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SCHEDA ARTICOLO N. «01818»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: ROBIN KOROMAN
TITOLO: IL SESSO SECONDO IL BUDDHISMO (MONOGRAFIA LUNGA)
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TESTO ARTICOLO

Il sesso, secondo il buddhismo

di Robin Koroman

Ho visto un film di Neil Simon in cui un simpatico vecchietto
insegnava al nipote quella che chiamava la “filosofia della battuta di
baseball”. L’espressione scherzosa aveva un fondo di serietà, in
quanto naturalmente c’è qualcosa di molto profondo nel riuscire a
colpire una palla velocissima. Profondo nel modo in cui può esserlo
qualsiasi cosa cui diamo un’attenzione sufficiente.

Per il sesso vale la stessa cosa, almeno per quanto riguarda il
pensiero buddista. Fare l’amore non è un argomento importante nei
testi buddisti; di fatto, al riguardo non viene detto quasi nulla.

Questo è sorprendente, se pensiamo allo spazio riservato all’argomento
dalle religioni occidentali. L’ebraismo contiene numerose proibizioni
su chi può fare l’amore, con chi, come e quando. Il cristianesimo
aggiunge a tutto ciò le nozioni sui rapporti tra il sesso, l’amore e
il matrimonio.

Platone e Aristotele hanno scritto opere profonde sull’amore e
l’amicizia; in particolare, Platone nel Simposio si è arrischiato a
immaginare quello che potrebbe essere il legame tra il desiderio
sessuale e l’amore spirituale. Da questa opera, e dalle riflessioni
cristiane sul tipo di amore insegnato da Gesù, si è sviluppato il
vasto corpus occidentale di testi sulla filosofia sessuale.
Personalmente, ritengo che sull’argomento D. H. Lawrence rappresenti
il punto di arrivo più elevato per l’occidente. Le sue opere esplorano
la sessualità e ne analizzano il ruolo nel matrimonio con una
precisione senza confronti.

Invece, nel buddismo non esistono norme generali su nessuno di questi
temi. Fare l’amore (secondo l’espressione che ci piace usare) non è in
sé un’attività più profonda delle altre.

Naturalmente, è possibile dire tantissime cose sul sesso, se gli si
presta un’attenzione particolare. Esistono degli speciali yoga
tantrici in grado di trasmutare l’atto mondano della fornicazione in
una pratica meditativa, ma naturalmente ogni cosa può essere
trasmutata in quel modo. Esistono approcci contemplativi al cibo, al
modo di camminare, alla calligrafia… Di fatto, a ogni cosa. Esistono
modi yogici di schiacciare un pisolino e di arredare una stanza. Tutto
può trasformarsi in un esercizio yogico, se diventa oggetto di
un’attenzione speciale. Lo Shobogenzo di Dogen Zenji fissa delle
regole addirittura per l’igiene dentale.

Ma le attività davvero importanti per il buddismo, e che quindi
occorre regolare, sono elencate sotto il nome di Ottuplice sentiero.
Per esempio, c’è la retta occupazione, consistente in prescrizioni sui
mezzi di sostentamento, e ovviamente ci sono la retta meditazione e la
retta consapevolezza. Ma non esiste una nona area morale chiamata la
retta sessualità, così come non esistono la retta relazione, il retto
amore o il retto matrimonio.

Queste sono preoccupazioni al centro dell’attenzione delle religioni
occidentali, ma verso le quali la religione buddista è profondamente
neutrale, perché non attengono direttamente al cammino che conduce
all’illuminazione. Essere un amante cattivo, adultero, infedele,
maldestro, morboso, contorto o inetto non ritarda, in sé, il progresso
sul cammino, così come essere un amante esperto, onesto, diretto,
franco e gentile non lo accelera.

Questo, io credo, è l’atteggiamento fondamentale del buddismo verso la
sessualità. Essa viene considerata un’attività priva di legami
speciali al sentiero spirituale, anche se indirizzabile verso quella
direzione, allo stesso modo in cui qualsiasi attività umana può
diventare uno yoga. Per questa ragione, nel sistema morale del
buddismo in genere esistono poche regole riguardo il sesso, sia pro
che contro. In realtà, nei testi buddisti il sesso viene raramente
menzionato, così come il matrimonio non è quasi mai considerato da un
punto di vista morale.

Naturalmente, alcune persone ritengono che, siccome i monaci buddisti
non possono fare l’amore, la generale concezione buddista del sesso
sia negativa. Forse questo è sottinteso nella concezione cristiana del
monachesimo, ma non è l’atteggiamento buddista. Il codice monastico
non è un imperativo morale per i laici. Quando i monaci buddisti si
allontanano dal sesso, non stanno volgendo le spalle al male.

