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SCHEDA ARTICOLO N. «00823»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: FRED VON ALLMEN
TITOLO: I BRAMAVIHARA: GENTILEZZA INFINITA PARTE 1 E 2 (MONOGRAFIA LUNGA)
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TESTO ARTICOLO

I bramavihara: gentilezza infinita

( di Fred Von Allmen)

("La mia religione è la gentilezza" - S. E. il XIV Dalai Lama)

-

I quattro brahmavihara sono l'amore (metta), la compassione (karuna), la
gioia compartecipe (mudita) e l'equanimità (upekkha).

Tali stati o qualità del cuore e della mente sono chiamati brahmavihara,
cioè "luoghi dove dimorano i Brahma", dato che i Brahma, le massime divinità
dell'esistenza, dimorano in tali stati. Il termine brahmavihara viene
tradotto anche con dimora 'sublime' o 'elevata'.

Queste qualità o stati mentali vengono chiamati anche apamanna, cioè
illimitati, in quanto si riferiscono a un numero illimitato di esseri, e
cioè a tutti gli esseri, senza eccezione.

Il primo dei brahmavihara è la gentilezza amorevole (metta). La metta è una
delle qualità più importanti e potenti della pratica spirituale. L'apostolo
Paolo ne parla in maniera convincente:

La carità è la più eccellente delle virtù.
Quand'anche io parlassi le lingue
degli uomini e degli Angeli,
se non ho la carità -
io sono un bronzo che suona
o un cembalo che squilla.
Di più, avessi pure il dono della profezia
e conoscessi tutti i segreti di Dio
e avessi una fede tale da spostare la montagne,
se non ho la carità -
io sono un niente.
Anzi se distribuissi anche tutti i miei beni
e dessi il mio corpo ad essere bruciato,
se non ho la carità -
tutto questo non mi giova a nulla .

Per amore o gentilezza amorevole si intende 'una morbidezza del cuore'. La
radice della parola pali metta è 'mid', che significa 'morbido' o
'amorevole'.
La parola in sanscrito mitra vuol dire 'amico'. Il termine metta indica
dunque "una morbida, amorevole benevolenza o gentilezza".

I quattro brahmavihara rappresentano l'opposto di determinati stati mentali
poco salutari, i kilesa. Si potrebbe anche dire che, quando sono presenti i
brahmavihara positivi, mancano le corrispondenti emozioni difficili e
negative. Nel caso della metta esse sono l'odio e l'avversione in tutte le
sue forme, dunque l'ira, la rabbia, i sentimenti di vendetta, l'ostinazione,
la gelosia, la resistenza, lo spirito giudicante e i pregiudizi come pure la
noia.

Accanto a tale forza di opposizione anche chiamata 'il nemico lontano'
esiste pure un cosiddetto 'amico vicino' o falsa apparenza di quella virtù.
Per la metta esso è l'amore personale, caratterizzato da attaccamento e
desiderio, l'amore passionale come pure l'amore che mira a ottenere qualcosa
in cambio.

È molto facile riconoscere queste qualità. La metta infatti non causa mai
dolore o sofferenza. Qualunque cosa una persona possa fare o non fare, che
essa ci sia amica o meno, vicina o lontana, che si sia insieme o separati,
che essa la pensi come noi o meno, la metta non pone condizioni né dipende
da condizioni.

In presenza di desiderio, attaccamento e passione le cose sono molto
diverse, in quanto tali stati mentali sono invece motivo di dolore. "La
passione è una forza che produce sofferenza", si dice. Siamo portati a
soffrire non appena una persona a noi vicina non fa quello che noi vorremmo
o che ci serve.

Nel distinguere tra la metta da un lato e l'attaccamento o passione
dall'altro
non esprimiamo un giudizio di valore, non affermiamo che l'uno è bene e
l'altro
è male, ma pensiamo piuttosto al loro diverso effetto. L'amore inteso come
passione, desiderio e attaccamento produce dolore ogniqualvolta la
situazione data non corrisponde alle nostre idee, aspettative e speranze,
mentre l'amore inteso come metta produce apertura, equilibrio interiore e
gioia.

La metta può esser paragonata ad acqua fresca versata in un recipiente
arroventato contenente un liquido ribollente. Così come l'acqua, la metta
rinfresca e acquieta le emozioni dell'odio e dell'avversione che bruciano e
tormentano il nostro cuore e la nostra mente. La meditazione e la pratica
servono dunque a esercitarci ad affrontare persino emozioni difficili come
ira e rabbia con un atteggiamento di gentilezza spaziosa e amorevole. Ed è
proprio questo atteggiamento che ha, in ultima analisi, la forza di guarire
e trasformare. Esso ha anche un effetto terapeutico sull'ambiente e sulle
persone attorno a noi.

