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SCHEDA ARTICOLO N. «01714»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: CHANDRA CANDIANI
TITOLO: INSEGNANTI (MONOGRAFIA LUNGA)
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TESTO ARTICOLO

A lasciarli dire, tutti

si metterebbero in testa

di essere i nostri babbi

e i nostri maestri.

(Pinocchio)

---------------------

Alcuni anni fa, durante un ritiro a Gaia House, Christopher Titmuss
disse: "Io non sono un insegnante di vipassana, sono un insegnante di
Dharma, e la differenza è che a un insegnante di Dharma si può dire
tutto". Sentii che il mio cuore guariva, è una cosa che mi è successa
fin dal primo incontro col Dharma e che continua a succedermi: di
colpo, mentre ascolto, inaspettatamente e misteriosamente, sento
pezzetti di cuore guarire. E guariva il bisogno di presentarsi agli
altri in modo da compiacerli e insieme la sensazione di doversi
adattare a qualcosa di prestabilito nella relazione con chi insegna
per verificare se appartieni o non appartieni ai codici di un gruppo.
Comunque, io venivo da anni di vipassana più o meno senza Dharma e
notavo la differenza.

Notavo che ci sono due rischi: il romanticismo e il tecnicismo. Da una
parte, si può andare a caccia di sensazioni straordinarie, il piede
tocca terra durante la camminata e io sono già nell’universo, una
ripetuta e frustrante ricerca di insight, cioè di qualcosa di
misterioso e di sublime che succede sempre a qualcun altro e non a me.
E nel romanticismo verso la pratica c’è una specie di rischio di
perdersi nel piano assoluto. Può succedere di andare in estasi durante
la seduta e dieci minuti dopo, di trasformarsi in lupi che saltano
alla gola di qualcun altro che ha osato dirci qualcosa di sgradevole,
o di qualcuno che solo esiste e del Dharma non gli importa niente.

E poi c’è il rischio del tecnicismo, che mi sembra un essere persi nel
piano relativo. Attenti a non dir mai una parola di troppo, non sapere
neanche che esistono le barzellette, provare nausea alla sola parola
‘televisione’, andare a caccia di respiri e pensare che dopo un tot di
respiri consapevoli, esploderà l’illuminazione.

E mi sembra che oscilliamo continuamente tra questi due rischi. E che
l’insegnante di Dharma ci insegna ad andare in bicicletta, a
equilibrarci nel centro, non pendere di qua e non pendere di là.

L’insegnante di Dharma è per me, soprattutto, qualcuno che mi fa venir
voglia di praticare. È così anche con la poesia, la vera poesia è
contagiosa, un poeta fa venir voglia di scrivere, perché ti introduce
alla possibilità di essere parlato dalla vita dentro di te, ti fa
sapere che è possibile (e ti illude che sia facile, ma non lo è). Dopo
ogni discorso di Dharma che mi tocca, esco infiammata a praticare,
subito, alzandomi dal cuscino, andando verso la porta, ascoltando le
emozioni suscitate, non reprimendo, né forzando il pianto.

Ho pianto mille pianti diversi durante i discorsi di Dharma:
spessissimo era una sensazione di riconoscimento quella che mi faceva
piangere, non di riconoscenza, che pure è spesso presente, ma proprio
di riconoscimento: che quello che ho dentro è dentro anche a un altro,
che il Dharma sono io, che dukkha è il ‘mio’ dolore, mio nel senso di
proprio quello che provo io, il dolore storico della mia vita, questo
male alla schiena, questa malinconia, questo struggimento, questa
tristezza. Riconoscimento della vergogna di soffrire, della vergogna
di non poter praticare, riconoscimento che la vergogna e
l’impossibilità a praticare sono praticabili, così come sono, e non
che se ne devono andare e poi praticherò. Sono lacrime strane quelle
che nascono durante i discorsi di Dharma, sembrano in bilico tra la
gioia e la sofferenza: una sofferenza che si guarda allo specchio e si
sorride.

