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SCHEDA ARTICOLO N. «01836»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: VENERABILE AJAHN SUMEDHO
TITOLO: IL BUDDHISMO E' UNA RELIGIONE? (MONOGRAFIA LUNGA)
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TESTO ARTICOLO

Il buddhismo è una religione?

del venerabile Ajahn Sumedho

© Ass. Santacittarama, 2008. Tutti i diritti sono riservati.

SOLTANTO PER DISTRIBUZIONE GRATUITA.

Dal libro - La mente e la via-

Traduzione di Elizabetta Valdrè

Ci piace pensare che comprendiamo la religione perché è profondamente
radicata nella nostra prospettiva culturale. Nondimeno, ci è utile
contemplare e riflettere sui veri scopi, propositi o intenti della
religione.

A volte, le persone ritengono che religione significhi credere in un
Dio o negli dèi, e la identificano con la posizione teistica di una
particolare forma o convenzione religiosa. Spesso, le confessioni
teistiche considerano il buddhismo una religione atea, oppure non lo
ritengono affatto una religione. Lo considerano una filosofia o una
psicologia, perchè il buddhismo non parte da una posizione teistica.
Non trae le proprie radici da una posizione metafisica o dottrinale,
ma dall'esperienza comune a tutta l'umanità: l'esperienza della
sofferenza. Il buddhismo presuppone che riflettendo, contemplando e
comprendendo quella comune esperienza umana, si possano trascendere
tutte le illusioni mentali che la creano.

Il termine - religione- deriva dalla parola latina religio, che
significa legame. Si riferisce a un vincolo col divino che avvolge
interamente l'essere. Religiosità vera significa legame col divino, o
realtà suprema, e impegno di tutto il proprio essere in quel legame,
fino al raggiungimento della realizzazione suprema. Tutte le religioni
hanno parole come - liberazione- e - salvezza- . Termini di tale natura
comunicano libertà dall'illusione, libertà completa e assoluta, e
comprensione totale della realtà suprema. Nel buddhismo, la chiamiamo
illuminazione.

- Comprendere la natura della sofferenza -

L'approccio buddhista consiste nel riflettere sull'esperienza della
sofferenza, perché è ciò che tutti gli esseri umani condividono.
Sofferenza non vuol dire necessariamente una grande tragedia o una
terribile disgrazia. Allude semplicemente a quel genere di
scontentezza, infelicità e delusione che tutti gli esseri umani
provano in vari momenti della loro vita. La sofferenza è comune agli
uomini e alle donne, ai ricchi e ai poveri. Qualunque sia la nostra
razza o nazionalità, la sofferenza è il legame comune.

Perciò, nel buddhismo, la sofferenza è considerata una nobile verità.
Non è una verità suprema. Quando il Buddha insegnò che la sofferenza è
una nobile verità, non era sua intenzione legarci alla sofferenza e
farci credere ciecamente in essa come se fosse una verità suprema. Al
contrario, ci insegnò a usare la sofferenza come nobile verità su cui
riflettere. Contempliamo: che cos'è la sofferenza, qual è la sua
natura, perché soffro, qual è l'oggetto della sofferenza?

La comprensione della natura della sofferenza è un'intuizione
importante. Ora, contemplatela nell'esperienza della vostra vita.
Quanta parte dell'esistenza investite nel tentativo di evitare o di
sfuggire quelle stesse situazioni spiacevoli o non volute? Possiamo
avere la felicità immediata, l'assorbimento immediato, le realtà che
chiamiamo non-sofferenza, quali l'eccitazione, una storia d'amore,
l'avventura, i piaceri dei sensi, il buon cibo, l'ascolto della musica
o qualunque altra cosa. Ma non sono altro che tentativi di sfuggire
alle paure, alle insoddisfazioni, all'ansia e alla preoccupazione:
stati mentali che tormentano la mente umana non illuminata. L'umanità
sarà sempre tormentata e spaventata dalla vita fintanto che rimane
ignorante e non coltiva lo sforzo di guardare e capire la natura della
sofferenza.

Capire la sofferenza significa accettarla e non semplicemente
sbarazzarsene o negarla, o incolparne qualcun altro. Possiamo
accorgerci che la sofferenza è provocata, che dipende da certe
condizioni, le condizioni mentali che abbiamo creato, o che la cultura
e la famiglia hanno instillato in noi. La nostra esperienza della vita
e il processo di condizionamento iniziano il giorno in cui nasciamo.
La famiglia, l'ambiente in cui viviamo, la scuola instillano nella
nostra mente prevenzioni, opinioni, pregiudizi, alcuni buoni, alcuni
no.

