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SCHEDA ARTICOLO N. «01234»

CLASSIFICAZIONE: 3
TIPOLOGIA: YOGA
AUTORE: DONALD WALTERS SWAMI KRIYANANDA
TITOLO: QUANDO GESU' APPARVE A BABAJI
SPAZIATORE bianco

TESTO ARTICOLO

Tratto da:

(Donald Walters) SWAMI KRIYANANDA



Autobiografia di uno yogi occidentale,
discepolo di Paramahansa Yogananda

Traduzione di MAURO MERCI

EDIZIONI MEDITERRANEE - ROMA

19. I PRIMI GIORNI DI UN NEOFITO

La routine giornaliera a Mount Washington era affidata in larga misura
all'iniziativa individuale. Come avviene in India nella maggior parte degli
ashram, avevamo libertà di praticare a nostra discrezione gli esercizi
spirituali. Ci incentravamo regolarmente per lavorare e ai pasti e
occasionalmente alla sera ci riunivamo a studiare le lezioni pubblicate
dalla SRF, raccogliendoci poi in meditazione collettiva.

Paramahansaji aveva espresso il desiderio che meditassimo insieme più
sovente, ma mancavamo di una guida e l'iniziativa di gruppo senza una salda
direzione ha ben di rado uno sviluppo coerente. Il reverendo Bernard, al
quale il Maestro aveva affidato la sovrintendenza alla nostra attività
quotidiana, era riluttante ad assumersi la responsabilità della nostra vita
spirituale, che considerava di esclusiva spettanza di Yogananda.

Sospetto però che il Maestro non si dolesse poi tanto della nostra carenza
di organizzazione.
Se infatti le quotidiane meditazioni collettive potevano contribuire a
mantenere più saldamente sulla via i monaci la cui vocazione era più
tiepida, esse sarebbero però venute a interferire con la possibilità, per il
resto della comunità, di dedicare il tempo libero a più lunghe meditazioni
individuali.

Era desiderio del Maestro infatti che i nostri sforzi verso il compimento
sgorgassero dalla profondità del nostro amoroso desiderio per Dio, non che
essi si limitassero a seguire meccanicamente i sentieri triti di una
inveterata abitudine. Egli insisteva - è vero - sull'importanza di una
pratica regolare, ma ritengo che la regolarità di un orologio nella
disciplina monastica occidentale lo infastidisse come troppo meccanica,
troppo parte della più diffusa delle illusioni occidentali: il credere cioè
che la perfezione si possa conseguire mediante riforme esteriori piuttosto
che interiori. Ad ogni modo, era il Maestro stesso a sottrarci sovente a
ogni trantran abitudinario in cui ci fossimo adagiati troppo comodamente. In
sua compagnia non si correva davvero il rischio che le incipienti abitudini
mentali si fossilizzassero in routine!

Per conto mio ero lieto di avere l'opportunità di elaborare un mio ritmo
personale di meditazione. Ben presto presi ad alzarmi alle quattro ogni
mattina, barcollando fuori dal letto non senza, lo devo ammettere, l'aiuto
indispensabile di una sveglia. Praticavo gli esercizi del Maestro per
ricaricare il corpo di energia e meditavo quindi per due o tre ore.

Alle sette mi presentavo nell'edificio principale, dove facevo la doccia e
consumavo la colazione prima di uscire in giardino per il lavoro. A
mezzogiorno mettevo da parte la mia porzione di cibo nel refettorio maschile
e salivo a meditare per mezz'ora nella cappella al piano superiore. Alla
sera mi tenevo sempre leggero (caricare lo stomaco di cibo, scoprii ben
presto, rendeva difficile immergersi profondamente in meditazione), studiavo
un po', per ritirarmi infine nella mia "caverna" a meditare per altre due o
tre ore prima di andare a letto.

Ben presto cominciai a contare impaziente ed eccitato i minuti che mi
separavano dai periodi dedicati alla meditazione, quasi fossi un uomo di
mondo che non vede l'ora di recarsi a un ricevimento. Non avrei mai sognato
di poter trovare in me stesso una gioia tanto ricca ed intensa!

