliato con la vita che hai
scelto. Mi dà gioia vederti fra questi giovinetti felici e avidi
di sapere; tu appartieni ad essi assai più che agli aridi numeri
di una tabella ferroviaria". Agitò una mano verso un gruppo di
una dozzina di piccoli che si affollavano alle mie calcagna. "Non ho
avuto che otto figli", osservò, ammiccando "ma ti posso
comprendere appieno!"

Con un grande frutteto e sei ettari di terreno fertilissimo messi
a nostra disposizione, gli studenti, i maestri e io stesso
passavamo molte ore piacevoli coltivando i giardini e eseguendo
altri lavori all'aria aperta in quei luoghi incantevoli. Avevamo
molti animali: cani, gatti, capre, mucche e un giovane cervo,
idolatrato dai bambini. Anch'io amavo tanto il cerbiatto che lo
facevo dormire nella mia stanza. Alle luci dell'alba la bestiola
trotterellava verso il mio letto per ricevere la carezza
mattutina. Un giorno gli diedi da mangiare prima dell'ora solita, poiché dovevo
recarmi in città per affari. Nonostante avessi avvertito i
ragazzi di non dargli altro nutrimento fino al mio ritorno, uno di essi
disubbidì e fece bere al cerbiatto una grande quantità di latte.
Quando tornai la sera, tristi notizie mi attendevano: il
cerbíatto stava per morire di indigestione.

In lacrime, presi in grembo la bestiola che già sembrava senza
vita, e implorai Dio di risparmiarla. Qualche ora dopo la
creaturina riaprì gli occhi, si sollevò e cominciò lentamente a camminare.
Tutta la scuola fece festa.

Ma quella notte mi fu data una profonda lezione che non potrò mai
dimenticare. Fino alle due del mattino vegliai col cerbiatto, poi
mi addormentai. Esso mi apparve in sogno e mi disse:
- Tu mi trattieni! Ti prego, lasciami andare! Lasciami andare!
- Sta bene - gli risposi in sogno.

Mi svegliai immediatamente e gridai: "Ragazzi, il cerbiatto
muore. Tutti i bambini si precipitarono accanto a me.
Corsi all'angolo della stanza dove avevo adagiato il piccolo.
Esso compì un ultimo sforzo per sollevarsi, fece un passo
barcollante verso di me, poi cadde ai miei piedi, morto.

Secondo il karma collettivo che guida e regola il destino degli
animali, la vita del cerbiatto era terminata ed esso era pronto a
rinascere in una forma superiore. Ma per il mio profondo
attaccamento, di cui in seguito riconobbi l'egoismo, e con le mie
fervide preghiere, ero riuscito a trattenerlo ancora entro i limiti della
forma animale nella quale la sua anima si dibatteva agognando
alla liberazione. L'anima del cerbiatto mi supplicò nel sogno, poiché
senza il mio affettuoso consenso non avrebbe voluto, o potuto,
andar via. Appena acconsentii, se ne andò.

Non sentii più dolore: compresi una volta di più che Dio vuole
che i suoi figli amino tutte le cose come parte di lui, e che non
soggiacciano all'illusíone che la morte sia la fine di tutto.
L'uomo ignorante vede solo l'insormontabíle muro della morte che
nasconde, in apparenza per sempre, coloro che ama. Ma l'uomo
distaccato, colui che ama gli altri quali manifestazioni del
Signore, comprende che al momento della morte coloro che gli sono cari non
fanno che ritornare a Lui per un breve respiro di gioia.

La scuola di Ranchi divenne, dopo i suoi modesti e semplici
inizi, un'istituzione che ormai è ben nota nel Bihar e nel
Bengala.

Molte sezioni della scuola si sostengono con i contributi
volontari di coloro che amano vedere perpetuati gli ideali
educativi dei rishi. Sotto il nome comune di Yogoda Satsanga altre scuole
fiorenti, che dipendono tutte da Ranchi, furono aperte a
Midnapore, Lakshmanpur e Puri.

