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SCHEDA ARTICOLO N. «01790»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: DIANE RIZZETTO
TITOLO: QUATTRO DISCORSI DI UNA INSEGNANTE ZEN (MONOGRAFIA LUNGA)
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TESTO ARTICOLO

Quattro discorsi di una insegnante zen

di Diane Rizzetto

[Traduzione di Chandra Candiani]

Il punto morto

I trapezisti lo chiamano ‘il punto morto’, quel secondo di intervallo
tra il lasciar andare una sbarra e raggiungere l’altra. Per un attimo,
sembra che si librino nello spazio in un punto zero tra il concludere
un’azione e iniziare la successiva. In quella frazione di secondo,
nasce la nuova oscillazione. Proprio come nella nostra vita. Quante
volte in una settimana, in un giorno, in un’ora ci ritroviamo sospesi
tra l’azione e la non azione, tra il conoscere e il non conoscere? Che
solo per un attimo si resti col fiato sospeso o sia una prolungata
indecisione, ci sono per tutti dei momenti in cui non si sa cosa
accadrà dopo. Come reagiamo? Può succederci di agire impulsivamente
senza prendere realmente in considerazione tutte le eventualità o le
conseguenze. Possiamo ritirarci in un’assoluta non azione, ignorando
la situazione (una forma di procrastinazione).

Forse ci tormentiamo parossisticamente su cosa sia meglio fare o non
fare. Qualunque sia la nostra reazione, finché cerchiamo
freneticamente di afferrare la sbarra successiva, senza prima fare
esperienza del luogo di non azione, non potremo mai essere pienamente
presenti e aperti alla miriade di possibilità. Cosa rende tanto
intollerabile aver pace nel non sapere? Per molti di noi, va in
frantumi l’illusione del controllo. Per una frazione di secondo, per
ore, o anche per giorni, comprendiamo che tutti i nostri modi abituali
di pensare, di parlare e di agire falliscono nel tentativo di creare
un bozzolo di sicurezza. Non c’è niente a cui aggrapparsi. Non ci sono
reti di sicurezza. Sentendoci vulnerabili e minacciati, spinti dalle
nostre paure più profonde, ci buttiamo nell’azione, ricostruendo un
senso di controllo, e scappando il più velocemente possibile. Da cosa?
Cosa accadrebbe se cogliessimo questi momenti, pregnanti di
possibilità, per essere pienamente presenti e chiederci: "Da cosa
scappo?".

Cosa accadrebbe se ci permettessimo di vivere questi momenti,
riposando in silenziosa quiete, rimanendo con qualsiasi cosa sorga,
notando che i pensieri non sono che pensieri, notando l’aggrapparsi al
credere o al respingere qualsiasi cosa si presenti, sentendo il
sorgere e il rifluire delle emozioni, e le continue trasformazioni
delle sensazioni fisiche? Semplicemente osservando, prestando nuda
attenzione a qualsiasi cosa sia presente, possiamo scoprire che va
bene essere semplicemente così. Senza cercare a tutti i costi di
sapere, pienamente presenti, diamo la possibilità di emergere a una
vera comprensione. Finché non ci concediamo di stare nel ‘punto
morto’, ciondoleremo per sempre sullo stesso trapezio, avanti e
indietro, ritrovandoci a tessere le stesse parole, le stesse azioni,
gli stessi pensieri.

Può cambiare lo scenario, può cambiare il partner, il lavoro, la
situazione, ma di fondo sarà la stessa storia. Continueremo ad agire
non secondo la verità del momento, ma per riflesso automatico, per
proteggerci da immaginarie minacce. L’incertezza, anche se è ardua, è
la porta d’accesso alla comprensione, perché quando siamo incerti,
possiamo essere aperti. Proprio come il trapezista sa che perché nasca
una nuova mossa, deve fare esperienza del ‘punto morto’, anche noi
possiamo pian piano imparare a rispondere di più e a reagire di meno a
qualsiasi condizione incrociamo sul nostro cammino. Quando la nostra
attenzione non è bloccata nel passato o nel futuro, è pronta ad
accogliere il presente. Le nostre azioni sorgono da una mente aperta e
flessibile. Facciamo esperienza di una conoscenza più profonda, quella
che emerge da ciò che ci sta direttamente di fronte. Allora procediamo
e incontriamo la sbarra successiva che ci oscilla davanti.