Oltre alle tecniche di meditazione, Paramahansa Yogananda ci insegnò, come
ho già accennato, una serie di esercizi per ricaricarci di energia. Essi
erano basati su una verità poco nota che il reverendo Bernard mi spiegò fin
dalla prima sera passata a Mount Washington.

L'energia cosmica viene attratta nel corpo per l'azione della volontà
tramite il midollo allungato. "Più intensa è la volontà", affermò il
Maestro, "e maggiore sarà l'afflusso di energia". Praticando mattino e sera
questi graditi esercizi ne verificai la straordinaria efficacia per bandire
la stanchezza e per sviluppare un radioso e persistente senso di benessere.

Al sabato non era previsto che lavorassimo. Avevamo così il tempo per
sbrigare le nostre faccende personali e per meditare più a lungo in
solitudine. Di solito meditavo fino a tardi, al mattino, per poi mantenere
il silenzio per tutta la giornata. A volte digiunavo. Alla sera mi
raccoglievo ancora per parecchie ore in meditazione.

La domenica assistevamo ai servizi del mattino e della sera nella nostra
chiesa di Hollywood.

Disponevamo soltanto di un piccolo autocarro per raggiungerla e noi monaci
più giovani ci ammucchiavamo festanti sul cassone per tutta la durata del
viaggio che era di quindici o venti minuti. D'inverno, per temprarci contro
il freddo e sviluppare la nostra titiksha
(resistenza), ci spogliavamo a volte fino alla cintola, dando un gioioso
benvenuto all'aria corroborante e ridendo con giovanile buon umore a ogni
scossone.

"Devi proprio imparare il tumo", mi gridò Boone un giorno che il vento ci
sibilava gelido attorno. "E che cos'è?". "E' una tecnica tibetana per
vincere il freddo". Da allora non persi l'occasione di provocare Boone, ogni
volta che mi pareva un po' intirizzito. "Coraggio con questo tumo!", gli
gridavo.

Nella sua semplicità, la chiesa di Hollywood era incantevole, Vi
predominavano, all'interno come fuori, le tinte azzurro, bianco e oro; "i
colori del Maestro", come mi informò Boone.

Nelle pareti laterali si aprivano piccole nicchie con statuette che
rappresentavano i fondatori delle grandi religioni del mondo. Paramahansa
Yogananda l'aveva denominata "Chiesa di tutte le religioni", in accordo con
la sua dottrina che pose sempre l'accento sull'unicità sostanziale di tutte
le fedi.

Posti a sedere per circa centoquindici persone erano disposti di fronte a un
piccolo palco cui sui saliva il ministro che officiava il servizio. Prima e
dopo l'ufficio divino, delle tende erano di solito tirate per tutta la
larghezza di questo palco. Una volta aperte rivelavano, contro la parete di
fondo, un altare con cinque nicchie, ciascuna contenente l'immagine di uno
dei guru della nostra tradizione: Babaji, Lahiri Mahasaya, Swami Sri
Yukteswar, Paramahansa Yogananda e Gesù Cristo.

Bernard, al quale toccava officiare il servizio nella chiesa la prima
domenica dopo il mio arrivo, mi fece da guida prima di iniziare.

"Come mai", gli chiesi, "il nostro altare ospita anche l'immagine di Gesù
Cristo? Egli non appartiene certo alla nostra linea di guru. E' stato
incluso per non creare attrito con le confessioni cristiane?".

Bernard sorrise. "Il Maestro ci ha detto che fu Gesù Cristo ad apparire a
Babaji, chiedendogli di portare in Occidente la sua dottrina per
l'auto-realizzazione.

"I miei seguaci", affermò Gesù durante quell'incontro, "hanno scordato
l'arte dell'intima comunione con il Divino. Essi compiono un'opera meritoria
nel mondo, ma hanno perso di vista il più importante dei miei insegnamenti,
di 'cercare anzitutto il regno di Dio'" Nota: Matteo 6:33. Fine nota.