I monaci buddisti evitano la sessualità così come evitano qualsiasi
attività ordinaria. Le loro vesti sono costituite, per regola, di un
indumento in tre pezzi; i loro pasti sono limitati alla colazione e al
pranzo; la loro vita commerciale è ridotta allo zero. Tutto ciò non
perché la dottrina buddista ritiene che vi sia qualcosa di
intrinsecamente cattivo o immorale nei vestiti alla moda, gli affari o
il sesso, ma perché la via monastica implica l’abbandono delle
attività quotidiane per migliorare la concentrazione o la pratica
della meditazione.

L’idea alla base del monachesimo cristiano è forse diversa. La
decisione del monaco cristiano di rinunciare al sesso sembra dovuta
alla volontà di evitare il male e abbracciare il bene, di allontanarsi
dal mondo successivo alla cacciata dal paradiso terrestre ed entrare
in quello di Dio. Di certo, dalle lettere di S. Paolo si ricava l’idea
che la gente compie una scelta morale quando decide di fare l’amore o
di sposarsi, piuttosto che indirizzare tutto il proprio amore verso la
carità, la fede in Dio e i suoi figli in generale. In molte sette
cristiane si avverte l’esistenza di un imperativo morale ad
abbandonare l’amore individuale per una vita più ascetica.

Questa concezione si basa su una distinzione operata da Platone e
fatta propria dai cristiani: quella tra “eros”, o l’amore sessuale, e
“agape”, l’amore divino. Platone non aveva dubbi sul fatto che i due
tipi di amore siano collegati – “eros” e “agape” rappresentano
entrambi l’amore per la bellezza – ma “agape” è l’amore della bellezza
più elevata, della bellezza in sé, priva di legami inopportuni con la
carne. E così, come gli dice l’istruttore di Socrate, è meglio
trascendere i ragazzini per volgersi alla bellezza di purezza più
elevata.

San Paolo sembra seguire Platone quando evoca “agape” e non “eros” nel
verso 13 della famosa Prima lettera ai corinzi, una delle cose più
belle mai scritte sull’amore. I cristiani dovrebbero abbandonare
l’amore inferiore o forse trasmutarlo in quello più elevato, lasciando
che il desiderio sessuale si evolva in “amore autentico” e
quest’ultimo in “amore divino”.

Ma nel buddismo non esiste una siffatta scala verso le stelle;
distinzioni di questo tipo non sono tenute in gran conto. Sembra che i
buddisti stiano semplicemente affermando: “Riteniamo che è possibile
lasciare il sesso fuori dalla religione. Puoi fare sesso e lasciarti
disorientare da esso per tutta la vita, ma continuare a compiere buoni
progressi spirituali. Non devi venire a capo di ogni rompicapo
filosofico per essere un Buddha”.

Com’è possibile che i filosofi buddisti non abbiano un’opinione su un
argomento tanto importante per la morale occidentale? Per via della
definizione buddista di identità. L’ebraismo, per esempio, è molto
attento a limitare l’attività sessuale alla procreazione, perché per
le religioni semitiche è fondamentale poter stabilire l’identità del
padre. Conoscere la tua famiglia è il primo passo per conoscere te
stesso, e se non sai chi è tuo padre, non puoi conoscere la tua
famiglia. Da questo punto di vista, il matrimonio serve a controllare
l’attività sessuale; se quest’ultima fosse priva di regolamentazioni,
l’identità di una persona andrebbe perduta.

Ma nella letteratura buddista l’identità non discende dalla famiglia,
bensì dalle incarnazioni precedenti e dall’appartenenza a una comunità
di praticanti. Quando i primi discepoli si fecero monaci, lasciarono
la casta e la famiglia patriarcale per entrare in quella del Buddha.
Quest’ultima era tanto essenziale che nello Uttaratantra Shastra la
natura stessa di Buddha era definita “la famiglia”: “rig” in tibetano,
“gotra” in sanscrito. Poiché questa famiglia è quella importante, e
l’aspetto principale dell’identità di una persona è dato dalla
discendenza in linea diretta da un guru o da un’incarnazione
precedente, non occorre regolamentare il sesso e il matrimonio, ovvero
gli elementi determinanti dell’identità familiare.

