Buon giorno! oggi è Lunedì 26 Agosto 2019 ore 0 : 44 - Visite 559305 -

BENVENUTI SUL SITO WWW.ECROS.IT
Logo di Ecros.it con scritta a fuoco
divisore giallo animato
TestataYoga-510x151.jpg
MENU NAVIGAZIONE
SPAZIATORE bianco
Lineablu

SEZIONE: « ARCHIVIO ARTICOLI »

Lineablu
SPAZIATORE bianco

SCHEDA ARTICOLO N. «01399»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: GEORGE FEUERSTEIN
TITOLO: MEERA E LA MADRE DIVINA
SPAZIATORE bianco

TESTO ARTICOLO

Meera e la madre divina

(di George Feuerstein)

Georg Feuerstein, praticante spirituale e autore di più di venti libri,
descrive un'inaspettata esperienza spirituale della Madre Divina e il suo
importante incontro con la famosa santa indiana Madre Meera. Scritta con
grande franchezza da uno dei principali interpreti contemporanei del
pensiero spirituale, questa descrizione vivida e affascinante delle sue
esperienze (e il tentativo filosofico di ricavarne un senso) fornisce un
contesto alla nostra ricerca sulla natura del sacro femminile e sul
significato delle Madri Divine.

- Una ricerca personale e filosofica -

Georg Feuerstein, praticante spirituale e autore di più di venti libri,
descrive un'inaspettata esperienza spirituale della Madre Divina e il suo
importante incontro con la famosa santa indiana Madre Meera. Scritta con
grande franchezza da uno dei principali interpreti contemporanei del
pensiero spirituale, questa descrizione vivida e affascinante delle sue
esperienze (e il tentativo filosofico di ricavarne un senso) fornisce un
contesto alla nostra ricerca sulla natura del sacro femminile e sul
significato delle Madri Divine.

"Se Dio non esistesse - disse Voltaire - bisognerebbe inventarlo". Da
qualche altra parte, completò l'affermazione dicendo: "Se Dio ci ha fatto a
Sua immagine, dobbiamo certamente restituirgli il favore". Ciò ricorda
l'intuizione
espressa da alcuni antichi scettici greci, secondo cui è sospetto il fatto
che gli dei siano così simili a noi.

Chiaramente, c'è della verità in questa affermazione, come sa chiunque
mastichi un po' di religione comparata. Tuttavia, essa non trasmette affatto
l'intera verità. Il materialismo vorrebbe farci credere che la società o
l'economia
formino, se non addirittura predeterminino, la nostra concezione
dell'assoluto.
Secondo il dogma materialista, la metafisica non è il prodotto di
realizzazioni spirituali, intuizioni mistiche ed elevate considerazioni
intellettuali, ma di fattori terreni come la fame, la ricchezza o il mal di
denti.

Sembrerebbe che la verità si trovi da qualche parte tra i due estremi del
riduzionismo materialista e della spiritualità riduzionista. Alla luce di
ciò, come dovremmo considerare l'antica tradizione della divinità del
principio femminile (cioè della Dea o della Madre)?

Per gli psicologi, la Divinità femminile è un potente archetipo insito
nell'inconscio
collettivo, anche se non c'è unanimità su come questa fondamentale immagine
sia nata e sia stata poi trasmessa attraverso le ere e le culture.

Per l'intellettuale medio, profondamente imbevuto dell'etos umanista
contemporaneo, non si sta parlando di metafisica o di metapsicologia, ma di
un fraintendimento, o di un'illusione, trasmessa da una generazione di
credenti all'altra. Per i teologi della "morte di Dio", la Dea è una
proiezione, così come lo era il Dio patriarcale del deismo. Questa
sbrigativa svalutazione è apertamente contestata da chi considera il divino
femminile non un concetto astratto, ma una realtà vivente; ovvero, da quei
tanti che contattano la Madre Divina nelle loro preghiere, che trovano in
Lei sollievo, e perfino che si uniscono a Lei in mistica intesa.

Fino a pochi anni fa, mi limitavo a sfiorare questo argomento filosofico;
scrivevo sul principio cosmico femminile in termini puramente astratti, a
livello di una costruzione metafisica plausibile come tante altre. In quanto
ex luterano (di formazione religiosa molto tiepida) non avevo mai conosciuto
la dottrina mariana che ha un ruolo così importante nel cattolicesimo. Il
mio incontro intellettuale con il divino femminile rimase confinato alla
dottrina induista di Shiva-Shakti. In essa, Shakti è il polo femminile della
realtà divina, mentre Shiva rappresenta l'aspetto maschile dello stesso
essere supremo; quest'ultimo si manifesta in forma di dei (deva) e dee
(devi) particolari, ovvero di versioni inferiori della Realtà
onnicomprensiva.

