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SCHEDA ARTICOLO N. «00948»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: ENZO BIANCHI
TITOLO: UN SOLO DIO, MOLTI MODI PER DIRLO
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TESTO ARTICOLO

Un solo Dio, molti modi per dirlo

(di Enzo Bianchi)

Fin dalle sue origini il cristianesimo è plurale: l'unico Dio narrato da
Gesù Cristo può essere ridetto al mondo solo in una pluralità di
espressioni. Non a caso la chiesa ha riconosciuto canonici quattro vangeli,
e non uno solo, e li ha accolti accanto a una molteplicità di scritti del
Nuovo Testamento che rendono una testimonianza multiforme all' "unico
Signore, Gesù Cristo" (1Cor 8,6).

Non la fissità di un libro, dunque, ma la dinamicità di un evento suscitato
dallo Spirito santo, che è la libertà di Dio, è all'origine del
cristianesimo. Questo pluralismo di espressioni testuali, cui corrisponde a
livello storico e di fede un pluralismo di espressioni ecclesiali, di
concezioni cristologiche, di usi liturgici, di accenti spirituali, riflette
l'inesauribilità del mistero di Dio rivelato in Cristo Gesù e accolto in
culture diverse: schematicamente potremmo parlare di Marco come del vangelo
romano, di Matteo come del vangelo antiocheno, di Luca come del vangelo
greco e di Giovanni come del vangelo efesino.

Non solo, la Bibbia cristiana comprende al proprio interno anche le
Scritture d'Israele con cui pertanto nutrirà un dialogo perenne: l'alterità
è al cuore delle Scritture della chiesa e il dialogo con altre espressioni
religiose è inscritto nella vocazione originaria del cristianesimo. Lungi
dall'essere "religione del libro", il cristianesimo si presenta come
interpretazione vivente - nella diversità dei tempi e dei luoghi, delle
etnie e delle culture - della vita, morte e resurrezione di Gesù Cristo:
interpretazione che è il compito storico delle comunità cristiane.

Fin dagli inizi, l'unico Cristo dà così origine a diversi cristianesimi:
innanzitutto quello giudeo-cristiano (proprio dei discepoli provenienti
dall'ebraismo)
e quello etnico-cristiano (composto da "pagani" convertiti al
cristianesimo). Nella storia, infatti, Cristo è sempre il Cristo "creduto",
connesso inscindibilmente a comunità di credenti che gli danno un volto e lo
narrano agli uomini loro contemporanei. Questo dato fa sì che il
cristianesimo abbia in sé gli antidoti naturali a due costanti tentazioni di
ogni religione "rivelata": il fondamentalismo e l'integralismo.

Se, infatti, le stesse Scritture ritenute canoniche rimandano a una
pluralità di tradizioni e di interpretazioni, come sarà possibile una loro
lettura fondamentalista? Come non tener conto nei propri giudizi e nei
propri comportamenti, di altri testi biblici, di altri punti di vista, di
altre pagine di storia scritte da credenti di diverse tradizioni ecclesiali?
Va ricordato che la Bibbia è un'autentica biblioteca i cui testi sono stati
redatti in un arco di mille anni, in un'area geografica che spazia da
Gerusalemme a Babilonia fino a Roma, e che sono stati scritti in ebraico,
aramaico e greco.

Rileggere la Scrittura come un insieme di comprensioni dell'unico mistero,
rileggere la storia dei credenti in Cristo come un libro in cui le pagine
luminose si alternano e si intrecciano a quelle più oscure conduce allora a
una salutare prudenza nel considerare il proprio punto di vista come l'unico
ammissibile.

Anche l'integralismo - la rigida certezza dei "puri e duri" che rigettano
ogni alterità fino a escluderla anche violentemente dai propri orizzonti - è
minato alle radici dal pluralismo fondante la fede cristiana: dalla varietà
degli scritti del Nuovo Testamento e dal pluralismo delle espressioni di
fede della chiesa antica viene un appello a vivere la propria fede non
contro gli altri, ma in costante ricerca di comunione, attraverso
l'unificazione
interiore, la ricomposizione fraterna dei conflitti e l'accoglienza del dono
offerto dalla diversità dell'altro.

Non si dimentichi che, in particolare attraverso gli scritti di san Paolo,
la chiesa ha compreso se stessa attraverso la categoria del corpo: come tale
è formata da una pluralità di membra differenti, che tali restano ma che
sono chiamate a collaborare, a riconoscersi reciprocamente, confessando di
avere bisogno l'una dell'altra.