Ora, se non facciamo veramente attenzione a queste condizioni mentali
e non le esaminiamo per quello che sono effettivamente, esse ci
faranno interpretare l'esperienza della vita secondo certi pregiudizi.
Ma se scaviamo a fondo nella natura stessa della sofferenza, iniziamo
a esaminare stati mentali quali la paura e il desiderio e scopriamo
che la nostra vera natura non è il desiderio, non è la paura. La
nostra vera natura non è condizionata da alcunché.

- Il condizionamento, l'incondizionamento e la coscienza -

Le religioni mettono sempre in luce il rapporto del mortale, o del
condizionato, coll'incondizionato. O meglio, se di ogni religione ne
mettete a nudo l'essenza, scoprirete che tutto ruota intorno al punto
in cui il mortale, ciò che è condizionato e legato al tempo, cessa. In
quella cessazione sta la realizzazione e la comprensione
dell'incondizionato. Nella terminologia buddhista si afferma che: - c'è
l'incondizionato; se non ci fosse l'incondizionato, non potrebbe
esserci il condizionato- . Dunque, il condizionato sorge e svanisce
nell'incondizionato; ciò che deve attirare la nostra attenzione è,
quindi, il rapporto tra condizionato e incondizionato. Siccome siamo
nati in un corpo umano, dobbiamo vivere un'intera vita con le
limitazioni e le condizioni del mondo sensoriale. La nascita implica
l'emergere dall'incondizionato e il manifestarsi in una forma
separata, condizionata. Tale forma umana implica la coscienza.

La coscienza definisce sempre un rapporto tra il soggetto e l'oggetto,
e nel buddhismo la coscienza è considerata una funzione
discriminatrice della mente. Contemplatela in questo stesso momento.
Siete seduti e state prestando attenzione a ciò che dico. Questa è
l'esperienza della coscienza. Sentite il calore della stanza, vedete
l'ambiente che vi circonda, udite i suoni. Tutto ciò significa che
siete nati in un corpo umano, e per tutto il resto della vita, finché
il corpo vive, proverete sensazioni e si manifesterà la coscienza. La
coscienza crea sempre l'impressione dell'esistenza di un soggetto e di
un oggetto, perciò quando non investighiamo, quando non indaghiamo la
vera natura delle cose, ci vincoliamo alla visione dualistica: - Io
sono il mio corpo, io sono le mie sensazioni, io sono la mia
coscienza- .

L'atteggiamento dualistico nasce dalla coscienza. Con la capacità di
immaginare, ricordare e percepire con la mente, costruiamo una
personalità. A volte ci piace, in altri momenti ci procura paure
irrazionali, opinioni sbagliate, ansie.

- L'aspirazione della mente umana -

Attualmente, gran parte dell'angoscia e della disperazione presenti in
qualsiasi società di questo mondo materialistico deriva dal fatta che,
di solito, i nostri punti di riferimento non sono nulla di più elevato
del pianeta in cui viviamo e del nostro corpo. L'aspirazione della
mente umana alla realizzazione suprema, all'illuminazione, non è
concretamente promossa né incoraggiata nella società moderna. Di
fatto, sembra che spesso venga impedita.

Senza un rapporto con la verità suprema, la vita è priva di
significato. Se non possiamo riferirci a nulla che trascenda le
esperienze di un corpo umano su un pianeta che ruota in un universo
misterioso, tutta la vita si riduce a occupare il tempo tra la nascita
e la morte. Ma allora, che scopo ha, che cosa significa? Perché ce ne
preoccupiamo? Che bisogno abbiamo di uno scopo? Perché mai la vita
dovrebbe avere un significato? Perché vogliamo che significhi
qualcosa? Perché abbiamo parole, concetti e religioni? Perché nella
nostra mente c'è quel desiderio intenso, quell'aspirazione, se tutto
ciò che c'è mai stato, o che può esserci, è l'esperienza che deriva
dall'ideal del sé? È possibile che questo corpo umano, con i suoi
processi condizionanti, ci capiti addosso accidentalmente, in un
sistema universale che sfugge al nostro controllo?

Viviamo in un universo che è incomprensibile. Possiamo solo fare
congetture a riguardo. Possiamo intuire e scrutare l'universo, ma non
incapsularlo. Non possiamo farlo diventare qualcosa nella nostra
mente. Le tendenze materialistiche che coltiviamo nella mente ci
spingono a non porci neppure domande simili. Al contrario, ci fanno
interpretare le esperienze esistenziali con la logica e la
razionalità, basandoci sui valori del materialismo e della scienza
empirica.