"L'opera per cui egli inviò il Maestro in Occidente è di aiutare le genti a
raggiungere l'unione spirituale con Dio", continuò Bernard. "Anche Gesù
diviene una realtà vivente con la pratica della meditazione, un essere con
cui è possibile l'unione spirituale, non più soltanto qualcuno di cui si
legge la storia nella Bibbia. Ecco cosa intendeva Cristo quando diceva che
sarebbe ritornato. Il maestro parla spesso della sua opera come del secondo
avvento di Cristo. Egli infatti insegna come si può portare a compimento la
promessa di Gesù nel suo vero senso, che non è di ritorno fisico sulla
terra, ma spirituale nell'anima di chi lo ama e aspira all'unione con lui".

"Non è quello che crede la maggioranza dei cristiani", osservai con un
sorriso che era piuttosto una smorfia.

"Certo! ma ricorderai senz'altro quante volte è narrato nei Vangeli che Gesù
rimproverò i suoi stessi discepoli perché avevano preso alla lettera le sue
parole che lui invece usava in metafora.

"Io mi nutro di un cibo che voi non conoscete" * Giovanni 4:32 *, disse una
volta ed essi pensarono che avesse un panino nascosto da qualche parte. Gesù
stesso inoltre annunciò che il suo secondo avvento sarebbe avvenuto nella
vita presente di chi lo ascoltava. "In verità vi dico: non passerà questa
generazione prima che tutto ciò avvenga" * Matteo, 24:34 *. Allora e in
molte occasioni successive egli ha mantenuto la promessa di manifestarsi ai
suoi fedeli devoti, non certo agli avventisti fanatici che si aspettano che
egli ricompaia sulla sommità di una collina con una bianca tunica
svolazzante, ma a coloro che lo cercano con umiltà nei loro cuori".

"Ditemi", dissi, provando un po' di esitazione nell'affrontare un problema
filosofico tanto spinoso, "perché sul nostro altare ci sono delle immagini?
Se lo stato di coscienza al quale aspiriamo di giungere è privo di forma e
onnipresente, qualcosa con il quale si suppone che noi possiamo conseguire
un'intima identificazione spirituale, non sarà di ostacolo alla nostra
evoluzione che l'attenzione sia distratta verso l'esterno e diretta a degli
individui?".

"No", rispose Bernard. "Giacché i nostri Maestri possiedono questo stato di
coscienza che per noi è difficile perfino da visualizzare. Armonizzandoci
con loro, anche noi cominceremo a percepire la natura di tale stato e a
sviluppare quindi in noi stessi la medesima coscienza. Questo è quanto
afferma la Bibbia dove è scritto: "Ma a quanti lo accolsero, a quelli che
credono nel suo nome, diede il potere di diventare figli di Dio" * Giovanni
1:12 *

"Allora è più importante sforzarsi di entrare in sintonia con la coscienza
del Maestro, mediante la meditazione, che concentrarsi su quanto egli fa e
dice in apparenza, non è così?

"Proprio così! Non voglio con questo negare che i suoi insegnamenti
posseggano un valore vitale per noi; ma, il nocciolo della dottrina è di
guidarci a questa sintonia interiore che, si potrebbe affermare, costituisce
l'essenza della vita del discepolo".

Mi chiedevo se una relazione personale tanto intensa col proprio guru non
avrebbe generato un attaccamento emotivo nei suoi confronti, ponendo così
dei vincoli alla coscienza del discepolo, anziché liberarla. E mi chiedevo
anche - ed era la questione più importante - se ricercare la sintonia con il
Maestro avrebbe minacciato il raggiungimento della completa armonia con il
Divino. Avrei finito per esteriorizzare la mia attenzione, anziché
interiorizzarla?

Man mano che il tempo passava, però, e io conoscevo meglio il Maestro, mi
resi conto che la ricerca di sintonia che egli incoraggiava nei suoi
discepoli era del tutto impersonale. Era sua pratica costante respingere con
estrema risolutezza ogni forma di devozione rivolta a lui in quanto essere
umano, indirizzandola verso la Divinità onnipresente, unico oggetto della
sua personale devozione.