Mi interessava poco il fatto che questa dottrina metafisica degli aspetti
polari del Divino avesse i suoi riti concreti e la sua controparte
esperienziale nella vita religiosa di milioni di pii indù. La sublime
metafisica del non dualismo, o Advaita Vedanta, grazie alla quale la
filosofia indù è famosa in Occidente, è prerogativa esclusiva di pundit
eruditi, mentre la pratica religiosa, in India, si basa ampiamente
sull'adorazione
della Dea.

Impegnato come ero nella ricerca di una pratica contemplativa non
dualistica, la dimensione della Divinità polarizzata rimase per me un
enigma. Poi, un giorno, come risultato naturale del mio lavoro interiore, mi
sono ritrovato disponibile a considerare la possibilità esperienziale della
Dea. Improvvisamente, le nude ossa teologiche della mia considerazione
furono avvolte dalla carne dell'immediatezza: mi imbattei nella sacra
presenza come in una forza materna; essa mi sosteneva, mi nutriva, mi
proteggeva e mi rianimava come, sul piano umano, solo l'amore di madre può
fare. Dalle mie guance sgorgarono lacrime di gratitudine e riconoscenza.
Sapevo che qualcosa di molto importante era successo nel mio viaggio
contemplativo.

Questa esperienza mi lasciò felice e perplesso. Fino a quel momento, nelle
mie meditazioni e preghiere avevo sempre sperimentato la presenza sacra
attraverso un velo di qualità maschili; per esempio, l'imponenza,
l'imparzialità,
la lontananza e la severità.

In giovane età, e dopo molte riflessioni filosofiche, avevo radicalmente
eliminato dal mio bagaglio di credenze ereditarie l'idea del Dio-Creatore
che i miei genitori avevano cercato di instillarmi. Tuttavia, in
retrospettiva, sembra che non riuscii a sradicare completamente dalla mia
psiche questa potentissima immagine archetipa del Divino come del maschio
supremo. Anche se mi ero battuto in età molto precoce per arrivare a una
versione non-dualista della metafisica, la mia esperienza dell'Assoluto
conteneva tracce evidenti di quell'incrollabile Dio-Creatore da cui pensavo
di essermi liberato.

Si pose la domanda: la mia esperienza del sacro come una forza maschile era
stata puramente un costrutto, o quella presenza era stata in se stessa
qualitativamente diversa da quella presentatasi in modo materno? Se fosse
stata esclusivamente un costrutto della mia mente, probabilmente la presenza
materna veniva dalla stessa, inaffidabile fonte. Dopo una ricerca intensa e
sincera, conclusi che ambedue le esperienze del sacro si riferivano a
qualcosa di reale in sé, ma che vi si era sovrapposto il mio atteggiamento
intellettuale ed emotivo.

Poiché ero un non-dualista convinto, dovevo ammettere che il sacro - o la
Realtà - nella sua condizione assoluta non avrebbe potuto essere né maschile
né femminile. Ma questa non era di certo la mia esperienza. In genere, nei
miei incontri con il sacro, ho sperimentato una predominanza di qualità che
avrebbero potuto essere descritte come tendenti verso il maschile o il
femminile.

Tuttavia questo non mi disturba, in quanto non comporta una contraddizione
irriducibile. Infatti, non condivido il non-dualismo radicale
caratteristico, per esempio, dell'Advaita Vedanta di Shankara. Quando mi
chiedono di esprimere il mio credo filosofico, mi sento più vicino al
non-dualismo condizionato insegnato da Ramanuja, il grande rivale di
Shankara, vissuto molti secoli dopo quest'ultimo. Come il neoplatonismo, la
metafisica di Ramanuja non considera il mondo un'illusione, ma una
manifestazione di grado inferiore della Realtà assoluta.

Così, arrivai a pensare che la mia esperienza della presenza sacra come una
forza materna avesse un referente oggettivo che si poteva definire "Dea" o
"Madre", ma che allo stesso tempo veniva colorata da certe predisposizioni
all'interno della mia psiche.