- L'esperienza del risveglio -

Il buddhismo si rivolge a quell'esperienza universale, comune a tutti
gli esseri senzienti che è la sofferenza. Propone anche come uscirne.
La sofferenza è l'esperienza del risveglio. Quando soffriamo,
cominciamo a porci domande. Tendiamo a guardare, investigare, fare
congetture, cercare di scoprire.

La storia del principe Siddharta (il nome del Buddha prima
dell'illuminazione) ci racconta che egli visse in un ambiente colmo di
piacere, bellezza, comodità, vantaggi sociali: tutto il meglio che la
vita potesse offrire. Poi, racconta la leggenda, all'età di ventinove
anni, Siddharta lasciò il palazzo per scoprire il mondo esterno, dove
conobbe i messaggeri della vecchiaia, della malattia e della morte.

Potremmo obiettare che all'età di ventinove anni avrebbe già dovuto
conoscere la vecchiaia, la malattia e la morte. Nel nostro sistema di
pensiero, ci è del tutto chiaro sin dalla primissima infanzia che
tutti invecchiano, si ammalano e muoiono. Nonostante ciò, il principe
fu tenuto al riparo da queste esperienze, e nella sua mente non si
risvegliò alcuna coscienza della loro presenza finché non le
sperimentò direttamente.

Anche noi possiamo vivere un'intera vita nella convinzione che tutto
vada per il meglio. Persino l'infelicità e le delusioni che fanno
normalmente parte della nostra esperienza non sono necessariamente
occasione di risveglio. Magari per un po’ ci poniamo qualche domanda a
riguardo, ma ci sono tante opportunità per non tenerne conto, per non
accorgersene. È facile incolpare gli altri della nostra infelicità,
non è così? Possiamo dare la colpa al governo, a nostra madre e a
nostra padre, agli amici e ai nemici, alle forze esterne. La mente si
risveglia alla vecchiaia, alla malattia e alla morte quando si rende
conto che anche noi vivremo quelle esperienze. Cose del genere non si
comprendono in astratto, ma con una sensazione che ci prende alle
viscere, quando intuiamo che questa è la sorte di tutti gli esseri
umani. Ciò che nasce, invecchia, degenera e muore.

Il quarto messaggero che si presentò al Buddha era un samana. Un
samana è un monaco, un cercatore spirituale, un uomo che si è dedicato
unicamente alla ricerca della realtà suprema, la verità. Il samana,
così come lo ritrae la leggenda, era un monaco dal capo rasato con
indosso una tunica.

Nel simbolismo buddhista i quattro messaggeri sono: la vecchiaia, la
malattia, la morte e il samana. Significano il risveglio della mente
umana a una meta religiosa, a quell'aspirazione del cuore umano alla
comprensione della realtà suprema che è libertà da tutta l'illusione e
la sofferenza.

- La pratica buddhista -

Oggi si tende di frequente a ritrarre la meditazione buddhista come un
abbandono del mondo, come lo sviluppo di uno stato mentale di estrema
concentrazione, che dipende da alcune condizioni attentamente
controllate. Perciò, negli Stati Uniti e negli altri paesi in cui la
meditazione buddhista sta diventando sempre più popolare, molti
credono che sia uno stato mentale concentrato in cui la tecnica e il
controllo sono molto importanti.

Le tecniche di questo tipo vanno benissimo, ma anche se iniziate a
sviluppare le capacità riflessive della mente, non è sempre
necessario, e nemmeno opportuno, che passiate il tempo a cercare di
perfezionare la mente e portarla al livello in cui tutto ciò che è
grossolano e spiacevole viene annullato. È meglio aprire la mente alla
pienezza delle sue potenzialità, a una sensibilità piena, per venire a
conoscenza che le condizioni di cui siete consapevoli al momento, ciò
che sentite, vedete, udite, fiutate, gustate, toccate, pensate, sono
impermanenti.

L'impermanenza è una caratteristica comune a tutti i fenomeni, che si
tratti della fede in Dio o di un ricordo del passato; che sia un
pensiero di rabbia o un pensiero d'amore; che sia qualcosa di alto,
basso, grezzo, raffinato, buono, cattivo, piacevole o doloroso.
Qualunque sia la sua qualità, osservatelo come oggetto. Tutto ciò che
sorge, scompare. È impermanente. Ora, l'apertura della mente di cui
parlavo, vi permette, come pratica e riflessione di vita, di avere una
visione d'insieme delle emozioni e delle idee, della natura del vostro
corpo e degli oggetti dei sensi.