In un insegnamento il Buddha elogiò i benefici che possono derivare dalla
pratica di meditazione di metta:

Dormirai bene, ti risveglierai contento
e non farai sogni spiacevoli.
Gli uomini ti ameranno
e gli esseri celesti ti apprezzeranno.
I Deva ti proteggeranno e
il fuoco, le sostanze velenose e
le armi non ti faranno del male.
Ti concentrerai facilmente
e la tua mente sarà serena.
Morirai quieto
e qualora tu non fossi ancora completamente
liberato rinascerai
in regni felici.

La metta non è però in primo luogo una bella sensazione calda di amore nel
cuore, anche se a volte ciò può accadere. È piuttosto un atteggiamento
interiore o addirittura una decisione e un giudizio verso quello che è, così
com'è , si tratti di esseri viventi, cose o situazioni.

Il poeta Erich Fried scrive a questo proposito:

Cosa è
È pazzia
dice la ragione
È quello che è
dice l'amore
È una disgrazia
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È senza speranza
dice il senno
È quello che è
dice l'amore
È ridicolo
dice l'orgoglio
È sconsiderato
dice la prudenza
È impossibile
dice l'esperienza
È quello che è
dice l'amore

Metta significa dunque accettazione, rispetto e stima incondizionati per
creature e cose, così come sono, e per la vita così com'è.

La metta è anche l'augurio che tutti gli esseri viventi possano essere
felici e stare bene. Nella meditazione si usano frasi come queste:

Possano tutti gli esseri viventi essere felici.
Possano tutti gli esseri viventi essere in buona salute.
Possano tutti gli esseri viventi vivere nella sicurezza.
Possano tutti gli esseri viventi vivere con agio.

Tale forma di meditazione non vuol dire sognare, né si tratta dell' "Io sono
felice" del training autogeno. Non dobbiamo neppure credere che i
'beneficiari' della nostra gentilezza amorevole diventino felici e siano
sani o privi di preoccupazioni solo perché noi glielo auguriamo.

È piuttosto un modo per esercitarsi a incontrare gli altri e affrontare la
vita in maniera giusta e salutare. Così facendo rafforziamo anche la
tendenza positiva che è in noi a esprimere gentilezza amorevole, indebolendo
allo stesso tempo le tendenze negative e di avversione presenti in noi.

Nella tradizionale meditazione di metta si inizia col rivolgere amore e
simpatia a noi stessi: "Possa io essere felice... Possa io vivere con agio".
È importante essere veramente convinti di quello che si dice. La metta
rivolta a noi stessi, se praticata nella maniera giusta, ha un effetto
terapeutico straordinario. Infatti se non proviamo alcuna simpatia, amore e
stima per noi stessi, anche il nostro amore per gli altri non potrà essere
autentico, ma solo superficiale. L'intenzione potrà essere buona ma il
sentimento non sarà né spontaneo né profondo.

Successivamente scegliamo una persona che ci è stata di grande aiuto e ci ha
dato tanto, che conta molto per noi, in cui abbiamo fiducia e per cui
proviamo spontaneamente e facilmente sentimenti di simpatia, stima e amore.
Ci immaginiamo questa persona e ripetiamo la frase: "Possa tu essere
felice...".

È importante fare attenzione ai seguenti tre punti: ripetere le frasi,
ricordarsi in continuazione del loro significato e visualizzare la persona o
immaginarsela in altro modo. Continuiamo a fare ciò il più spesso possibile
e senza interruzione. Non occorre altro.

Alcune volte emergono sentimenti piacevoli, altre no, così come possono
sorgere persino sentimenti di resistenza e di avversione, di tristezza e di
isolamento. Anche ciò va bene. Continuiamo a praticare serenamente e senza
interruzione. Saremo così in grado di incontrare i sentimenti difficili con
lo stesso atteggiamento interiore di benevolenza accettante insita nella
qualità della metta verso tutti gli esseri viventi: con amorevole protezione
ma senza coinvolgimento.

Una volta constatato che ci troviamo sufficientemente a nostro agio con
questa parte della meditazione, cominciamo a rivolgerla a un amico,
un'amica,
a qualcuno per cui ci è abbastanza facile provare simpatia amorevole, senza
sentire un'attrazione particolare.