La casa-madre di Ranchi ha una sezione medica, dove le medicine e
l'assistenza medica vengono offerte gratuitamente ai poveri del
luogo. La media annua delle persone curate raggiunge e supera i
18.000 casi. Il Vidyalaya ha anche brillantemente partecipato
alle competizioni sportive indiane, e nel campo scolastico molti
alunni di Ranchi si sono distinti in seguito nella vita
universitaria.

La scuola, [che col 1958 è entrata nella sua quarta decade], è il
centro di molte attività, ed è stata onorata della visita di
uomini e donne illustri, sia orientali che occidentali. Una delle
prime figure eminenti che ispezionarono il Vidyalaya nel suo
primo anno di vita fu lo Swarni Pranabananda, il santo di Benares "dai
due corpi". Quando il grande Maestro assistette alle suggestive
lezioni all'aperto sotto gli alberi, e la sera vide i ragazzi
sedere immobili per delle ore in meditazione yoga, ne fu
profondamente commosso.

"La gioia m'inonda il cuore nel vedere che gli ideali di Lahiri
Mahasaya per una giusta educazione della gioventù vengono messi
in atto in questa istituzione", disse. "Le benedizioni del mio Guru
la proteggano".

Un ragazzo che mi sedeva accanto osò fare al grande Santo una
domanda:
"Signore, sarò io un monaco? Sarà la mia vita dedicata a Dio
solo?".
Nonostante Swami Pranabananda sorridesse gentilmente, i suoi
occhi penetravano il futuro.
"Figliolo", rispose, "per quando sarai grande una bellissima
sposa ti aspetta". Ed effettivamente il ragazzo si sposò, dopo
aver progettato per anni di entrare nell'Ordine degli Swami.

Poco dopo la visita dello swami Pranabananda a Ranchí,
accompagnaí mio padre a visitare lo yoghi nella casa di Calcutta
dove egli alloggiava provvisoriamente. La predizione fattami da lui tanti
anni prima mi balenò alla mente: "Ti vedrò più tardi con tuo
padre".

Quando mio padre entrò nella stanza del grande yoghi, questi si
alzò dal suo sedile e lo abbracciò con affettuosa reverenza.

"Bhagabati", esclamò, "che fai? Non vedi tuo figlio correre verso
l'Infinito?". Arrossii, sentendomi lodare dinanzi a mio padre. Lo
Swami continuò: "Rammenti quante volte il nostro Guru. benedetto
diceva: Banat, banat, ban jai. - Pratica perciò senza tregua il
Kriya Yoga e raggiungerai rapidamente le porte divine".

Il corpo di Pranabananda, che mi era apparso così sano e forte
nella mia prima emozionante visita a Benares, appariva ora
decisamente invecchiato, sebbene il suo portamento fosse ancora
ammirevolmente eretto.

"Swainiji", gli chiesi guardandolo diritto negli occhi, "vi
prego, ditemi la verità: non sentite che gli anni passano? Mentre
il corpo si indebolisce, non diminuisce anche la vostra percezione
di Dio?".

Sorrise angelicamente. "Ora più che mai l'Amato è con me!" La sua
assoluta certezza mi commosse mente e anima. Egli continuò: "Godo
ancora delle due pensioni, l'una concessami da Bhagabati, e
l'altra dall'Alto". E puntando il dito verso il cielo, il Santo
cadde per qualche tempo in estasi, il viso illuminato da un divino
splendore. Era la più esauriente risposta alla mia domanda!

Poichè m'ero accorto che la stanza di Pranabananda era piena di
piante e di pacchi di semi, gliene chiesi il perché.

"Ho lasciato per sempre Benares", mi disse, "e sto per avviarmi
verso l'Himalaya. Là aprirò un ashram per i miei discepoli.
Questi semi produrranno spinaci e qualche altro ortaggio. I miei cari
vivranno semplicemente, trascorrendo il loro tempo nella felice
unione con Dio. Null'altro è necessario".

Mio padre chiese al suo condiscepolo quando sarebbe ritornato a
Calcutta.

"Mai più!", rispose il Santo. "Quest'anno è proprio quello in cui
Lahiri Mahasaya predisse che avrei lasciato la mia cara Benares
per sempre e sarei andato sull'Himalaya per abbandonare lì la mia
spoglia mortale".

