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SCHEDA ARTICOLO N. «01690»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: AJAHN CHAH
TITOLO: SEMPLICI CONDIZIONI DI ESISTENZA
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TESTO ARTICOLO

Semplici condizioni di esistenza

(di Ajahn Chah)
(Tratto da Being Dharma, Boston, Shambala 2001)

(traduzione di Mariagrazia Cova e Chandra Candiani)

Noi crediamo di essere la felicità stessa e ci riteniamo felici.
Crediamo di essere noi la sofferenza e ci vediamo infelici. Non
riusciamo ad allontanarci da questo concetto e così non vediamo la
verità. Non vi è nessun sé coinvolto, ma noi pensiamo sempre in
termini di sé, perciò sembra che succeda a noi di essere felici, o che
la sofferenza sia nostra, l’eccitazione sia nostra, e nostra la
depressione. Così si costruisce la catena del sé e con questa solida
certezza che esista un sé ogni cosa sembra accadere a noi.

Per questo il Buddha insegnò a distruggere questo concetto, questo
blocco chiamato sé. Quando il concetto del sé è distrutto, siamo
liberi dalla credenza che ci sia un sé nel corpo, così la condizione
di assenza di sé è naturalmente smascherata. Credendo che ci sia un
“me” e un “mio” e vivendo in modo egoistico, tutto è concepito come
appartenente a un sé o che fa riferimento a un sé. Quando ogni
fenomeno naturale è visto in questo contesto, non vi è una vera
comprensione. Se la natura ci appare benevola, ne siamo felici, se
invece i fenomeni ci sono ostili, piangiamo e ci lamentiamo. Credendo
che i fenomeni naturali siano qualcosa che ci costituiscono o ci
appartengono, ci creiamo un grosso fardello di sofferenze da portare.
Se invece comprendiamo la verità delle cose, eviteremo eccitazione,
esaltazione, dispiaceri e lacrime. È detto: “L’essere in pace è la
vera felicità” e ciò avviene quando l’attaccamento è estirpato
attraverso la visione della realtà.

L’autentico Dharma del Buddha non mira a qualcosa di molto lontano da
noi. Ci insegna il sé, ci insegna che il concetto delle cose non è
veramente il sé. Tutti gli insegnamenti del Buddha sottolineavano
“questo non è sé, questo non appartiene al sé, non vi è il concetto di
sé o di altro”. Se restiamo in questo concetto, non riusciamo a
leggere correttamente, non “traduciamo” correttamente il Dharma. Noi
ancora crediamo: “Questo sono io, questo è mio”. Siamo attaccati alle
cose e le investiamo di significato. Non ci sappiamo districare e così
facendo il coinvolgimento diventa sempre più forte e la confusione
diventa sempre più profonda. Se riconosciamo che non esiste il sé, che
corpo e mente non sono il sé, come il Buddha ci ha insegnato, se
continuiamo a investigare comprendendo la condizione dell’assenza del
sé vedremo che non c’è né sé né altro. Il piacere è semplicemente
piacere, l’emozione è semplicemente emozione, i ricordi sono
semplicemente ricordi, il pensare è semplicemente pensare. Sono tutte
cose che sono semplicemente “cose”. La bontà è semplicemente bontà, il
male è semplicemente male. Non vi è una vera felicità o una reale
sofferenza. Vi sono semplicemente delle condizioni di esistenza;
semplicemente felice o semplicemente sofferente, semplicemente caldo o
freddo, semplicemente un essere o una persona. Dovremmo continuare a
vedere che le cose sono solo così. Solamente terra, solo acqua, fuoco,
aria. Dovremmo “leggere” e investigare questo concetto. Probabilmente
la nostra percezione di questo concetto cambierà. La convinzione che
esista un sé e fenomeni che appartengono a un sé, gradualmente si
dissolverà. Quando questo senso delle cose sarà rimosso, la percezione
opposta si stabilizzerà.

Quando la comprensione della visione del non sé è arrivata a
maturazione, potremo relazionarci con le cose di questo mondo, con le
persone che ci stanno a cuore, amici, parenti, ricchezze, successo e
status, proprio come facciamo con i nostri abiti. Quando gli abiti
sono nuovi li indossiamo, se si sporcano li laviamo, dopo qualche
tempo sono troppo usati e li scartiamo. Non vi è nulla di
straordinario in questo, stiamo costantemente gettando via cose
obsolete e usiamo cose nuove.

Avremo così lo stesso sentimento per la nostra esistenza in questo
mondo. Non ci affliggeremo, non saremo tormentati e oppressi da tutto
ciò che ci succede. Tutto resterà immutato, uguale a prima ma il
nostro sentire e la nostra condizione saranno cambiati. Avremo
raggiunto la visione ultima e l’autentica comprensione del Dharma. Il
Buddha insegnò il Dharma che noi dovremmo riconoscere ed esso è qui
tra noi dentro questo corpo e mente. Lo abbiamo già, dobbiamo solo
imparare a riconoscerlo.

Noi pensiamo in termini di: la mia gamba, il mio braccio, il mio amico
e così vediamo il sé; ma secondo il Dharma questo non è vedere il sé.
Comprendere che le cose non sono il sé “è vedere il sé”. Lo vediamo ma
non ce ne facciamo carico. Se vedete un serpente, ma non lo
raccogliete, non verrete morsicati. È sempre un serpente, ma il suo
veleno non vi danneggerà. Così il Buddha arrivò a vedere il sé.

Quando arriviamo a conoscere i fenomeni e a non esserne coinvolti, la
mente resta in pace perché non abbiamo più brama di possesso.
Ugualmente godremo della nostra vita e faremo uso delle cose che il
mondo ci offre. Persino le cose che sono nella nostra casa, cibo,
mobili ecc., non sono veramente nostri. Le usiamo ma, nel contesto
della realizzazione, non sono nostre. Le usiamo con una consapevolezza
ampia che trascende la visione ordinaria. Se non possiamo essere sopra
a tutto ciò, ne siamo “sotto”, schiacciati dall’attaccamento che dice:
“Questo è mio.” Questo errato modo di vedere le cose porta solo alla
sofferenza, perché le cose non risulteranno mai come le vogliamo.

Il Buddha disse: “Colui che vede la vacuità, non potrà essere
inseguito dal Signore della morte”. Quando un essere risvegliato
muore, cosa succede? Sono solo elementi che si separano. Non vi è
persona o sé, perciò come può esserci morte o rinascita? Ci sono solo
terra, acqua, fuoco e aria. Non c’è nessuno da poter inseguire.
Perciò, se cercate delle soluzioni ai vostri problemi, ci saranno
sempre problemi perché ci siete voi. Se non vi è persona, non vi sono
problemi. Non vi è bisogno di soluzioni perché non vi sono più
problemi da risolvere e nessuno che li debba risolvere. Ma se credete
di morire, rinascerete.

Oggi sto parlando di Dharma per persone mature. Se si ha
un’intelligenza infantile, ascoltando che non vi è un sé, che nulla
veramente ci appartiene, nemmeno il corpo, ci si potrebbe mettere a
pensare: “Allora potrei provare a ferirmi con un coltello o rompere
tazze e piatti”. Non si tratta certo di questo ed è solo una profonda
oscurità mentale che può portare a idee tanto assurde.

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