Cos'è quella Madre? All'epoca del mio primo incontro meditativo con la
presenza materna, ero molto assorto nei problemi ecologici che assediavano
il nostro pianeta e la famiglia umana. Ero esasperato dalla gravità della
devastazione provocata dall'uso irresponsabile della scienza e della
tecnologia moderne, oltre che dalla sbalorditiva mancanza di saggezza dei
leader politici mondiali. Ricordo vividamente che le mie sofferenze per
tutto ciò erano arrivate al punto che, per un certo periodo, le mie
meditazioni si erano trasformate in dolorosi (sebbene, retrospettivamente,
necessari) stati catartici nei quali ero emotivamente in contatto con il
nostro ambiente devastato.
In precedenza, prima di sedermi in meditazione, cercavo sempre di soffocare
qualsiasi tumulto emotivo; durante la meditazione, poi, avrei cercato di
stabilire e mantenere la concentrazione su un equilibrio mentale
cristallino. Adesso, invece, permettevo ai sentimenti di seguire il loro
corso, mentre io restavo sullo sfondo, testimone discreto di questo tumulto
interiore. Avvertivo un legame profondo con la Terra e le sue innumerevoli
creature, e sentivo di essere in contatto con il cosmo vivente nella sua
interezza. Fu allora che accadde l'apertura.

Improvvisamente il sacro invase la mia coscienza, nella forma di una
sconfinata presenza femminile. Sentii una calda corrente di gioia
sopraggiungere dall'infinito e sommergere il mio essere; sapevo con certezza
che l'universo era buono e giusto, e che non dovevo preoccuparmi
eccessivamente del triste stato del nostro pianeta e delle specie viventi.
In quel momento mi sentii amato, accettato, accolto, nutrito e guarito.

Grazie a quell'esperienza scoprii un aspetto del divino che caratterizzava
dai tempi antichi la vita religiosa e spirituale. Tuttavia, tale aspetto era
stato cancellato dalla nostra cultura materialistica, la cui mentalità
patriarcale era in perenne lotta con il femminile, nelle sue manifestazioni
umane e divine. Chiaramente, la realtà sacra comprende molte sfere e
dimensioni che sono state esplorate dai maggiori "psiconauti" delle
tradizioni spirituali mondiali.

Più o meno un anno dopo, nel 1992, ebbi un incontro più immediato e diretto
con il sacro nella forma di una presenza femminile. Esso s'incise nella mia
anima come un'incrollabile certezza di essere permanentemente nel grembo di
una Realtà più elevata. Questa volta l'esperienza non fu meditativa, o
almeno non fu soltanto tale, in quanto si verificò grazie all'antico e
rispettato principio del contagio spirituale. Più precisamente, accadde alla
presenza di un essere umano che (per usare un linguaggio tradizionale) si
può definire una santa, sebbene lei sembri molto di più. Si trattava della
donna indiana conosciuta semplicemente come Meera, o "Madre" Meera.

Dal 1983, ella vive nel sonnolento paese tedesco di Thalheim, a nord di
Francoforte. Coloro che vogliono avere la sua darshana (lett. "visione")
devono essere pronti ad affrontare una specie di pellegrinaggio. Nel mio
caso, ciò comportò un viaggio in macchina, lunghe ore di attesa in due
febbrili aeroporti internazionali, un volo lunghissimo su un aereo affollato
e chiassoso, un viaggio in treno misericordiosamente breve, un tassì verso
un albergo locale e, infine, trenta minuti di passeggiata attraverso i campi
sotto una pioggia torrenziale.

Man mano che mi avvicinavo al paese, avevo la sensazione di stare
attraversando uno specchio per entrare in un mondo diverso. Tale sensazione
s'intensificò quando misi piede nella casa di Meera, avvolta da una grande
pace. Avevo sperimentato una sensazione simile vicino ad altre anime
altamente evolute, ma mai in modo così travolgente.

La sala dove Meera avrebbe tenuto la darshana si stava riempiendo
rapidamente. Riuscii a trovare un posto a poche file da dove lei si sarebbe
seduta. Mi guardai intorno per un po', studiando i volti delle persone che
entravano nella sala. Quante storie e karma diversi erano rappresentati!
Calcolai che c'erano molti più di cento visitatori.

Poi, l'atmosfera serena mi spinse verso la mia interiorità e mi ritrovai a
meditare senza curarmi dei movimenti e dei bisbigli intorno a me. Quasi non
mi accorsi dell'ingresso di Meera che, puntualmente alle 7:00 di sera,
arrivò e si sedette sulla sua sedia.

Non potei fare a meno di restare sorpreso dalla sua piccola statura.
Nonostante ciò, lei emanava un'aura di grande autorità, che sembrava
palpabile come la pace che riempiva la sala. Le persone si erano alzate e la
salutavano alla maniera indù con le palme delle mani unite di fronte al
petto. Entrando, ella teneva lo sguardo fisso sul pavimento di fronte a sé,
in un gesto di sincera umiltà e concentrazione. Durante tutta la sessione
(che durò più di tre ore), Meera non si guardò mai intorno, ma si concentrò
esclusivamente sulla persona che si alzava e le si avvicinava per riceverne
la benedizione. Tutti i suoi movimenti avevano un ritmo fluido che osservavo
affascinato.