Le persone verso cui proviamo desiderio, attaccamento e sentimenti di
passione non sono particolarmente adatte a essere oggetto della metta, dato
che, meditando su di loro, potremmo facilmente allontanarci
dall'atteggiamento
di gentilezza incondizionata.

Una volta che non abbiamo più difficoltà con questa categoria, passiamo a
una persona che non ci sta molto a cuore o che ci lascia indifferenti. Per
taluni questo esercizio risulterà più difficile data la mancanza di un
rapporto personale. Per altri invece la meditazione sarà più facile,
considerato che le persone con cui non abbiamo un rapporto stretto si
prestano meglio a tale scopo. In ogni caso continuiamo a tenere presenti i
tre punti di cui sopra e a praticare con perseveranza.

Per finire possiamo scegliere una persona che ci risulta difficile amare,
qualcuno che ci irrita, ci contraria o ci fa arrabbiare. Se ci costa fatica
rivolgere simpatia a questa persona, può giovare ricordarsi di un'azione
positiva o di un tratto simpatico di questa persona, per quanto poco
importante esso possa sembrarci. La causa immediata per il manifestarsi
della metta è proprio la percezione e il riconoscimento di buone qualità
umane. Perciò quando si medita su una persona difficile è particolarmente
importante non farsi prendere da ricordi negativi, che potrebbero rafforzare
l'avversione e la distrazione, invece di sviluppare gentilezza amorevole.
Qualora ciò risultasse difficile è opportuno ritornare a una persona a cui
ci riusciva facile rivolgere la metta.

È tuttavia importante non farsi fuorviare dalla varietà di sentimenti che
possono emergere, e continuare a praticare con interesse e costanza.

Alla fine estendiamo la nostra simpatia a tutti gli esseri viventi senza
eccezione. Come è detto nel Metta Sutta, l'insegnamento del Buddha sulla
gentilezza amorevole:

....Deboli o forti,
lunghi, medi o corti,
piccolissimi o enormi
visibili o invisibili
vicinissimi o lontani,
nati o ancora non nati,
possano tutti gli esseri viventi, senza eccezione,
essere felici e contenti.

***


(seconda parte, e fine)

( di Fred Von Allmen)

("La mia religione è la gentilezza" - S. E. il XIV Dalai Lama)

-

Il secondo dei brahmavihara è l'amore compassionevole (karuna). La compassione è l'augurio che tutti gli esseri viventi possano essere liberi da dolore e sofferenza. La frase usata nella meditazione di karuna è la seguente: "Possano tutti gli esseri viventi essere liberi da dolore e sofferenza".

Il nostro atteggiamento interiore è lo stesso sia nella karuna che nella metta, ma l'attenzione viene ora rivolta alla sofferenza degli esseri viventi invece che alla loro felicità e al loro benessere. Cambia l'oggetto della meditazione. In questa meditazione l'augurio è che gli esseri viventi possano essere liberi dal dolore, diversamente dall'augurio di metta che essi possano essere felici.

Karuna, la compassione, viene definita il "tremolio del cuore quando è in contatto con il dolore degli esseri viventi". Una persona compassionevole non rimane indifferente alla sofferenza altrui e intraprende quanto necessario per prestarle aiuto. Ecco come il monaco Ryokan descrive questo sentimento:

Possa la mia veste essere sufficientemente ampia
da accogliere tutti gli esseri che soffrono
in questo mondo in perenne agitazione
E Santideva scrive nella Bodhicaryavatara:
Possa io essere medico e medicina e curare
le creature di questo mondo,
fino a guarire tutti, senza eccezione.
Possa io essere un tesoro inesauribile
e trasformarmi in tutte le cose
di cui gli esseri viventi hanno bisogno

Il 'nemico lontano' della compassione è rappresentato da violenza, crudeltà e aggressività. Il 'nemico vicino', o falsa apparenza di quella virtù, è la compassione motivata da avversione, una compassione che in fondo è autocommiserazione o che nasce da sensi di colpa, oppure una pietà che guarda con disprezzo coloro che soffrono, dunque una pietà separata e distaccata.

Iniziamo la meditazione di karuna con qualcuno la cui sofferenza è palese. Anche in questo caso accadrà che per alcune persone ci sarà più facile provare questo sentimento, mentre per altre sarà più difficile, oppure non lo proveremo affatto. È sconsigliabile iniziare questo tipo di meditazione con quelle persone che pensiamo abbiano meritato la propria sofferenza.