Ovviamente, nei commentari buddisti vi sono dei passaggi in cui
vengono fissate delle regole sessuali. Non li analizziamo in modo
approfondito perché è difficile prendere sul serio queste proibizioni;
esse sembrano insicure e afflitte da idiosincrasia. Per esempio,
Patrul Rinpoche espone alcune regole sessuali in The Words of My
Perfect Teacher. Una è: evitare rapporti impropri, tra cui le
fornicazioni alla luce del giorno e la masturbazione. Patrul Rinpoche
è molto preciso sulle conseguenze karmiche negative della
masturbazione. Questo dà da pensare.

Il tantra buddista, d’altra parte, sembra dare grande rilievo al sesso
fisico, un fraintendimento che ha appassionato generazioni di studiosi
occidentali frustrati ed eccitati. La compassione da sola ci
imporrebbe di correggere il loro punto di vista. Deve essere terribile
ritenere la propria vita sessuale – una realtà confusa e complicata in
sé – qualcosa di spirituale, trasferendo le inevitabili complessità
del sesso al cammino spirituale.

Il problema delle interpretazioni occidentali del tantra è di non
saper distinguere l’allegoria dal discorso letterale. Nel
diciannovesimo secolo, l’occidente ha scoperto l’esistenza del tantra
buddista e induista: sentieri che, come l’alchimia occidentale,
enfatizzano la trasmutazione dell’ordinario nello spirituale.
L’iconografia tantrica comprende rappresentazioni di divinità intente
alla fornicazione, di solito con molte teste e arti (ma gli organi
sessuali, stranamente, sono sempre rappresentati in modo fedele alla
realtà), e forse per questo gli studiosi occidentali hanno pensato che
il tantra avesse a che fare con il sesso.

Da allora, in occidente questo fraintendimento ha seguito i su e giù
della moda. Negli anni settanta era normale sostenere che il sesso
tantrico fosse semplicemente un’allegoria o una rappresentazione,
attraverso un codice figurativo di corpi splendidamente modellati, di
astratte idee metafisiche. Ma negli anni novanta, quando la gente ha
cercato nel tantra un sostegno al proprio libertinismo sessuale, il
vecchio equivoco vittoriano secondo cui l’iconografia tantrica
riguarda il sesso è tornato di moda.

I “thangka” sessuali sono allegorici esattamente come i “thangka”
raffiguranti divinità irate intente a sacrificare animali vivi e a
mangiare carne umana. Se queste cose fossero veritiere anche solo per
l’1%, il buddismo sarebbe una religioni di folli collerici e
sconvolti.

Non faremmo lo stesso errore riguardo l’uso di immagini sessuali da
parte della religione occidentale. Il Cantico di Salomone è
un’autentica opera erotica; in molti canti una donna è alla ricerca
dell’uomo che ama, lo desidera ardentemente e alla fine giace con lui
in amore. San Giovanni della Croce imita il Cantico dei cantici nel
suo Cantico spirituale, in cui evoca la ricerca dell’unione con Dio da
parte di un monaco in preghiera. San Giovanni rappresenta se stesso
come la sposa e Dio come lo sposo; l’elemento sessuale non simboleggia
un’esperienza sensuale, ma l’intensità del desiderio del ricercatore e
la forza penetrante, esplosiva dell’unione con il divino. Comprendendo
l’allegoria, non scambiamo San Giovanni della Croce per un travestito
lascivo che percorre la campagna spagnola alla ricerca di uomini.

Se non capiamo il codice, fraintendiamo i testi buddisti che adoperano
immagini sessuali. Le schiere di divinità maschili e femminili “in
unione” visibili nei templi tibetani sono rappresentazioni allegoriche
di stati di illuminazione, descrizioni in codice della natura della
mente assoluta e del mondo fenomenico.

Esiste davvero uno yoga sessuale segreto. Una volta eliminate tutte le
allegorie, resta il fatto che alcune persone svolgono davvero una
pratica segretissima di cui non si sarebbe mai dovuto parlare in
pubblico: una pratica in cui l’atto della fornicazione si tramuta in
una pratica meditativa. Sono sicuro che questo è possibile, perché
svolgo una pratica in cui il mangiare diventa meditazione, e se questo
può funzionare, qualsiasi cosa può farlo.

Ma non mi fido dei libri in circolazione sullo yoga sessuale tantrico.
È una pratica così rara che non sicuro di aver mai incontrato qualcuno
che l’abbia fatta. Da quello che conosco dei testi segreti, ogni libro
in circolazione sull’argomento è sbagliato: un miscuglio fantasioso di
illusioni, posizioni sessuali induiste e brani dai tantra induisti
tradotti.