La diversità è costitutiva dell'unità ed è essenziale alla comunione, così
come l'alterità è essenziale all'identità. La diversità nella chiesa e tra
le chiese appartiene all'humus del cristianesimo e non va eliminata: sempre
lo stesso Spirito manifesterà, nelle diverse persone e culture, comprensioni
plurali, differenziate, dell'unico volto di Cristo in cui risplende la
gloria dell'unico Dio Padre di tutti.

Un'importante conseguenza che discende dalla percezione del modello della
comunione plurale come costitutivo del cristianesimo riguarda la concezione
della verità e il rapporto tra verità e definizioni della verità. Per il
Nuovo Testamento e la chiesa nascente la verità è la persona di Cristo,
mentre nella tradizione successiva essa diviene sempre più un complesso
dottrinale: la verità prodotta e definita dalla chiesa stessa. Così la
definizione della verità rischia di sostituirsi alla verità vivente, Gesù
Cristo risorto.

Occorre percepire che le definizioni della verità, ovviamente diverse nei
diversi contesti linguistici e culturali (semitico e greco, orientale e
occidentale, europeo e africano.), stanno all'interno del grande movimento
della ricerca della verità, dell'approssimazione - sempre imperfetta - alla
verità. Se a questa coscienza umile si sostituisce la pretesa di possedere
la verità (confusa con la sua definizione) si finisce in un imperialismo
culturale, in cui l'inculturazione del cristianesimo viene fatta prevalere
sul Cristo stesso e in cui il rivestimento culturale assume maggiore
importanza del vangelo. Allora la violenza, il fanatismo, l'intransigenza
saranno inevitabilmente in agguato.

La comunione plurale che discende dalla rivelazione biblica dovrebbe anche
aiutare un ripensamento dell'universalismo, tendenza che ha suscitato nella
storia atteggiamenti di violenza e persecuzione da parte dei cristiani.
Perché l'universalismo non degeneri in totalitarismo, va pensato come
universale bisogno dell'altro e declinato come vocazione all'esilio, alla
diaspora, alla dispersione tra le genti, le culture: la fede cristiana non
può coincidere con una cultura o un'etnia o un sistema di pensiero. Essa è
transculturale e il suo lavoro di inculturazione deve essere perciò
accompagnato da un'opera di deculturazione per non rischiare di spacciare
per vangelo ciò che è forma culturale.

Ora, per dar spazio a questo pluralismo vitale e vivificante occorrerà
sempre più imparare l'arte dell'ascolto. Non si tratta di cercare nell'altro
ciò che vi è di più simile a me e al mio ambito religioso e culturale -
questa sarebbe la smentita più netta del dialogo - bensì di cogliere l'altro
e di accoglierne l'alterità, cessando di vedere in lui solo ciò che mi
assomiglia e che riesco a comprendere.

Per questo un dialogo autentico dà spazio all'ascolto, che è vita insieme,
condivisione dei propri beni spirituali, frequentazione reciproca per
imparare i rispettivi linguaggi espressivi, apprendimento di ciò che di me e
della mia tradizione ferisce o risulta irricevibile all'altro. Così può
avvenire il lento processo di far cadere le barriere dei pre-giudizi (i
giudizi pronunciati prima dell'ascolto, dell'incontro, del faccia a faccia
con l'altro) e di conoscere i veri punti di distanza.

In questo senso è sempre più importante imparare a pensare con l'altro:
pensare insieme gli stessi problemi e affrontarli tenendo conto degli altri
aiuta a sprovincializzarsi, a uscire dalle logiche particolaristiche, dagli
atteggiamenti di ripicca, di rivincita, di forza, di superiorità che spesso
intaccano i rapporti di dialogo tra confessioni e religioni.

Il pluralismo cristiano non scade a relativismo se non si dimentica che tra
me e l'altro, tra la mia chiesa e l'altra o le altre chiese sempre deve
regnare, come terzo salvifico, Gesù Cristo. Il "terzo" è figura di ciò che
fa stare insieme mentre distingue; accomuna mentre personalizza, e sempre
dilata sia l'uno che l'altro, li proietta ciascuno fuori di sé, in un
movimento di creatività e vitalità.

Per un corretto posizionamento della chiesa e delle chiese nel mondo e nella
storia è fondamentale ricordare il regno di Dio come "terzo" oltre la chiesa
e le chiese: esse infatti vivono del proprio superamento nel Regno veniente.
Se accolgono questa dinamica, i cristiani sapranno ritrovare la necessaria
comunione per essere parola eloquente di salvezza per il mondo e per gli
uomini, sapranno essere continuo e armonico annuncio del futuro del mondo in
Dio. O, se si vuole, di Dio come futuro del mondo.

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