Anche qui possiamo graduare scegliendo le persone con cui abbiamo maggiori problemi, perché apparentemente le cose vanno loro bene o perché sono benvolute o hanno successo, mentre noi le troviamo antipatiche o addirittura irritanti. Dovremmo tuttavia praticare con questa categoria di persone solo nella misura in cui siamo in grado di farlo senza troppe difficoltà.

La comune e abituale tendenza del cuore e della mente a contatto con dolore e sofferenza è di reagire con avversione, di chiudersi interiormente e di proteggersi. Se però vogliamo correre il rischio di aprirci, e permettere a dolore e sofferenza di toccarci, la risposta naturale del nostro cuore sarà la compassione. È importante comprendere questo e praticare di conseguenza. Anche in questo caso la cosa migliore sarà di iniziare con noi stessi. Siamo pronti a sentire il nostro dolore, la rabbia, la tristezza, le paure? Dobbiamo farlo se vogliamo che si manifesti un'autentica compassione al posto dell'avversione, il suo 'nemico vicino'.

Parimenti alla meditazione di metta, anche la meditazione di karuna può esser praticata fino al raggiungimento di stati profondi di concentrazione e di immersione in se stessi. L'amore compassionevole è uno dei più nobili moti del cuore di cui l'uomo sia capace.

Il terzo brahmavihara, la gioia compartecipe (mudita) corrisponde alla 'gioia simpatetica e benevola' e significa una "gioiosa partecipazione alla felicità, al benessere e al successo degli esseri viventi".

La frase usata nella meditazione di mudita è la seguente: "Possano felicità, benessere e successo non abbandonarti mai". Anche qui la frase viene ripetuta tenendo presente il suo significato e visualizzando la persona a cui è diretta la gioia compartecipe. Il 'nemico lontano' della gioia compartecipe è rappresentato dalla gelosia, dall'invidia e dallo spirito di competizione. Rumi si chiede:

Dentro il grande mistero che ci sovrasta
non possediamo proprio nulla.
Cos'è dunque questa rivalità che proviamo
prima di passare uno dopo l'altro attraverso la stessa porta?

La gioia compartecipe è diametralmente opposta a gelosia, invidia e spirito di competizione. Il 'nemico vicino' o 'falsa apparenza' della gioia compartecipe si manifesta in smancerie e sovraeccitamento.

La nostra difficoltà ad avere accesso alla gioia compartecipe sembra dipendere spesso dalla nostra enorme carenza di autorispetto. Spesso non apprezziamo veramente la nostra vita, la nostra natura e le nostre molteplici qualità. Trascorriamo troppo tempo a giudicare, valutare e condannare. Ci comportiamo come Groucho Marx, che soleva ripetere: "Non farò mai parte di un'associazione che accetta persone come me quali membri!".

In quanto eredi della cultura giudaico-cristiana, siamo probabilmente gli unici esseri viventi che non si reputano degni di vivere e di essere amati. E quando lo pensiamo ci sembra quasi di peccare di presunzione. Ecco perché è così importante rivolgere la metta e la mudita a noi stessi, compiacersi spesso delle nostre qualità e apprezzarle. Dovremmo almeno essere d'accordo con Ashley Brilliant, quando affermava: "Può essere che io non sia del tutto perfetto, ma alcune parti di me sono straordinarie"

La mudita prova piacere per il successo, le ricchezze, il benessere e le qualità degli altri. È un atteggiamento augurale, un'espressione di felicitazioni. La gioia compartecipe nasce, proprio come nella metta, dall'aver riconosciuto e sperimentato l'unità e la connessione di tutti gli aspetti della vita. La mudita è, in ultima analisi, l'espressione naturale e spontanea di tale esperienza.

La gioia compartecipe può però venir praticata per capovolgere le nostre abitudini. All'inizio può risultare facile compiacersi delle qualità e del benessere di grandi santi come il Buddha, il Cristo o di persone come Madre Teresa di Calcutta o il Dalai Lama. Proviamo gioia per la loro saggezza, il loro amore e la loro profonda fusione con il tutto. Ci rallegriamo anche quando godono di buona salute o hanno successo nella vita. Ci sarà facile gioire della felicità, del benessere e delle qualità delle persone che amiamo: figli, partner, amiche e amici. È perciò importante praticare sempre con persone reali.