È possibile che i buddisti tantrici sappiano qualcosa sui rapporti tra
i canali psichici e l’esperienza sessuale. I “nadi” (canali) regolano
la maggior parte delle attività biologiche – il respiro, la
defecazione, persino il pensiero – e sarebbe interessante studiare a
fondo il tantra per scoprire cosa dice tale scienza sul sesso. In ogni
caso, questa resta una materia occulta, e i pochi studiosi che la
conoscono a sufficienza non ne hanno tradotto i segreti.

Jeffrey Hopkins, nei suoi due libri sul sesso tantrico, sembra
divulgarne i segreti, ma così non è. Il suo primo libro, Tibetan Arts
of Love, è una traduzione di un commento speculativo sui manuali del
sesso induista, opera di uno studioso laico, Gendün Chöpel, famoso per
il pensiero innovativo nel campo della filosofia e della storiografia
tibetane. La traduzione di Hopkin non ci dice quale può essere stata
la concezione tradizionale del buddismo tantrico sul sesso, perché
l’opera che sta traducendo, scritta nel secolo XX, è innovativa da
ogni punto di vista.

È molto interessante, comunque. Quello che ci dice è che dovremmo
rileggere il Kama Sutra e studiare più attentamente la via hindu alla
felicità sessuale. L’opera di Gendün Chöpel è affascinante e merita di
essere posta accanto ad altri pensatori moderni, come D. H. Lawrence e
Alfred North Whitehead.

Il secondo libro di Hopkins, Sex, Orgasm and the Mind of Clear Light,
contiene le sue riflessioni basate su Gendün Chöpel e i manuali
induisti sul sesso. Un’analisi attenta del libro rivela che in esso
sono pochissime le idee riconducibili davvero al buddismo. La cosa
interessante del libro è la trasformazione, operata da Hopkins, delle
posizioni eterosessuali induiste in posizioni “omosessuali maschili”.
Questa opera non rappresenta le idee tibetane sul sesso e certamente
provocherebbe uno shock in qualsiasi lama tibetano, ma, nello spirito
di Gendün, è molto creativa. Rappresenta il lavoro di Hopkins, non la
tradizione, e in quanto tale andrebbe giudicata.

C’è un passaggio dal quale debbo prendere le distanze. Eccolo: “Sulle
mura dei templi tibetani sono dipinti uomini con il fallo eretto e
coppie uomo/donna in unione sessuale. Chiaramente, il sesso non è
distinto dalla religione. Il fatto che questa religione sia tanto
favorevole al sesso deriva innanzitutto dal riconoscimento che ognuno
desidera la felicità e non vuole la sofferenza”.

Hopkins si sbaglia a pensare che quelle pitture sulle pareti dei
templi tibetani indichino che il buddismo consideri il sesso una via
alla felicità. Esse sono rappresentazioni in codice di dottrine
metafisiche. Il sesso non è una via alla felicità più di quanto non lo
siano il mangiare o il guardare la televisione. Egli sbaglia a
definire il buddismo “favorevole al sesso”; esso è neutrale verso il
sesso. Per chi fosse afflitto dagli ostacoli occidentali all’attività
sessuale, la neutralità potrebbe sembrare una cosa estremamente
positiva, ma se i tibetani fossero davvero favorevoli al sesso, per
imparare qualcosa sull’argomento non avrebbero avuto bisogno di fare
affidamento sui manuali sessuali induisti.

Di solito, evito di criticare un uomo della cultura, l’intelligenza,
l’integrità e la creatività di Hopkins. Ma in questo caso i suoi
ultimi scritti rientrano in un gruppo di opere più biasimevoli che
hanno contribuito a creare una falsa immagine della sessualità
buddista. Per esempio, recentemente una radio austriaca mi ha chiesto
un’opinione su una delle opere più fuorvianti di questo tipo: una
folle diatriba di 800 pagine sul Dalai Lama, la sessualità, il
controllo della mente e il Kalachakra Tantra.

Quest’opera è una fantasia psicotica, ma dobbiamo accollarci il
fastidio di confutarla. Un decennio fa, avrei potuto semplicemente
dire che nessuno studioso serio avrebbe mai associato gli insegnamenti
della tradizione del Dalai Lama alla comune sessualità umana. Adesso,
gli ultimi scritti di tibetologi innovativi – i quali cercano nel
tantra un sostegno non necessario alle loro idee sul femminismo,
l’emancipazione dei sessi o la libera attività sessuale – hanno aperto
la strada all’attuale moltiplicazione degli equivoci più grotteschi.

Robin Kornman è professore di letteratura comparata e membro fondatore
del Malanda Translation Committee. Attualmente, con il sostegno del
National Endowment for the Humanities (Fondo nazionale per le
discipline classiche) e la fondazione Shambhala, sta traducendo il
poema epico tibetano di Gesar di Ling.

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