A tali parole gli occhi mi si riempirono di lacrime. Ma lo Swami
sorrise tranquillamente; mi sembrava un piccolo bambino celeste
seduto fiduciosamente in grembo alla Madre Divina. Il peso degli
anni non ha alcuna influenza negativa sulla piena padronanza dei
supremi poteri spirituali di cui è munito un grande yoghi. Egli
può rinnovare il proprio corpo a volontà; tuttavia talvolta egli
non desidera ritardare il processo degli anni, ma lascia che il suo
karma si consumi sul piano fisico, usando il suo presente corpo
quale elemento accelerante, per evitare di dover smaltire degli
ultimi frammenti di karma in una nuova incarnazione.

Dopo alcuni mesi incontrai un vecchio amico, Sanandan, che era
uno dei discepoli più stretti di Pranabananda.
"Il mio adorabile Guru se n'è andato", mi disse fra i singhiozzi.
"Fondò un eremitaggio vicino a Rishikesh, e là ci impartì
amorevolmente il suo insegnamento. Quando fummo abbastanza ben
sistemati e facevamo ormai con lui rapidi progressi spirituali,
un giorno egli ci propose di dar da mangiare a un'enorme folla che
veniva da Rishikesh. Gli chiesi perché desiderasse ospitare tanta
gente. - - Questa è la mia ultima cerimonia, - mi rispose. Non
compresi appieno il significato delle sue parole. Pranabanandaji
ci aiutò a cucinare enormi quantità di cibo. Servimmo più di duemila
ospiti. Dopo la festa il Maestro sedette su un'alta piattaforma e
pronunciò un ispirato sermone sull'Infinito. Poi, davanti a tutti
i presenti, si rivolse a me che gli sedevo accanto e parlò con
insolita forza: - Sanandan, preparati. Sto per dare il calcio
alla mia forma."

"Dopo un istante di sbalordite silenzio, urlai: - No, Maestro,
non lo fate! Vi prego, vi prego, non fatelo!"

"La folla era ammutolita, perplessa alle mie parole.

Pranabanandaji sorrise, ma il suo sguardo solenne era già fisso
nell'Eternità:

"Non essere egoista e non soffrire per me. Per molto tempo vi ho
serviti tutti lietamente; adesso gioite e auguratemi buon
viaggio.

Vado a incontrare l'Amato Cosmico. - Poi aggiunse in un alito: -
Presto rinascerò Dopo aver gioíto per un breve periodo
dell'Estasi Infinita, ritornerò sulla terra e mi unirò a Babaji . Ben presto
saprai quando e dove la mia anima sarà racchiusa in un nuovo
corpo."

"Gridò ancora: - Sanandan, ecco che dò il calcio alla mia forma
col secondo Kriya".

"Lanciò uno sguardo a quel mare di visi che stavano dinanzi a
noi, e ci benedì. Poi rivolse lo sguardo all'interno, all'occhio
spirituale. e divenne immobile. Mentre la folla disorientata
pensava che stesse meditando in estasi, egli aveva già lasciato
il tabernacolo di carne e aveva immerso la sua anima nella vastità
cosmica. I discepoli ne toccarono il corpo seduto nella posizione
del Loto, ma esso non era più calda carne. Rimaneva solo una
rigida spoglia, il cui abitante era fuggito verso la riva
immortale".

Quando Sanandan ebbe finito il suo racconto, pensai che la morte
del benedetto Santo dai due corpi cra stata spettacolare e
drammatica come la sua vita.

Chiesi dove Pranabananda dovesse rinascere.

"Questo è un segreto sacro che non posso rivelare a nessuno", mi
rispose Sanandan. Torse potrai scoprirlo per altre vie".
Molti anni dopo, infatti, seppi dallo Swami Keshabananda che
Pranabananda, dopo la sua rinascita in un corpo nuovo, era andato
a Badrinarayan nell'Himalaya e là si era unito al gruppo di Maestri
adunati intorno al grande Babaji.

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Manina indica Giù Spaziatore Manina indica Giù
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