Armonizzarsi con lui, scoprii ben presto, significava raggiungere la
completa armonia non con la sua personalità terrena, ma con il suo stato
universale di coscienza. Anzi, in un senso più profondo, non c'era davvero
alcuna personalità in lui con la quale entrare in sintonia; come egli
affermava spesso: "Ho ucciso Yogananda molti anni or sono. Nessuno, se non
Dio, dimora ora in questo tempio".

Nei primi tempi, quando ancora non m'ero reso conto di quanto la sua
coscienza fosse profondamente impersonale, ero incline a considerarlo
piuttosto un grande saggio. Egli cercò di aiutarmi ad ampliare i miei
orizzonti mentali. Un giorno, guardandomi intensamente dritto negli occhi,
mi disse: "Se tu conoscessi il mio stato di coscienza!".

Se qualche discepolo tradiva nei suoi confronti la benché minima traccia di
attaccamento o di presunzione per un favore ricevuto, il Maestro assumeva
invariabilmente un contegno più impersonale del solito nei suoi confronti. I
suoi discepoli più prossimi erano, senza eccezione, quelli i cui rapporti
con lui erano anzitutto rapporti in Dio.

Il 12 settembre, giorno del nostro primo incontro, il Maestro fece ritorno a
Encinitas. Non lo avrei rivisto prima di due settimane, quando era di nuovo
in programma che predicasse nella chiesa di Hollywood.

Nella chiesa regnava quel giorno una pace divina. Quando entrammo, l'organo
stava suonando. L'organista, Jane Brush (ora Sahaja Mata) stava eseguendo i
suoi arrangiamenti dei canti sacri composti dal Maestro. Li trovai così
dolci e ispiranti alla devozione che il mio cuore fu rapito ed elevato
nell'ardente desiderio di Dio. Di tutte le interpretazioni da me udite dei
canti del Maestro, nessuna mai mi commosse tanto profondamente.

Dopo circa venti minuti, iniziò il servizio: le tende si aprirono e comparve
il Maestro con il suo sguardo intenso e penetrante che sembrava accordare a
ciascuno dei presenti una speciale benedizione. Poi d'improvviso, sorrise,
raggiante di gioia divina. Balzammo tutti spontaneamente in piedi. Com'era
stata sua abitudine durante i primi giorni della sua "campagna", chiese
all'assemblea.

"Com'è ognuno di voi?".

"Desto e pronto!" gridammo in coro.

"Come si sente ognuno di voi?"

"Desto e pronto!".

Ci sedemmo, ispirati dal suo dinamismo, ed egli diresse i canti e la
meditazione, commentando poi brevemente alcuni passi scelti dalla Bibbia e
dalla Bhagavad Gita. Seguì, infine il sermone, un delizioso alternarsi di
umorismo, devozione ispirata e saggezza.

Avevo sempre pensato che le più profonde verità dovessero essere pronunciate
con enfasi e ritmo cadenzato, più o meno nello stile dei saggi di Emerson.
Il reverendo Bernard si era rivolto a noi in modo più o meno simile, la
domenica precedente (anche se, a dire il vero, era questa l'intonazione
usuale del suo eloquio!), e ne ero stato convenientemente impressionato.

La predica del Maestro aveva invece ora un tono tanto naturale, che, per
svariati minuti, ne fui completamente sconcertato. Era questa la maniera di
convincere la gente dell'importanza delle verità divine? Yogananda non
tentava neppure di impressionarci con la profondità delle sue intuizioni,
anzi, sembrava badasse piuttosto a metterci in uno stato d'animo allegro,
inducendoci a frequenti scoppi di risa.

Pian piano notai però come i suoi sprazzi di umorismo precedessero
invariabilmente qualche importante consiglio spirituale. Yogananda indossava
la propria saggezza con la minima affettazione, come una comoda, vecchia
giacca che si porta ormai da anni.

"Dietro ogni roseto di piacere", ci ammonì, "si nasconde il serpente a
sonagli del dolore". Proseguì esortandoci a cercare il nostro "piacere" in
Dio e ad ignorare le volubili promesse di questo mondo.

