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SCHEDA ARTICOLO N. «01081»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: AJAHN CANDASIRI
TITOLO: PERCHE' ANDIAMO IN UN MONASTERO?
SPAZIATORE bianco

TESTO ARTICOLO

>
> (dalla monaca Ajahn Candasiri
>
> Ass. Santacittarama,2002. Tutti i diritti sono riservati.
> SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.
> Traduzione di Silvana Ziviani.
>
> E' UNA DOMANDA che tutti noi dobbiamo porci: "Perché andiamo in un
> monastero?" Tutti, monaci o monache, novizi o laici, devono chiedersi:
> "Perché sono venuto?" Dobbiamo essere chiari, per ricavare il massimo
> beneficio da ciò che un monastero può offrire. Se non siamo chiari,
> potremmo
> perdere molto tempo facendo cose che diminuiscono i vantaggi derivanti da
> una permanenza qui.
>
> Il Buddha ha parlato di tre febbri che ci bruciano, di tre malattie che ci
> affliggono, come esseri umani. Queste tre indisposizioni ci tengono
> continuamente agitati, ci rendono incapaci di fermarci, di essere
> completamente a nostro agio; esse sono l'avidità, l'avversione e
> l'illusione, lobha, dosa, moha. Ma, nella sua compassione, il Buddha ci ha
> dato anche l'antidoto.
>
> In effetti, queste febbri sono basate su istinti naturali. Per esempio,
> l'avidità o il desiderio sensuale, la spinta sessuale e la brama di cibo,
> sono istinti che permettono all'umanità di sopravvivere. Senza il
> desiderio
> sessuale nessuno di noi sarebbe qui ora! E naturalmente senza fame o
> desiderio per il cibo, non avremmo voglia di assumere quel nutrimento che
> ci
> serve a mantenere il corpo normalmente sano. Ma i problemi sorgono quando
> perdiamo il contatto con ciò di cui veramente abbiamo bisogno e cerchiamo
> perciò la gratificazione sensuale fine a se stessa.
>
> Altro tipo di istinto di sopravvivenza è il nostro atteggiamento verso il
> pericolo. O ci voltiamo e attacchiamo ciò che percepiamo come una minaccia
> alla nostra sopravvivenza fisica oppure cerchiamo di sfuggirvi. Questo
> atteggiamento è la base di dosa, odio o avversione. Ovviamente, anche
> questo
> ha la sua importanza in natura, ma di nuovo abbiamo creato confusione e
> ciò
> che ci troviamo spesso a difendere non è tanto il corpo fisico, ma il
> senso
> di un sé, ciò che noi crediamo di essere, in rapporto con gli altri.
>
> La terza febbre, che deriva quasi automaticamente dalla precedente, è
> l'illusione, moha, che non ci fa distinguere e capire chiaramente come
> stiano effettivamente le cose, che cosa voglia dire realmente essere una
> persona umana. Abbiamo la tendenza a fissare noi stessi e gli altri come
> personalità, come dei 'sé'. Ma queste sono solo idee o concetti, che noi
> opponiamo ad altri concetti di chi o che cosa dovremmo essere. Quindi se
> qualcuno sfida questo 'sé', potrebbe trovarsi a fronteggiare una forte
> reazione da parte nostra; istintivamente attaccheremmo o ci difenderemmo o
> al limite cercheremmo di allontanarci da ciò che percepiamo come un
> pericolo. Certo che se ci si pensa seriamente, sembra proprio una follia!
>
> Però, come ho detto prima, il Buddha, dopo aver indicato la natura del
> morbo, ci presenta anche la cura. E ce l'ha data sotto forma di
> insegnamenti
> semplici, che ci aiutano a vivere in un modo che ci permette di capire
> questo male, per potercene liberare; o almeno per evitare quelle cose che
> possano aggravarlo.
>
> Questa considerazione mi porta alla vera ragione del perché uno viene in
> un
> monastero: vogliamo liberare il cuore dalla malattia, vogliamo affrancarci
> dal desiderio e dalla confusione; e riconosciamo che qui sembra possibile
> realizzarlo. Naturalmente ci possono essere altre ragioni e ci sono molti
> che non sanno perché sono venuti, semplicemente si sono sentiti attratti
> dal
> luogo.
>
> Allora ci chiediamo, che cosa c'è in un monastero che sembra diverso dal
> resto del mondo?. E' un luogo che ci riporta alle nostre aspirazioni, alle
> capacità che abbiamo. Ci sono immagini del Buddha e dei suoi discepoli,
> che
> sembrano emanare un senso di calma, di agio, di consapevolezza. Troviamo
> anche una comunità di monaci e monache, che hanno deciso di vivere
> seguendo
> quanto il Buddha ha raccomandato di fare per guarire da queste malattie.
>
> Dopo aver riconosciuto che siamo malati e che abbiamo bisogno di cure,
> cominciamo a vedere che la cura va nella direzione opposta a quella
> seguita
> nel mondo esterno. Comprendiamo che per curarci efficacemente, dobbiamo
> prima conoscere la causa della malattia, che è il desiderio. Per potercene
> liberare, dobbiamo perciò capire il nostro desiderio di avere o di
> sbarazzarci di qualcosa, di esistere come un sé separato. Quindi, invece
> di
> correre dietro ai desideri, li esaminiamo da vicino.