La maggior parte del tempo, comunque, mi ritrovai naturalmente assorbito in
uno stato di meditazione. Poi, venne il mio turno di ricevere la
benedizione. Non c'era una sequenza formale di atti, ma ognuno poteva
avvicinarsi alla sua sedia quando si sentiva interiormente spinto a farlo. E
io provai tale spinta interiore come una chiamata chiara e irresistibile.

Mi inginocchiai di fronte a lei e, con una naturalezza che mi sorprese,
posai la testa sulle sue ginocchia. Quindi, sentii le sue mani sulla testa e
mi aprii alla sua benedizione. Non ci furono trasmissioni di energia (la
shakti-pata), fuochi d'artificio interiori o sensazioni straordinarie; tutto
fu incredibilmente semplice. Avvertii il passaggio veloce, nella mia mente
conscia, di una presenza che scendeva in profondità nel mio essere, dove non
potevo seguirla. Sentivo chiaramente, però, di essere benedetto oltre tutte
le mie ragionevoli aspettative.

Poi Meera rimosse le mani dalla testa, mi sedetti, e per circa quindici
secondi fui in grado di guardarla negli occhi. Questa era la seconda fase
del suo lavoro con i visitatori. Come mi era stato detto, ora stava
lavorando sulla personalità. Di nuovo, non ebbi delle chiare sensazioni
durante questa operazione, ma provai un'immensa gratitudine e un grande
amore nel mio cuore; tutto il mio corpo deve averle sorriso.

Mi inchinai ancora e tornai alla mia sedia. Passai le restanti due ore in
profonda meditazione, alzandomi solamente quando la sala si era svuotata ed
era ora di andar via.

Durante quel week-end, ebbi altre tre darshana. Ognuna fu di qualità
diversa, ma sempre con quell'atmosfera di pace che aderiva alle mie ossa
tanto da rimanere con me per molte ore.

Oggi, a distanza di vari anni, non ho ancora una spiegazione per ciò che
accadde esattamente durante quegli incontri con Madre Meera. Quello che so,
tuttavia, è che da allora la mia vita ha preso una svolta inaspettata e
piacevole. Mi è stato dato ogni aiuto necessario, esteriore e interiore, per
crescere ulteriormente: di ciò mi sento molto grato.

Meera non ha un insegnamento formale, né l'ho mai considerata la mia
insegnante. Piuttosto, ho visto in lei, sin dall'inizio, una soglia sul
Divino; ovvero, un essere il cui scopo dichiarato è manifestare la luce
divina sulla terra, di portarvi le paramatma-jyoti, la luce del Sé Supremo.
Non pretendo di capire il significato razionale di ciò, ma ne ho avuto una
comprensione intuitiva e forse anche esperienziale.

Meera si definisce un'avatara [incarnazione del divino], ma non ha pretese
di esclusività. La nostra mente di scettici occidentali fatica ad accettare
che ci siano esseri che non condividono la confusione, le ossessioni,
l'irreligiosità
e la mancanza di scopi che abbiamo noi, ma che vivono e vibrano sempre nel
Divino. Troviamo estremamente difficile accettare che possano esistere degli
esseri in forma umana al servizio di un fine evolutivo più elevato.

Perché il Divino non dovrebbe comprendere anche un aspetto femminile,
materno? E perché quell'aspetto non dovrebbe essere esprimersi in una forma
umana accessibile? Questo è precisamente ciò che molte tradizioni spirituali
insegnano da millenni. Possiamo liquidare tali insegnamenti come semplici
miti ma, così facendo, dal punto di vista spirituale perderemmo molto.
La mia filosofia personale su tali argomenti è sempre stata quella di
restare aperto a tutte le possibilità.

La mente razionale è un magnifico strumento, ma non dovremmo assegnargli il
compito di determinare a priori i confini della realtà. L'esperienza svolge
questo ruolo in modo migliore. Non dobbiamo accettare ciecamente ogni dogma
religioso, ma dobbiamo guardarci da quella boria intellettuale che
ridimensiona ogni conoscenza tradizionale come mere superstizione e
fantasia.

Come l'esperienza ci mostra ripetutamente, questo universo è molto più
meraviglioso di quanto la mente razionale voglia ammettere o trovi comodo.
La nostra vita è troppo breve e troppo importante per fare a meno della
grazia disponibile nel mondo, inclusa quella della Madre Divina.

SPAZIATORE bianco

Manina indica Giù Spaziatore Manina indica Giù
Spaziatore