La porta d’entrata

Quando i miei figli erano piccoli, facevamo spesso dei lunghi viaggi
in macchina. Non passava molto tempo e arrivava l’inevitabile domanda:
"Quando arriviamo?", seguita dopo non molto da: "Siamo arrivati?". Per
i bambini, la macchina non era che il mezzo per andare da dove
partivamo a dove eravamo diretti. L’esperienza lungo il percorso aveva
poca importanza. Questo mi fa pensare con quanta facilità, anche da
bambini, l’anticipazione del futuro prende il posto del riconoscimento
del presente. Da adulti ci ritroviamo spesso in questa stessa
struttura mentale. Sia nel lavoro, nelle relazioni, che in qualsiasi
altro aspetto della nostra vita, abbiamo spesso un occhio rivolto
indietro a ciò da cui proveniamo, la storia del passato, e un occhio
che si sforza di scorgere dove arriveremo, la storia del futuro.
Raramente vediamo semplicemente dove siamo.

Col tempo, possiamo accorgeci di questa vista strabica e cominciamo a
comprendere l’ansietà che crea. Cominciamo a perlustrare modi per
"essere nel momento", come dicono i libri Zen. La pratica Zen ha un
vasto ‘repertorio’ per insegnarci come essere nel presente, possiamo
così ritrovarci un giorno seduti su un cuscino o intenti a leggere un
libro Zen. Entriamo nella pratica Zen. Ora, nutriamo ogni genere di
aspettativa. La prima sembra quella di capire bene di cosa si tratta.
Dunque, ci mettiamo a lavorare duramente per scoprire come fare questa
pratica. Pensiamo: "Forse, se inghiotto questa pratica, amerò di più
il mio lavoro, andrò più d’accordo col mio partner o con i miei figli,
pretenderò meno da questo, vorrò di più da quest’altro, mi sentirò
soddisfatto, riuscirò a essere ‘nel momento’" e via dicendo. Se
vogliamo dare un titolo a questa commedia, la possiamo chiamare ‘Le
promesse della pratica’, la nostra prima d’entrata’. Non passa molto,
tuttavia, prima che la novità della pratica si logori, e diventi più
ingrato trovare il tempo per sedere, fare lo sforzo di portare la
consapevolezza nella vita quotidiana. Spesso le persone mi dicono:
"Non ho tempo per praticare" oppure:

"La mia vita è così piena di impegni, non ho tempo per lavorare su
questo o su quest’altro".

A questo punto si chiedono perché in primo luogo hanno cominciato a
praticare. Non hanno avuto insight profondi. Nessun vero cambiamento.
La mente solleva la domanda: "Perché lo faccio?". Abbiamo ora
raggiunto un’altra porta d’entrata, se teniamo duro! Questo stadio
della pratica non è né giusto né sbagliato, è in effetti molto
normale. Tuttavia, è svanito qualcosa, la promessa riguardo a dove la
pratica ci condurrà non è più così intensa. Cosa prende il suo posto?
Forse, cerchiamo di ravvivare la promessa, forse ci lagniamo
rabbiosamente della pratica, forse tentiamo con qualcosa d’altro. Ma
forse possiamo vedere una di queste risposte semplicemente come
un’altra porta d’entrata. Forse riusciamo a volgere l’attenzione dalla
storia della pratica alla pratica stessa, che non consiste in altro se
non in questo momento di frustrazione, di confusione, di non sapere.
Se, per una frazione di secondo, riusciamo a essere presenti con
qualsiasi cosa sorga, allora quello che definiamo ‘frustrazione’
diventa forse una contrattura nel petto, ciò che definiamo "non
sapere" diviene un tremito nella pancia. Rivolgersi a questa
esperienza presente significa volgersi verso la porta d’entrata.