>
> La disciplina che seguiamo è basata sui precetti, che usati saggiamente
> portano ad un senso di dignità e rispetto di sé. Ci tengono lontani da
> quelle azioni o parole che possono essere dannose per noi e per gli altri,
> e
> danno l'impronta della semplicità e della rinuncia. Ci chiediamo: "Di che
> cosa ho veramente bisogno?" invece di rispondere immediatamente alla
> pressione di una società materialistica.
>
> Ma come possono i precetti aiutarci a capire i tre malesseri? In un certo
> senso la disciplina monastica è come un container all'interno del quale si
> possono osservare i desideri man mano che si manifestano. Deliberatamente
> ci
> poniamo dentro un'area delimitata che ci impedisce di inseguire tutti i
> desideri, e lo facciamo per poterli osservare e per notarne il cambiamento
> continuo. Generalmente, quando siamo invischiati in una serie di desideri,
> non vi è alcun senso di obiettività. Tendiamo ad esserne completamente
> identificati, ad esserne trascinati, per cui ci è estremamente difficile
> vederli chiaramente o fare qualcosa di appropriato.
>
> Per quanto riguarda la cupidigia o l'avversione, riconosciamo che queste
> energie sono naturali e comuni a tutti. Non diciamo che è sbagliato, per
> esempio, avere un desiderio sessuale o anche soddisfarlo nelle circostanze
> idonee, ma riconosciamo che sorge per uno scopo particolare e che porterà
> determinate conseguenze. I monaci e le monache hanno deciso che non
> vogliono
> avere figli e riconoscono che il piacere della gratificazione è molto più
> fuggevole delle possibili implicazioni e responsabilità a lungo termine.
> Quindi decidono di non dar seguito al desiderio sessuale.
>
> Tuttavia, ciò non significa che non lo sperimentiamo, che appena rasata la
> testa e indossato l'abito, smettiamo immediatamente di provare qualsiasi
> desiderio. Anzi si può verificare che, venendo al monastero, l'esperienza
> di
> questi desideri si intensifichi. Nella vita laica, generalmente, possiamo
> fare tutto ciò che ci fa sentire bene, che ci allevia la tensione, e
> spesso
> senza essere veramente consapevoli di ciò che stiamo facendo. Alcune volte
> si prova un vago senso di disagio, a cui segue immediatamente la ricerca
> di
> una gratificazione esteriore che possa alleviarlo, sempre passando da una
> cosa all'altra. In un monastero non è più così facile poter fare ciò.
> Deliberatamente ci poniamo dei limiti per aver la possibilità di osservare
> le pulsioni, le energie, i desideri che, nella vita normale, ci terrebbero
> in continuo movimento.
>
> Ora potreste chiedervi: "Ma che libertà è questa? Costringersi in una
> situazione in cui uno deve continuamente limitarsi, conformarsi? Doversi
> sempre comportare in un certo modo, e ad orari prestabiliti; cantare ad
> una
> certa velocità e su un certo tono; sedersi in un posto assegnato, vicino
> alle stesse persone. Io mi sono seduta per quindici anni sempre vicino o
> dietro a Sister Sundana!. Che specie di libertà è mai questa?
>
> E' la libertà dalla schiavitù del desiderio. Invece di essere spinti
> ciecamente e disperatamente dai nostri stessi desideri, scegliamo di
> comportarci in un modo che sia appropriato ed in armonia con le persone e
> l'ambiente che ci circondano.
>
> E' però importante capire che 'libertà dal desiderio' non significa 'non
> avere desideri'. Se pensassimo così potremmo sviluppare un grande senso di
> colpa e trovarci a lottare continuamente. Come ho detto prima, il
> desiderio
> fa parte della natura, ma è stato distorto dai nostri condizionamenti, dai
> nostri pregiudizi, dai valori della società e dalla propria educazione. E
> non è neanche facile sbarazzarsi di tutto ciò in un momento - solo perché
> lo
> vogliamo o perché pensiamo che non dovremmo avere quei desideri. La
> situazione va affrontata in un modo molto più sottile.
>
> La disciplina e i precetti monastici ci aiutano a creare uno spazio di
> calma
> intorno a queste energie, in modo che, una volta sorte, possano spegnersi
> tranquillamente. E' un processo che richiede una grande umiltà, perché
> innanzi tutto dobbiamo riconoscere che il desiderio è presente e ciò può
> essere umiliante. Spesso, e soprattutto nella vita monastica, i nostri
> desideri possono essere assai meschini; il senso di un sé ci fa dare
> importanza a cose molto banali. Per esempio, potremmo avere un'idea molto
> forte su come vadano tagliate le carote, per cui se qualcuno ci suggerisce
> di tagliarle in un altro modo, potremmo agitarci e stare sulla difensiva!