"Ci sono due specie di poveri", osservò. "Quelli che vestono di stracci, e
quelli che, pur viaggiando in limousine, vestono gli stracci spirituali
dell'egoismo e dell'indifferenza per Dio. E' meglio essere poveri
materialmente e avere Dio nel proprio cuore, che essere ricchi senza di
Lui".

"Non dite mai di essere peccatori", ci disse ancora. "Voi siete figli di
Dio! L'oro anche se coperto di mota da secoli, rimane oro. Così, l'oro puro
dell'anima, anche se è rimasto coperto per interminabili ore dal fango
dell'illusione, non cessa mai di essere "oro" puro. Ritenersi peccatore
significa identificarsi col proprio peccato, anziché cercare di vincerlo.
Chiamare se stesso peccatore è il più grave peccato davanti a Dio!".

Continuò descrivendo i diversi livelli di sviluppo spirituale.

"Dormivo e sognavo che la vita fosse bellezza. Mi svegliai e scoprii che la
vita era dovere. Ma anche così, con il mio ego sottomesso, mi sognavo
separato da Dio. Poi mi destai in Lui e mi resi conto allora che la vita è
davvero bellezza! Le bellezze che andiamo cercando in questo mondo non
possono mai essere trovate, infatti, se non in Dio. Per sperimentarle
dobbiamo anzitutto sottometterci alla Sua volontà. Soltanto in questo modo
possiamo elevarci al di sopra del nostro sé. Non siamo stati inviati sulla
terra per fare un giardino di delizie. Questo mondo è un campo di battaglia!
Il nostro compito più nobile è di cercare il ricongiungimento con Dio
."Cercate prima di tutto il regno di Dio", disse Gesù, "e tutto il resto vi
sarà dato in soprappiù". Non dubitate mai".

Il maestro concluse il sermone con l'inestimabile suggerimento di non
coricarsi mai senza essersi convinti prima che questo mondo altro non è che
un sogno di Dio.

Dopo la predica, Bernard lesse qualche annuncio, concludendo con la
raccomandazione ai novizi di leggere 'Autobiografia di uno yogi'. A questo
punto il Maestro lo interruppe. "Molti", disse, "sono giunti di lontano dopo
la lettura di questo libro. C'è chi l'ha letto di recente a New York e...
Walter, alzati per favore".

Mi guardai attorno curioso di vedere chi fosse questo "Walter", che, come
me, aveva letto recentemente il libro a New York. Nessuno si alzò. Mi volsi
di nuovo verso il Maestro e lo vidi sorridermi! Walter?! "Beh", conclusi con
filosofia, "in fondo un nome vale l'altro". Pieno di imbarazzo di levai in
piedi.

"Walter lesse il libro a New York" continuò allora il Maestro con voce
affettuosa, "e ha abbandonato tutto per venire qui. Ora è uno di noi".

I presenti, tanto laici che monaci, mi rivolsero un sorriso benedicente.

"Walter" fu il nome con il quale il Maestro mi chiamò da allora in avanti.
Nessun altro usò questo nome, finché, morto il Maestro, bramoso di ogni
particolare che mi potesse ricordare gli anni preziosi trascorsi con lui,
pregai i miei fratelli e le mie sorelle sul sentiero dell'auto-realizzazione
di chiamarmi con quel nome.

Yogananda si trattenne a Mount Washington per alcuni dei giorni successivi.
Durante questo periodo lo vidi varie volte, ma mai in privato. Il drastico
mutamento intervenuto nella mia esistenza aveva comunque prodotto un tale
turbamento dentro di me da rendere di dubbia utilità in quel momento anche
un altro colloquio col Maestro che, da parte sua, stava probabilmente
aspettando che io assimilassi le istruzioni impartitemi nel corso del primo
incontro.

Pochi giorni prima che il Maestro ritornasse a Mount Washington, Norman mi
aveva invitato a unirmi a lui in quella che agli igienisti fanatici è nota
come "cura dell'uva", una dieta costituita di nient'altro che uva e succo
d'uva. Bastavano poche settimane di questa dieta, mi assicurò Norman perché
il mio corpo si purificasse e ne traessi sicuro giovamento nella mia vita
spirituale. Il Maestro ci incontrò il lunedì mattina.