Stiamo sempre entrando nella pratica. Ogni giorno, ogni ora, ogni
momento della nostra vita è una porta d’entrata nell’esperienza del
presente. "Mi sento stupida". Entraci. "Questa pratica non ha senso!".
Entraci. "La trottola dei miei pensieri non si ferma mai". Entraci.
"Mi sento in colpa perché ultimamente non mi sono seduto a praticare".
Entraci. Ogni pensiero, emozione, sentimento, sensazione è la porta
d’entrata. A poco a poco, includiamo sempre più aspetti della nostra
vita nella porta d’entrata. Non c’è niente da capire. Praticare è
passare attraverso. E questo passare attraverso riguarda tutta la
nostra vita. Non ha mai termine. Ci sono attimi in cui siamo solo ciò
che è presente. In questi momenti, possiamo comprendere che non esiste
alcuna porta d’entrata e in effetti nemmeno d’uscita. E tuttavia ci
siamo? Sì.

Non fidarti di nessuno; ama tutti

"Se solo potessi aver fiducia": colmando questa lacuna ottieni quello
che molti pensano essere la ricetta della felicità. Quanto ci apriamo
ai nostri partner, agli amici, alla famiglia e anche a noi stessi è
spesso determinato dal grado di fiducia che possediamo. Quando, un po’
di tempo fa, lessi la frase: "Non fidarti di nessuno; ama tutti", mi
colpì come un vero e proprio imperativo. La mente si affretta a
difendersi: "Ma no! Come si può amare senza fiducia? È un pensiero
senza senso. L’amore non è basato sulla fiducia?". Come un koan che si
prende gioco delle nostre percezioni ordinarie, facendoci vorticare
nell’enigma del nostro pensiero auto-centrato, questa esortazione
sfida la base stessa della nostra interazione con gli altri. Dopo
tutto, l’amore non si basa sulla fiducia? Forse la vera domanda è:
cos’è l’amore, e cos’è la fiducia?

Secondo il senso comune, la fiducia implica la fede, l’intimità,
l’affidabilità e soprattutto la capacità di credere. Diciamo di avere
fiducia quando crediamo che l’altra persona abbia a cuore il nostro
benessere e così la fiducia diventa un’aspettativa che qualcuno o
qualcosa agirà in un certo modo. Abbiamo fiducia quando crediamo che
riusciremo a ottenere ciò di cui abbiamo bisogno, che le persone e le
situazioni saranno come le vogliamo e come pensiamo che dovrebbero
essere. Dunque aspettativa e fiducia vanno mano nella mano. Ma la vita
e le persone non coincidono sempre con le nostre aspettative. La
persona fidata a cui abbiamo dato la nostra macchina ha un incidente.
Il fine settimana senza sorveglianza in cui diamo fiducia ai bambini
si rivela un fiasco. Il grande segreto che confidiamo a un amico viene
rivelato a una terza persona. La nostra compagna di stanza ruba i
soldi dal nostro cassetto. Il nostro partner ha una storia con
un’altra. Le nostre aspettative vanno in frantumi. Siamo feriti,
arrabbiati e forse reagiamo chiudendoci e asserragliandoci. La fiducia
che si fonda sulle aspettative diventa sfiducia fondata sulla paura.

Cosa accade, per esempio, quando un maestro Zen, un uomo di stato, un
presidente, o chiunque ricopra un ruolo autorevole, agisce in modo
scorretto? Diciamo che ha deluso la nostra fiducia. E cosa facciamo
quando qualcuno delude la nostra fiducia? Lo incolpiamo. Ma chi ha
creato questa situazione? Se riponiamo la fiducia in un insegnante, in
un centro Zen, o in una religione, abdichiamo dalla nostra
responsabilità. Creiamo un ideale di cui l’autorità esterna deve
restare all’altezza. È dunque l’autorità che va biasimata perché
delude il nostro ideale?

Spesso, se siamo delusi da una data autorità, ne andiamo in cerca di
altre. A un certo punto, possiamo arrivare a rifiutare l’autorità
esterna. Siamo indotti a dire che non possiamo fidarci di un’autorità
esterna, ma che riusciamo a fidarci per lo meno della pratica Zen. Ma
cos’è la pratica? Dov’è la pratica? La pratica siamo noi. La pratica è
la nostra intenzione, il nostro impegno, la nostra consapevolezza.
Siamo noi, è la nostra vita. Come può essere fuori di noi? Come
possiamo dunque averne fiducia?