>
> Quindi, dobbiamo essere molto pazienti, molto umili.
>
> Per fortuna ci sono dei punti di riferimento, o Rifugi, che ci forniscono
> sicurezza e una certa prospettiva in mezzo al mondo caotico dei desideri.
> I
> rifugi sono il Buddha, il Dharma e il Sangha: il Buddha è il nostro
> maestro,
> colui che conosce le cose così come sono, che vede chiaramente, non in
> modo
> confuso, o agitato dalle impressioni sensoriali; il Dhamma è
> l'Insegnamento
> della Verità, cioè come veramente sono le cose in questo momento, che sono
> spesso diverse dall'idea che abbiamo di esse; e il Sangha è la comunità di
> coloro che praticano e anche l'aspirazione che abbiamo di vivere in
> concordanza con ciò che riteniamo vero, invece di seguire tutti gli
> impulsi
> confusi ed egoistici che sorgono.
>
> Il Buddha ci ha detto come fare, in modo molto semplice, basandoci sui
> Fondamenti della Consapevolezza.
>
> Nella mia pratica uso spessissimo la consapevolezza del corpo. Il corpo
> può
> essere un buon amico per noi, perché non pensa! La mente, con le sue idee
> e
> i suoi concetti, ci confonde sempre, ma il corpo è molto semplice e
> possiamo
> prendere nota di come è ad ogni momento. Per esempio, se qualcuno mi parla
> in un modo che mi sembra aggressivo, posso notare la mia reazione
> istintiva,
> che mi fa stare in un atteggiamento difensivo e forse anche rispondere in
> un
> modo aggressivo.
>
> Tuttavia, quando sono consapevole di questo processo, posso scegliere di
> non
> reagire in quel certo modo. Invece di sbuffare, mi posso concentrare sul
> respiro e rilassarmi, e il mio atteggiamento verrà percepito non
> minaccioso
> dall'altra persona. Se, per mezzo della consapevolezza, lascio andare il
> mio
> modo difensivo, anche gli altri potranno rilassarsi invece di perpetuare
> la
> spirale della reattività. In tal modo possiamo contribuire a dare al mondo
> un po' di pace.
>
> La gente che visita i monasteri fa spesso commenti sulla pace che lì si
> respira, ma questo non capita perché sono tutti calmi o immersi nella
> beatitudine e nella serenità, anzi essi sperimentano continuamente ogni
> tipo
> di cose. Una volta, una monaca ha detto che non aveva provato sentimenti
> così micidiali di rabbia fino a quando non aveva fatto parte del Sangha!
> Ciò
> che caratterizza il monastero è la pratica; per cui qualsiasi cosa i
> monaci
> e le monache stiano passando, essi fanno almeno lo sforzo di esserne
> consapevoli, di sopportarlo pazientemente, invece di pensare che non
> dovrebbero avere quei pensieri o cercare di cambiare la situazione.
>
> Anzi, la vita monastica fornisce molte situazioni in cui la rinuncia e la
> disciplina sono esse stesse le condizioni per il manifestarsi di
> sentimenti
> molto forti; ma c'è anche la rassicurante presenza degli altri. Quando
> incappiamo in queste sensazioni, possiamo parlare con un anziano, con un
> fratello o sorella più anziani, la cui risposta probabilmente sarà: "Ah,
> sì,
> non preoccuparti, passerà". A me successe così. E' normale, fa
> semplicemente
> parte del processo di purificazione. Siate pazienti, in modo da acquistare
> gradualmente fiducia nella possibilità di andare avanti, anche se sembra
> che
> tutto dentro di noi stia crollando.
>
> Quando si viene al monastero, si trovano persone che vogliono andare alla
> radice dell'ignoranza umana, dell'egoismo e di tutte quelle cose
> obbrobriose
> che capitano nel mondo e comprenderle; sono persone che vogliono guardare
> nei loro cuori e osservarvi la bramosia e la violenza, che all'esterno
> molti
> sono solo pronti a criticare. Sperimentando ed entrando in contatto con
> queste cose, impariamo a far pace con esse, proprio qui all'interno dei
> nostri cuori, in modo che poi possano cessare. Forse, invece di reagire
> automaticamente all'ignoranza dell'umanità, aggiungendovi confusione e
> violenza, potremo agire e parlare con saggezza e compassione in modo tale
> da
> dare un senso di agio e concordia agli altri.
>
> Quindi non è una fuga, ma un'occasione per osservare e affrontare tutte
> quelle cose che abbiamo cercato di evitare durante la vita. Quando, con
> coraggio e calma, riconosciamo le cose così come sono, iniziamo a
> liberarci
> dai dubbi, dall'ansietà, dalla paura, dalla bramosia, dall'odio e da tutto
> ciò che costantemente ci spinge alle solite reazioni condizionate. Qui al
> monastero, abbiamo il sostegno di amici sinceri, oltre alla disciplina e
> agli insegnamenti che ci aiutano ad andare avanti in quella che certe
> volte
> ci sembra un'impresa impossibile!
>
> Che tutti possano realizzare la vera libertà.
> Evam

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