La questione si complica con le persone difficili. Bisogna chiedersi: "Sono pronto a riconoscere qualità positive anche nelle persone con cui ho un rapporto difficile? Anche se si tratta di concorrenti, rivali o nemici? O semplicemente nelle persone che mi danno fastidio o che trovo antipatiche?". Anche qui è importante avere in mente persone reali.

Durante un ritiro piuttosto lungo pensai di meditare sulla gioia compartecipe, cosa che però non mi riusciva molto facile. Decisi così di scrivere tutto quello che mi veniva in mente. Il risultato fu una mescolanza di mudita e metta:

Sono felice di partecipare a questo ritiro e gioisco dei momenti in cui il mio cuore si apre e prova una profonda compassione per tutte le creature che soffrono.

Apprezzo i momenti all'alba e al tramonto, quando davanti alla porta benediciamo la terra e tutti gli esseri viventi con il grande mantra. Sono grato a chi ha fatto costruire Dechen Choeling, la sede di questo ritiro, ora a disposizione di tutti coloro che vi praticano. Provo gioia per l'infinita compassione dei risvegliati, dei Buddha, e sono loro immensamente grato perché proteggono e benedicono questo luogo e tutti coloro che vi praticano. Gioisco del mio impegno e dell'interesse che provo a investigare incessantemente la natura della mente e apprezzo le esperienze di apertura e di chiarezza, nonché i momenti in cui lascio andare e mi allontano dal samsara. Sono felice di poter condividere tutte le qualità positive e le energie, che qui ho evocato e con cui ho preso contatto, con tutti i miei insegnanti, il mio prossimo e i miei amici, con tutti coloro che hanno partecipato a una mia conferenza, ritiro o corso, con tutti gli uomini e gli animali del luogo, i ragni, le mosche, le tarme, i millepiedi, i lombrichi, i timidi cerbiatti e i cervi, i tacchini selvatici, le sveglie marmotte, le civette, i falchi e l'airone solitario, le oche selvatiche canadesi nella loro rotta verso il sud, con tutti gli esseri invisibili e soprattutto con le piccole creature che, per riscaldarmi, sono state bruciate nella stufa assieme alla legna da ardere. Sono grato alla terra, all'erba, agli alberi e alle stelle per il solo fatto che esistono.

È utile redigere elenchi di tutte le nostre qualità e azioni positive: piccole o grandi che siano esse sono tutte ugualmente importanti. Ci risulterà così più facile notare le qualità degli altri e apprezzare le loro azioni positive.

La gioia compartecipe può diventare uno degli aspetti più positivi e belli della nostra pratica e donare colore e vivacità alla nostra esistenza.

Il quarto brahmavihara è l'equanimità (upekkha): l'andare incontro a tutto con calma, equilibrio interiore e imparzialità, cioè 'con animo equo', privi di attaccamento e senza avversione. Upekkha si riferisce alla capacità di mantenere una calma serena in mezzo a tutte le sfide e alle difficoltà della vita, quali successo, insuccesso, guadagno, perdita, buona o cattiva fama, lode o biasimo. Si tratta, in fondo, di esser in grado di incontrare con equanimità ogni essere vivente, sia esso piacevole, indifferente o spiacevole.

Ecco come i maestri tibetani descrivono questa qualità:

Lo spazio aperto e vasto del cielo
non si sente particolarmente adulato dall'arcobaleno
né particolarmente turbato dalle nuvole e dalla tempesta.

Si potrebbe pensare che ciò significhi mantenere un uguale distacco di fronte a tutti gli esseri e le cose. Ma è vero il contrario. Si è ugualmente vicini a tutti gli esseri e le cose. Si tratta di uno stato di vigile vivacità e sensibilità e non dell''amico vicino' della calma, cioè l'insensibilità o l'indifferenza.

Nella pratica dell'equanimità, i buoni auguri dei primi tre brahmavihara, gentilezza amorevole, compassione e gioia compartecipe vengono relativizzati e messi in giusta luce. Si fa presente quanto la felicità e il dolore degli esseri viventi costituiscano la regola e come sia la 'qualità karmica' delle loro azioni con il corpo, la parola e la mente a causare benessere o dolore.