In realtà non esiste nessuno e niente di cui possiamo avere totale
fiducia, se la fiducia consiste nell’aspettativa che le cose andranno
come vogliamo noi. Questa falsa fiducia è un vano tentativo di
cercare, come dice Bodhidharma, di "far quadrare" la realtà con i
nostri ideali. Non funziona. La vita va avanti, non le importa di come
pensiamo che dovrebbe andare.

Ora, cominciamo a gettare un po’ di luce sul nostro koan: "Non fidarti
di nessuno; ama tutti". Il punto è: il fondamento dell’amore è una
falsa fiducia basata sull’aspettativa? Quello che tutti cerchiamo è
l’amore incondizionato, un amore che ci accetti senza badare a ciò che
facciamo. Tuttavia, è l’amore condizionato quello che noi diamo.
Amiamo gli altri solo finché abbiamo fiducia che ci trattino bene.

Un amore fondato su una falsa fiducia è un amore falso. Se non ci
fidiamo di qualcuno, significa necessariamente che non possiamo
amarlo? Cosa accade quando pensiamo che qualcuno ci farà del male,
basandoci su esperienze passate o sul buon senso, significa che glielo
lasceremo fare?

No, no davvero. Ci accorgiamo che le persone non sono inoffensive e
che possono ferirci. Continueremo a dar loro l’occasione di farlo di
nuovo? Gli impresteremo del denaro, o la nostra camicia preferita che
non rivedremo mai più, o qualsiasi altra cosa? Restiamo in relazione
con una persona che è costantemente sleale o che continua a ferirci?
Non è detto. Ma abbandonare una relazione non significa non avere
fiducia nella persona. Possiamo dire: "Ti voglio bene, ma non posso
vivere con te". Riconosciamo pienamente la realtà dei fatti, che la
persona agisce in un modo che ci ferisce, ma la amiamo lo stesso. In
questo tipo d’amore, non ci sono aspettative di un comportamento
benevolo da parte dell’altro. L’amore incondizionato è in effetti
un’assenza di qualcosa, l’assenza di giudizio.

L’essenziale è che l’amore non significa immolarsi sull’altare del
sacrificio. Non significa non essere vigili nei confronti di eventuali
pericoli. C’è una bella differenza tra abbandonare una situazione
perché sembra essere la cosa più assennata da fare e abbandonarla
perché un ideale di fiducia è andato in frantumi. Nel primo caso
agiamo partendo dalla verità della situazione; nel secondo agiamo
partendo da un ideale.

Impegnarsi nell’amore incondizionato non è facile. Può fare un
bell’effetto in teoria, ma la maggior parte di noi crede che
condizioni di una qualche sorta siano una rete di sicurezza
necessaria. In realtà, amare incondizionatamente è naturale. È simile
all’amore che un genitore nutre per il suo bambino. Quando entriamo in
noi stessi ed esploriamo, facciamo esperienza di questo amore. Andiamo
al di là del concetto di me, di lei, di lui, per accedere al semplice
questo. Solo questo. Raggiungiamo un livello di apertura più profondo.
Questa esperienza non è la mia ferita, la mia tristezza, la mia paura.
È la tristezza di tutti; è la paura di tutti. È questo che il Buddha
comprese al momento dell’illuminazione, che non siamo separati.
Volgersi verso questi problemi e verso l’esperienza che sottostà a
essi è una soglia diretta all’amore.

Ritorniamo al nostro koan. Nell’affermazione: "Non fidarti di nessuno;
ama tutti", c’è una saggezza nascosta: "Se nutri la pretesa che
persone ed eventi dovrebbero andare come vuoi tu, allora aspettati che
queste pretese vengano tradite". Ma in cosa consiste il tradimento?
Vedi, il tradimento è possibile solo quando ci aspettiamo qualcosa da
qualcun altro. Non c’è tradimento senza falsa fiducia. Una vita che si
interroga sul concetto di fiducia si sottrae alla visione autocentrata
che normalmente abbiamo delle relazioni. In effetti, l’amore
incondizionato è molto radicale.