La relazione con l’insegnante di Dharma, per me, è particolarissima ed
è un terreno di pratica essenziale. È come se fin dall’inizio si
svolgessero, in questa relazione, due teatri paralleli: il passato e
il presente. Nell’incontro con un insegnante di Dharma, si aprono i
ricordi e le ferite di tutti gli incontri con le autorità
dell’infanzia: genitori, insegnanti, capi, preti e suore. E se
riusciamo a non agire dal passato, ma a osservare il teatro, si apre
un’altra scena, il teatro del presente. Ed è che ogni colloquio, ogni
incontro con un insegnante di Dharma avviene proprio ora, proprio qui,
è un momento di pratica, non devo ricordare tutto, dire il più
possibile, o al contrario difendermi il più possibile, nascondere
tutto, ma essere, semplicemente praticare durante l’incontro,
praticare l’incontro. Allora mi accorgo dell’altro, mi accorgo della
sua non divinità, per come noi concepiamo la divinità, cioè come non
umanità: vedo che è stanco, se lo è, vedo che è contento, sento la
profondità del suo ascolto e mi ci immergo, sento quando sto sbordando
e non sto più parlando di pratica, sento quando, per perfezionismo,
parlo solo dell’esteriorità della pratica e non della profondità della
vita che accompagna ogni passo.

Anche nella relazione con gli insegnanti, c’è l’arte della via di
mezzo. Io vengo da molti anni con un maestro indiano che pur avendone
fama, ed essendo stato, un grande anticonformista, era anche molto
tradizionale e molto indiano, soprattutto nella visione della
relazione maestro-discepolo. Così, all’inizio pendevo dalle labbra
degli insegnanti e accettavo tutto; in qualunque modo mi avessero
trattato, io l’avrei vissuto come un insegnamento, anzi, tutto era un
insegnamento, anche quando si grattavano la testa. E, a poco a poco,
impercettibilmente, e senza molte parole, Corrado ha fatto a pezzi
questo atteggiamento, che, di nuovo, era un atteggiamento romantico.

Se prima di un colloquio decidevo: "Questa volta devo essere tecnica,
parlerò solo della pratica e molto precisamente", immancabilmente,
appena seduta, Corrado diceva: "Allora, come va la vita?". E io
sentivo: "La vita? Cos’è la vita? Vorrà dire il ritiro?". E una volta
lo dissi: "La vita? Dici, qui al ritiro?". E Corrado: "La vita… il
ritiro… è lo stesso". GLUB! Mi ero dimenticata di essere viva durante
il ritiro, eppure praticavo così bene!

In uno dei primi colloqui, invece, parlavo della gioia della pratica,
del sangha, e questo e quello, e Corrado: "Ma… tu come pratichi,
Chandravimala?". "Be’, sto molto col dolore fisico, soprattutto alle
ginocchia…".

"Ma… sei sicura che lo senti… perché se no, lo sai che ti partono le
ginocchia?".

Toccata e ritoccata e toccata ancora e cioè un colpetto a destra, un
altro a sinistra, uno ancora a destra, e si impara ad andare in
bicicletta.

È importante anche dire che in tutto questo essere toccata e anche
colpita, non mi sono mai sentita ferita. Non è strano? Nella vita sono
feribilissima, così tanto da passare, almeno nel passato, delle ore a
letto per una parola dura o allusiva. Ma in questo caso no. E perché?
Perché c’è la fiducia e perché il Dharma, in un insegnante maturo, è
impersonale, non sta mai dicendo: "Tu non vai bene così", ma sempre e
solo: "Quell’atteggiamento ti sta procurando sofferenza, fai
attenzione".

In un’intervista all’operatore dei film di Ozu, un vecchio regista
giapponese degli anni cinquanta, Wim Wenders gli chiede come fosse la
sua relazione con il regista che l’operatore continua a chiamare
maestro, e lui risponde semplicemente: "Lui sapeva tirare fuori il
meglio da me". Ecco, un insegnante è forse uno specchio che sa farci
vedere, non solo, ma anche, il meglio di noi e questa è la più grande
cura per la mancanza di fiducia in se stessi.

Ci sono anche stati insegnanti di Dharma, veramente pochi, che mi
hanno ferito; e una è stata una ferita così profonda da farmi
vacillare per mesi. E poi ho capito: era la mia fede cieca a essere in
gioco, doveva crescere, diventare fiducia sperimentata, dovevo
lavorare ancora la relazione con l’insegnante. Ho vacillato tanto,
perché ho dubitato della mia pratica, mai della validità del Dharma,
ho dubitato fino al punto di andare a toccare i piedi di un albero, le
sue radici, e dirgli: "Amico mio, tu sai con che cuore ho praticato,
sei il mio testimone" e piangevo lacrime bollenti.