In altre parole: richiamiamo alla nostra attenzione come le intenzioni e le motivazioni dietro alle nostre azioni si ripercuotano prima o poi su di noi: se queste sono benefiche, produrranno risultati piacevoli di felicità e serenità in noi. Se invece sono nocive o distruttive, produrranno risultati spiacevoli e dolore. Questa è la frase usata nella meditazione di upekkha: "Tutti gli esseri viventi sono eredi del proprio karman". Ciò significa che essi sono i 'destinatari' degli effetti delle loro azioni.
Tale idea viene espressa ancora più chiaramente in un'altra frase che può esser usata:

"Il tuo benessere dipende dalle tue azioni e non dai miei auguri di bene nei tuoi confronti". Ciò non significa assolutamente che ora abbiamo cambiato parere rispetto al tema dell'amore e della compassione e che abbiamo deciso di pensare innanzitutto a noi stessi, invece di fare del benessere di tutti gli esseri viventi la nostra aspirazione principale. Perciò la meditazione formale di upekkha dovrebbe esser praticata assieme a metta, karuna e mudita, in quanto essa produce il necessario equilibrio interiore in relazione ai precedenti tre stati della mente e del cuore.

Fin troppo spesso incontriamo delle persone impegnate a favore della pace, dei diritti dell'uomo o della giustizia sociale, che sono però talmente identificate con la loro causa, di per sé buona, da dipendere totalmente dal successo o dall'insuccesso delle loro azioni, tanto da farsi prendere dall'arroganza, dall'odio o addirittura dalla violenza. Succede così che le loro azioni, per quanto ben intenzionate, ma immature, producano spesso un effetto opposto a quanto previsto all'origine. Non di rado una marcia per la pace è finita in una rissa.

Per tali motivi è necessario innanzitutto sviluppare amore e compassione, che vanno poi bilanciati e perfezionati da una profonda equanimità.

La seguente immagine illustra il rapporto che esiste tra amore, compassione e gioia compartecipe da un lato ed equanimità dall'altro:

Metta, karuna e mudita riposano nell'equanimità. L'equanimità è uno stato di calma, ma anche di disponibilità.

Alla luce delle esperienze fatte, il cuore esce dallo stato di riposo e, a seconda della situazione e delle necessità, risponde con amore verso gli esseri viventi, con compassione quando entra in contatto con il dolore, e con gioia compartecipe nei confronti del benessere o del successo, per poi tornare allo stato di serena calma.
Noi facciamo quanto possiamo per il mondo e per l'umanità, diamo il nostro meglio, ma senza dipendere dal risultato: il successo non ci fa esultare e l'insuccesso non ci abbatte, in quanto sappiamo che le cose seguono un loro corso e cioè la legge del karman personale e le leggi dell'universo. La comprensione di tale verità ci dà tranquillità.

I diversi moti dell'anima dei quattro brahmavihara equivalgono in un certo modo ai sentimenti che i genitori possono provare: metta per il loro bambino appena nato; karuna per il figlio ammalato cronico; mudita per l'adolescente che si compiace dei suoi primi successi nella vita; upekkha per il figlio ormai adulto che se ne va da casa per condurre una vita autonoma (purché abbiano accettato che il figlio è ormai adulto e indipendente) .

È possibile sviluppare i quattro brahmavihara senza limiti, in profondità e ampiezza, fino a raggiungere profondi stati di concentrazione o jhana, tali da penetrare e irradiare tutto l'essere di un individuo.

Tuttavia questi stati non sono altro che le qualità originarie e fondamentali della mente e del cuore . Noi pratichiamo e cerchiamo la luce e la liberazione perché esse sono già in noi. Se non ci fossero già, non potremmo né inventarle né svilupparle. Sono sempre state qui. Esse costituiscono la nostra vera natura e possiamo aver fiducia in esse.

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1. 1 Cor 13, 1-3.
2. Anguttaranikaya, Ekadasanipata 16.
3. Erich Fried: Es ist was es ist, Qurtbuch, Berlin, 1983, NA 1996 (Verlag Klaus Wagenbach), p. 43.
4. Ryokan: One Robe, One Bowl, The Zen Poetry of Ryokan, traduzione e introduzione di John Stevens, New York & Tokyo, 1977, (John Weatherhill, Inc.), p. 75.
5. Santideva: A Guide to the Bodhisattvas Way of Life, (Bodhicaryavatara), traduzione inglese di Stephen Batchelor, Library of Tibetan Works and Archives, Dharamsala, India, 1979. Per gentile concessione del traduttore.
6. Rumi: Offenes Geheimnis, Eine Auswahl aus seinem poetischen Werk, Mnchen, 1994, Droemer Knaur Verlag Mnchen, p. 43.
7. Ashley Brilliant: I've Abandonned My Search For Truth.

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