Quando la falsa fiducia è il fondamento di una relazione, è come se vi
entrasse un terzo. Ci sei tu, io, e la fiducia. E creiamo la nostra
piccola danza… due di noi danzano intorno al terzo, la fiducia. Ma una
relazione davvero duratura, che sia con chi amiamo, con gli amici, con
gli insegnanti, con i figli o con i genitori, si rivela attraverso il
tempo. Quello che chiamiamo relazione è uno svolgersi continuo e un
continuo riportarci a specchiare il nostro sé.

Una relazione cresce dalla nostra intenzione di permettere che si
auto-riveli. Quando incateniamo una relazione con l’idea di come una
persona dovrebbe agire nei nostri confronti, la relazione perde la sua
natura dinamica. Non è più un’unione in cui c’è spazio per il
cambiamento; diventa piuttosto un attaccamento statico. E dunque non
cresciamo. La relazione non cresce. La vera misura di una relazione
non è quanto soddisfi le nostre aspettative, ma quanto siamo capaci di
lasciar essere l’altra persona. Le persone cambiano, le situazioni
cambiano. Le nostre aspettative ci persuadono con l’inganno a pensare
diversamente.

Questo koan suggerisce anche che, se vogliamo vivere un vero amore
duraturo, dobbiamo permetterci di essere vulnerabili. Essere
vulnerabili significa essere aperti alla nostra esperienza. Non
significa mettere la testa sul ceppo e lasciare che qualcuno abusi di
noi. Se siamo aperti alla nostra esperienza, allora siamo molto meno
disposti a permettere agli altri di ferirci. Insisto. Se siamo
veramenti aperti alla nostra esperienza, l’eventualità di metterci in
una situazione in cui permettiamo agli altri di ferirci è molto meno
probabile.

Dunque, siete disposti a esporvi, ad amare senza aggrapparvi a un
ideale? Nessuno può rispondere al posto vostro. Ma questa è la nostra
pratica.

Comprendere l’impegno

È difficile affrontare la vita senza una qualche sorta di impegno. Che
riguardi le relazioni, o il nostro lavoro, o la nostra comunità,
arriva il momento in cui ci ripromettiamo o promettiamo ad altri di
impegnare la nostra energia in situazioni o attività specifiche.
Talvolta ci riproponiamo di adempiere a una situazione avendo una
certa conoscenza di cosa implichi. Altre volte ci buttiamo e ci
assumiamo un impegno senza un’attenta valutazione. Oppure facciamo
resistenza ed evitiamo a tutti i costi di prenderci un impegno. O
oscilliamo tra questi atteggiamenti. Qualunque sia la nostra
strategia, è utile indagare come funzioni l’impegno nella nostra vita
e come l’impegno diventi la nostra pratica, perché impegnarsi unisce
la realtà del momento con la nostra determinazione a lasciare che la
vita si svolga come vuole. Non è facile riposare nel non conosciuto,
ma impegnarsi può fornirci il ponte che collega quello che vediamo con
quello che non riusciamo a vedere.

Alcuni considerano l’impegno come un male necessario. "Se devi, fallo,
ma evitalo se puoi. E se non puoi evitarlo, allora affrontalo con
circospezione". Riguardo alla pratica, una domanda utile da farsi è:
"Cosa rischio, se impegno la mia attenzione e la mia energia con
questa persona o in questa situazione?". Forse scopriamo di crederci
incapaci di rispondere alle aspettative e abbiamo paura di quello che
accadrà se sbagliamo. O forse temiamo di restare intrappolati,
catturati in una situazione senza via di fuga; o di perdere
l’autonomia che proteggiamo tanto strenuamente. Qualsiasi sia la
convinzione sottesa, l’impegno viene considerato come una minaccia a
ciò che riteniamo ci garantisca tranquillità e sicurezza.

