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SCHEDA ARTICOLO N. «01712»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: ANNA CONDEMI
TITOLO: PERDERE... SENZA PERDERSI
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TESTO ARTICOLO

Perdere... senza perdersi

di Anna Condemi

Perdite e distacchi sono esperienze comuni, fanno parte della nostra
vita e fanno male, al punto che spesso reagiamo un po'... come le
lucertole: se una parte soffre, la tagliamo via. Distaccandoci da noi
stessi e dagli altri. Ma esiste un altro modo.

Quale esistenza non vive piccole e grandi perdite, piccoli e grandi
distacchi? Da persone amate, da oggetti cari, dal proprio lavoro, ma
anche dal paese di nascita, dalla casa a cui eravamo affezionati...
sono eventi abbastanza comuni. E c'è di più: il distacco non è solo
perdere qualcuno o qualcosa, è anche perdere un proprio modo di
essere. L'esperienza del crescere, ma anche quella d'invecchiare: il
corpo che si trasforma... non è forse un distacco da un modo d'essere,
da un'immagine di sé?

Sono emozioni ed esperienze comuni a tutti noi che ci riportano al più
vasto tema del cambiamento, della trasformazione che è poi il tema
della vita: luoghi, relazioni, rapporti, ruoli sociali mutano, come
cambiamo noi stessi insieme al nostro corpo e al nostro modo di
pensare, di percepire, di sentire. La vita è tutta sostanzialmente un
processo di cambiamento, un percorso del divenire, un aggiustamento
consapevole di come siamo fatti: creare armonia dentro di sé, sintesi
nella definizione di Roberto Assagioli, psichiatra e fondatore della
psicosintesi. E questo cambiamento comporta tanto la speranza della
trasformazione quanto il timore della perdita.
Dobbiamo allora evitare i distacchi? Impossibile. Neutralizzarli in
modo da anestetizzarci e non sentire più nulla, né nell'animo né nel
corpo? Oppure ancora cristallizzarci, immobilizzarci nella sofferenza,
solo per il fatto che la continuità, persino se dolorosa, ci dà un
senso d'identità?

La psicosintesi propone esattamente il contrario: nessuna anestesia,
nessuna chiusura ai sentimenti, tanto meno a quelli pesanti. Queste
emozioni purtroppo non sono rare, ma sono emozioni da condividere:
solo così, pur essendo dolorose, non sono distruttive. Non è il dolore
che ci distrugge dentro, ma l'isolamento, la chiusura.

Il dolore allora si può, si deve condividere e prima di tutto con noi
stessi: come? Semplicemente permettendoci di provarlo. Fermiamoci,
concediamoci tempo, lasciamolo parlare questo nostro dolore... e se le
parole si esprimeranno in pianto, ascoltiamolo ma facciamolo con
affetto: questo di oggi forse richiamerà lacrime più antiche che non
ci eravamo permessi di provare, alle quali non avevamo concesso sfogo,
espressione perché non potevamo concedercela.

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