Solo molto dopo, mi sono ricordata che il Buddha stesso aveva chiamato
a testimone la terra del suo diritto all’illuminazione. Io chiedevo il
diritto a praticare dignitosamente, dignità nell’essere fragile,
emotiva, facilmente traumatizzabile. E molto coraggiosa.

Un’amica mi ha raccontato che durante uno stage col regista teatrale
Grotowski, che consisteva nel perdersi nel bosco, sentire quello che
succedeva dentro e lasciarsi ritrovare, Grotowski disse: "Il bosco vi
ferirà, lasciatevi ferire". È diventata una delle mie formule magiche,
soprattutto nella versione: "Il linguaggio ti ferirà, lasciati
ferire". Ma certe volte è importante gridare, a voce alta: "Ahi!".

In un suo discorso, Ajahn Munindo dice che se il Buddha scelse come
primi ascoltatori della verità della sua illuminazione i suoi primi
insegnanti, questo significa che dobbiamo riconoscenza a tutti i
nostri insegnanti, anche a quelli che abbiamo abbandonato. E mettendo
in pratica questo insegnamento, mi sono accorta che le ferite
spirituali sono le più difficili da guarire, ma anche le più preziose
da interrogare, e che un insegnante che ci ha molto ferito è spesso un
insegnante che abbiamo molto amato (troppo? male?) e a cui abbiamo
molto creduto.

Un altro aspetto essenziale nella mia pratica è incontrare insegnanti
donne. La mia amica L., con cui ho un’amicizia per vie aeree (in tutti
i sensi), una volta mi ha detto (per telefono): "Spesso, agli
insegnanti uomini la nostra sensibilità sembra indulgenza". È vero. E
il bisogno di bellezza, di leggerezza, di grazia, la cura per le
emozioni, l’accudimento del corpo, sono pratica, pratica femminile.

Per me, è molto importante che le donne riconoscano le altre donne,
che scelgano di ascoltare le altre donne, che non siano sempre così
sicure che gli uomini sono sempre meglio delle donne. C’è una follia
femminile di cui non posso fare a meno, è un tocco che senti nei
centri dove ci sono manager donne, è una grazia apparentemente inutile
che affiora nei discorsi di Dharma, è un’allegra compassione per tutto
ciò che è umano e piccolo, compresi i vezzi dell’essere umani.

Una sera, Michèle Mac Donald, durante un discorso di Dharma di un
ritiro di tre mesi, ancora nella fase dello sforzo serio, disse: "A
Luter King i neri chiedevano spesso: "How long? (Per quanto ancora?)"
intendendo: per quanto ancora dobbiamo sopportare la discriminazione?
E lui rispondeva sempre: "Not long! (Non molto)". E Michèle,
dondolando dolcemente la testa, cominciò a ripetere, più volte: "How
long? Not long! How long? Not long!". Ah, pura gioia dhammica, grazia
ubriaca che mi entrò nel sangue: non molto, ancora poco, e sarà finita
con la sofferenza. Era la grazia della madre che soffia sulle
ginocchia sbucciate della figlia.

O, sempre durante lo stesso ritiro, la stessa, sempre diversa,
Michèle: "Non è questo il momento di godersi una pausa e sedersi a
bere una tazza di tè? Non è il momento di aprirsi alla gioia?".

E Sharon Salzberg: "Ho visto certe vostre camminate. Mio Dio, ma cosa
volete conquistare, dove volete arrivare?". Uh, una montagna giù dalle
spalle, con un solo gesto: zac! E si aprano le danze!

Andrei avanti per chilometri, ma devo onorare lo spazio e anche gli
insegnanti involontari (o in incognito?):

i gatti e la loro scienza delle giuste distanze;

la poesia (e non i poeti, per carità!);

i funamboli, ovvero l’arte di non pendere né di qui né di là e di
rischiare la vita;

i compagni o le compagne di vita (sapientissimi e spietati maestri, ma
guai a farglielo sapere);

il vento, il più grande suscitatore di tutto, paure, desideri,
ricordi, alleanze, preghiere, ansie, rese, eccetera, eccetera;

gli uccelli e i loro velati messaggi;

la morte.

Senza più parole.

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