"Nulla purifica più della devozione", osservò con un sorriso.

"Desiderate che interrompiamo questa dieta, signore?" chiesi io.

"Oh no! Ormai l'avete deciso e non voglio certo farvi venir meno alla vostra
volontà. Certo il vostro tempo sarebbe meglio speso se voi vi sforzaste a
potenziare la vostra devozione. E' un cuore puro che conduce a Dio, non uno
stomaco purgato!".

Prestai attenzione al suo consiglio e ben presto persi ogni interesse per la
cura dell'uva, anche se la continuai ancora uno o due giorni per non venir
meno, erano state le sue parole, alla mia decisione. Non passò molto tempo
prima che mi impegnassi nel compito più remunerativo, e molto più
impegnativo anche, di intensificare il mio amore per Dio, cantando inni e
nutrendo il costante pensiero della presenza di Dio nel mio cuore.

Le abitudini intellettuali, ahimè, non sono sempre facili da mutare.
Dovettero passare mesi prima che potessi sentire d'aver compiuto un
sostanziale progresso nell'abbandono della mia inveterata tendenza a un
eccessivo razionalismo. Il Maestro, notato il mio desiderio mi aiutò fin
dall'inizio con il suo costante incoraggiamento e i suoi consigli.

"Mira alla devozione!" era solito dirmi. "Tu devi avere devozione. Ricorda
cosa disse Gesù - e qui parafrasava le parole del Vangelo - "Non ti
rivelerai all'avveduto o al saggio, ma ai bambini".

Swami Sri Yukteswar, santo di estrema saggezza se mai ve ne fu uno, fra i
santi, forse, quello che più approvava le doti intellettuali, affermò che
soltanto l'amore determina se una persona è o no, adatta a percorrere il
sentiero spirituale. Nel suo libro La Scienza Sacra è scritto: "Questo amore
naturale del cuore è la condizione principale per vivere santamente... senza
di esso è impossibile per l'uomo avanzare anche di un solo passo sulla via
(della salvezza)".

L'epoca attuale, purtroppo, forse più di ogni altra offre ben scarso
incoraggiamento allo sviluppo di quel completo abbandono d'amore del quale
hanno sempre parlato i santi. "Sdolcinato sentimentalismo" è il giudizio che
viene riservato comunemente a ogni sorta di profondo sentimento.
L'insensibilità è oggetto perfino dell'ammirazione di molti che la
considerano prova di un "atteggiamento scientifico". La verità è però che
nessuno senza amore può penetrare il senso riposto dell'esistere. Se le
emozioni infatti possono offuscare la mente, il che si verifica a volte,
l'amore calmo e puro la rischiara, rendendo possibili le più sottili
intuizioni.

Un visitatore chiese una volta un appuntamento privato con il Maestro e il
giorno prestabilito si presentò armato di una lunga lista di domande
intellettualistiche che riteneva assai "profonde".

"Ama Dio", fu la risposta del Maestro alla prima di esse.

L'uomo esitò un attimo, non comprendendo la pertinenza della risposta, poi
si strinse nelle spalle e pose la seconda domanda.

"Ama Dio!", insistette il Maestro.

Perplesso, il visitatore passò alla terza "profonda" questione elencata
nella sua lista.

"Ama Dio!", fu nuovamente la replica di Yogananda, pronunciata stavolta in
tono severo. Senza una parola di più il Maestro si levò in piedi e lasciò la
stanza, concludendo bruscamente l'intervista.

L'ospite intellettuale mancò totalmente di afferrare quanto il consiglio
fosse pertinente come risposta alle sue domande. Paramahansaji lo aveva
ammonito che, finché non avesse sviluppato in sé l'amore, le porte della
vera sapienza non si sarebbero dischiuse davanti a lui.