Al contrario, per alcuni di noi l’impegno può essere un modo per
rinforzare il senso del sé. Se esigiamo da noi stessi e ci
identifichiamo con l’essere una persona ‘impegnata’, allora usiamo
questa etichetta per convincerci del nostro valore. L’impegno diventa
un requisito attraverso cui ci definiamo e giudichiamo gli altri. Il
nostro senso del sé si sente minacciato senza di esso. Usare in questo
modo gli impegni porta spesso a un ‘superlavoro’, situazione che
imputiamo spesso alle circostanze al di fuori del nostro controllo, ma
che può essere in realtà un modo per mantenere il controllo. E questo
è veramente impegno o piuttosto attaccamento a un ideale
perfezionista?

E c’è poi l’oscillare tra l’impegnarsi e il non impegnarsi. Spinti da
quanto sentiamo di dover fare, paventando le conseguenze se non lo
facciamo, possiamo procrastinare o restare confusi riguardo alla
nostra motivazione poiché il nostro impegno oscilla tra lo spirito di
sacrificio e l’egoismo. Se non ci impegniamo, se non ci impegniamo di
sovente, forse non verremo amati, accettati, non saremo necessari,
meritevoli e così via. Se ci impegniamo, possiamo pensare di venire
intrappolati in una spirale di crescente responsabilità o di darci
delle arie o di svelare dove sta la nostra copertura. Sia che ci
attacchiamo all’impegno, che lo rifuggiamo o che esitiamo tra
"impegnarsi e non impegnarsi", in tutti questi casi consideriamo
l’impegno qualcosa di separato dal naturale flusso della vita.
L’impegno non è qualcosa di scisso da noi: è risvegliare l’azione
dentro di noi. Ci offre l’occasione di essere aperti e onesti verso
qualsiasi condizione la vita ci presenti. Che la situazione da
affrontare sia un partner difficile, un lavoro non adatto a noi,
l’accudimento di un genitore anziano, l’impegno può rivelarsi il
sottile filo che ci permette di restare dentro la situazione. E se vi
persistiamo, praticando la consapevolezza come meglio possiamo,
abbiamo l’opportunità di imparare e di essere presenti alla
situazione. Non esistono relazioni sane senza impegno.

Le relazioni sono come alberi. Guardando dalla terra in su, vediamo
solo i rami, le foglie, i fiori dell’albero. Certe volte sembra un
albero bellissimo, per equilibrio e colore. Altre volte, l’albero
sembra sbilanciato, forse qui e là appassito. Ma quello che non viene
scorto è il sotterraneo complesso delle radici. Esso tiene in vita
l’albero. Con l’impegno della pioggia e del sole, le radici crescono e
si propagano, nutrendo il tronco, i rami, le foglie, i fiori. Così,
quando soffia il vento, l’albero è saldo, ondeggia e si inchina mentre
le sue radici lo sostengono durante il temporale. Il sole e la pioggia
non pensano al loro impegno. Il sole sorge e tramonta perché questa è
la sua natura. Le nuvole raccolgono l’umidità e quando ne sono sature,
si sciolgono nella pioggia, perché questa è la loro natura.

È la nostra vera natura amare apertamente, senza condizioni; tuttavia,
essendo umani, non sempre andiamo incontro agli altri con amore
incondizionato. Abbiamo bisogno dell’ausilio dell’impegno. Esso ci fa
dono del tempo e dell’attenzione. Il temporale abbatterà alla fine
l’albero o, come la sequoia di fronte allo zendo, esso marcirà
dall’interno, perdendo la sua forza vitale? Forse. Forse scopriremo
col tempo di aver bisogno di rivalutare l’impegno. L’impegno non ci
imprigiona, né ci intrappola. Si resta imprigionati e intrappolati
dall’attaccamento, non dall’impegno. È stato detto che anche se
l’impegno può talvolta sembrare costrittivo, conduce alla fine a una
più vasta libertà. L’attaccamento, invece, ci porta a una schiavitù
sempre più profonda.

Se vogliamo vivere con pienezza, e la pratica consiste in questo,
allora dobbiamo comprendere che non possiamo rifuggire dall’impegno.
L’impegno è pratica e la pratica è la nostra vita. Ogni volta che
rinnoviamo la nostra promessa o il nostro voto, ci abbandoniamo
all’incessante flusso della vita.

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