Che un uomo tanto universalmente compassionevole potesse applicare una
disciplina così rigorosa rendeva perplessi alcuni fedeli. Il neofito, quando
il suo guru gli "offre" la prima solenne lavata di capo, giunge perfino a
chiedersi: "Che sia andato in collera?".

Un vero maestro vive però su un piano infinitamente superiore a tali
emozioni corrosive, e se a volte fa un'esibizione d'ira è soltanto per dare
la dovuta enfasi a un ammonimento che, impartito in tono gentile, sarebbe
semplicemente ignorato. E' come una madre, che si può trovare obbligata a
volte a sgridare il suo bambino, quando questi non dà retta alle
raccomandazioni fatte con debolezza.

Il Maestro imponeva la sua disciplina soltanto a chi l'accettava; altrimenti
era la premura in persona. Lo ricordo a volte chiedere con dolcezza ai nuovi
discepoli dopo averli ripresi benevolmente: "Non ti rincresce che ti dica
questo, non è vero?".

Una delle caratteristiche che più mi colpivano in lui era il suo universale
rispetto, che sgorgava dalla più profonda sollecitudine per il benessere del
suo prossimo. Anche il più completo estraneo gli era caro, ne sono convinto,
come uno dei suoi discepoli.

Debi Mukherje, un giovane monaco indiano, mi raccontò di aver assistito a un
esempio dell'universalità dell'amore del Maestro. Un pomeriggio Yogananda lo
aveva invitato a una gita in automobile. Mancava poco al tramonto ed essi
erano ormai sulla strada di casa.

"Ferma, ferma!" grido all'improvviso il Maestro. Parcheggiarono lungo il
cordone del marciapiede. Paramahansaji scese e ritornò indietro a piedi di
parecchie porte fino a un piccolo bazar dall'aspetto piuttosto pretenzioso.
Qui, con grande stupore di Debi, scelse una quantità di articoli di
un'assoluta inutilità. "Cosa mai vorrà farsene di tutte queste
cianfrusaglie?" si chiese meravigliato. Alla cassa accanto all'uscita la
proprietaria, una donna piuttosto anziana, addizionò i vari importi e quando
il Maestro pagò, scoppiò in singhiozzi.

"Avevo un bisogno disperato proprio di questa somma prima di sera!" esclamò
fra le lacrime.

"Era ormai quasi ora di chiudere e avevo perso ogni speranza. Siate
benedetto, signore! E' Dio che deve avervi mandato nell'ora del bisogno!".

Soltanto il dolce sorriso del Maestro tradì che era a conoscenza delle
difficoltà della donna. Egli però non offrì una sola parola di spiegazione.
Gli acquisti, come Debi aveva già sospettato, non servivano ad alcuno scopo
pratico.

All'inizio trovai piuttosto imbarazzante vivere con un maestro che era, come
scoprii ben presto, completamente a conoscenza dei miei più riposti pensieri
e sentimenti. La distanza non costituiva affatto una barriera per la sua
visione telepatica. Dovunque fossero i suoi discepoli egli poteva leggere in
loro come nel proverbiale libro aperto.

Boone e Norman mi narrarono che, alcune settimane prima del mio arrivo,
erano andati insieme in autobus a Encinitas e la loro conversazione era
stata evidentemente non proprio edificante.

"Il Maestro ci venne incontro fin sul cancello con la faccia scura",
raccontò Norman. "Ci citò alcune delle battute più colorite della nostra
conversazione sull'autobus e ci diede quindi una bella strigliata. "Siete
venuti qui per dimenticare gli oggetti terreni del desiderio", disse "Se
proprio non potete fare a meno di parlare, parlate di Dio. Quando siete
insieme parlate di Lui". Concluse consigliandoci di frequentarci il meno
possibile!."

In quel periodo, James Coller, un altro discepolo, venne a farci visita da
Phoenix in Arizona, dove il Maestro lo aveva nominato ministro della chiesa
SRF locale. James, pur profondamente devoto a Dio e al suo guru, aveva la
tendenza a prendere un po' sottogamba la disciplina monastica.

"Stavo venendo in macchina da Phoenix a Encinitas poco tempo fa", ci
raccontò James "per vedere il Maestro. Era notte fonda e avevo una gran
fame. A un certo punto giunsi a un ristorante ancora aperto e vi entrai, già
pregustando di saziarmi. Sfortuna volle che servissero soltanto hamburger.
Che dovevo fare? Sapevo che il Maestro ci desiderava vegetariani, però...
insomma, avevo davvero una fame da lupo! "Fa niente", decisi infine, "non lo
verrà mai a sapere!".

Mi mangiai due hamburger. Poi mi rimisi in viaggio per Encinitas e là parlai
con il maestro.

Alla fine della conversazione, mi fece notare con dolcezza:

"Quando sei in viaggio, James e ti trovi su una strada di notte, e arrivi in
un posto dove servono soltanto hamburger... beh, è meglio che non mangi per
niente".

Per quanto mi sentissi sconcertato a volte dal fatto di vivere in prossimità
di qualcuno che aveva libero accesso nel più intimo della mia mente, divenni
però nel contempo sempre più grato al Maestro per il suo potere di
penetrazione. Mi rendevo conto infatti che qui avevo trovato finalmente un
uomo del quale non dovevo temere mai l'incomprensione. Il Maestro era un
amico per me, una costante e tranquilla presenza al mio fianco, ansioso
soltanto di aiutarmi a raggiungere una superiore comprensione, anche e
soprattutto quando sbagliavo. Pare quasi incredibile, inoltre, ma egli era
esattamente lo stesso nei confronti di chiunque, indipendentemente da come
questi lo trattasse.

Una volta rimproverò il reverendo Stanley, il ministro del centro SRF di
Lake Shrine.

"Vi prego, signore", implorò Stanley. "Mi perdonerete, non è vero?"

"Certo", replicò stupito il Maestro. "Che altro potrei fare"?

Non seppi mai che avesse conservato del rancore per alcuno.

V'era un uomo che per anni, mosso dalla sua intensa invidia per il Maestro,
l'aveva continuamente calunniato. Un giorno, meno di una settimana prima
della scomparsa del Maestro, i due si incontrarono faccia a faccia a una
riunione formale.

"Ricorda", gli disse il maestro fissandolo dritto negli occhi con profonda
indulgenza, "io ti amerò sempre!". Da allora vidi quell'uomo guardare sempre
il Maestro con intenso amore e ammirazione.

I consigli che il Maestro offriva, nati com'erano da tanto amore, erano
sempre adeguati alle necessità di particolari di coloro ai quali erano
indirizzati. Un giorno, incontrandomi nel parco, mi esortò: "Non essere
eccitato o impaziente, Walter. Va' con velocità moderata". Solo chi
conoscesse i miei pensieri privati durante la meditazione avrebbe potuto
percepire lo zelo galoppante con cui mi inoltravo sul sentiero spirituale.
Non era certo quello un atteggiamento che manifestassi pubblicamente.

Verso la fine di settembre Yogananda mi invitò a Encinitas, dove annunciò
che avrebbe passato la prossima settimana. Là, nel tranquillo salone
dell'eremo che dominava dall'alto l'Oceano Pacifico, meditammo una sera
assieme a lui in un piccolo gruppo. Seduto in sua presenza, provai la
sensazione come di un potente magnete che sollevasse l'intero mio essere
concentrandolo nel punto in mezzo alle sopracciglia.

Un pensiero mi balenò nella mente: "Non c'è da meravigliarsi affatto che le
Scritture indiane diano un peso tanto essenziale all'influenza elevatrice di
un vero guru!". Con i miei soli sforzi, senza quell'aiuto, non sarei mai
riuscito a immergermi tanto presto e tanto profondamente in meditazione.

Dopo quell'esperienza il Maestro mi invitò a Twenty-Nine Palms, dove disse
che stava progettando di recarsi a trascorrere un periodo di clausura. Fu in
questo luogo che, in tutti quegli anni, raccolsi i miei più preziosi ricordi
di lui.

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Manina indica Giù Spaziatore Manina indica Giù
Spaziatore