Tornare alla coscienza in quanto tale: la scienza moderna, la scienza
empirica, ritiene che il mondo della materia che vediamo, udiamo e
sentiamo, sia il mondo reale, l'oggetto dei sensi. Il mondo oggettivo
è chiamato realtà. Vediamo il mondo della materia, conveniamo sulla
sua esistenza, lo udiamo, lo gustiamo, lo tocchiamo, o addirittura
concordiamo su una percezione o sul nome da attribuirle. Ma anche
quella percezione è un oggetto, non è così? Dato che la coscienza crea
l'impressione che esistano un soggetto e un oggetto, crediamo di star
osservando qualcosa che è separato da noi.

Il Buddha, tramite i suoi insegnamenti, portò alle ultime conseguenze
il rapporto soggetto-oggetto. Insegnò che tutte le percezioni, tutte
le condizioni che ci attraversano la mente, tutte le emozioni, le
sensazioni, gli oggetti del mondo materiale che vediamo e udiamo, sono
impermanenti. Disse: - Ciò che sorge, svanisce- . E questa, lo ripete in
tutti i suoi insegnamenti, è la visione profonda che ci libera da ogni
forma di illusione. Ciò che sorge, svanisce.

Si può definire la coscienza anche come capacità di conoscere,
esperienza del conoscere. Il soggetto che conosce l'oggetto. Quando
guardiamo gli oggetti e gli diamo un nome, pensiamo di conoscerli.
Pensiamo di conoscere questa o quella persona perché sappiamo il suo
nome o ci ricordiamo di lei. Pensiamo di conoscere cose di tutti i
tipi perché ce ne ricordiamo. La capacità di conoscere, a volte, è
condizionata: sapere che, piuttosto che conoscere direttamente
qualcosa.

La pratica buddhista consiste nel rimanere in quella pura attenzione
in cui si trova ciò che chiamiamo conoscenza intuitiva, o conoscenza
diretta. È una conoscenza non fondata sulla percezione, su un'idea, su
una posizione, o una dottrina, ed è possibile solo tramite
l'attenzione. Ciò che intendiamo per attenzione è la capacità di non
attaccarci ad alcun oggetto, che appartenga al regno materiale o al
regno mentale. Quando non c'è l'attaccamento, la mente è in uno stato
di pura consapevolezza, intelligenza e chiarezza. Questa è
l'attenzione. La mente è pura e ricettiva, sensibile alle condizioni
esistenti. Non è più una mente condizionata che si limita a reagire al
piacere e al dolore, alla lode o al biasimo, alla felicità e alla
sofferenza.

Se adesso, per esempio, vi arrabbiate, potete seguire la rabbia.
Potete crederle e continuare a riprodurre quell'emozione, oppure
potete soffocare la rabbia e cercare di interromperla per paura o per
avversione. Tuttavia, invece di comportarvi in uno dei due modi,
potete pensare alla rabbia come a qualcosa che può essere osservato.
Ora, se la rabbia fosse il nostro vero sé, non la potremmo osservare;
ecco ciò che intendo per - riflessione- . Che cos'è che può osservare e
riflettere sulla sensazione della rabbia? Che cos'è che può esaminare
e investigare la sensazione, il calore del corpo, o lo stato mentale?
Quella che osserva e investiga, è ciò che chiamiamo mente riflessiva.
La mente umana è una mente riflessiva.

- La rivelazione della verità comune a tutte le religioni -

Possiamo porci domande quali: chi sono io? perché sono nato? che cos'è
la vita? cosa succede quando muoio? la vita ha un significato o uno
scopo? Poiché pensiamo che altri conoscano ciò che noi non conosciamo,
gli chiediamo delle risposte, invece di aprire la mente e aspettare
pazienti e vigili che sia la verità a rivelarsi. La rivelazione è
possibile, tramite l'attenzione e la vera consapevolezza. La
rivelazione della verità, o della realtà suprema, è l'essenza
dell'esperienza religiosa. Quando ci leghiamo al divino, e in quel
vincolo impegniamo la totalità del nostro essere, facciamo sì che la
rivelazione della verità che chiamiamo visione profonda, una visione
profonda che sia vera e intensa, penetri nella natura delle cose.
Anche la rivelazione è ineffabile. Le parole non sono assolutamente in
grado di esprimerla. Ecco perché le rivelazioni possono essere molto
diverse. Il modo in cui vengono esposte o si concretano nelle parole
può variare all'infinito.

Perciò le rivelazioni di un buddhista hanno un'aria molto buddhista e
le rivelazioni di un cristiano danno un'impressione molto cristiana,
il che è abbastanza giusto. Non c'è niente di sbagliato in questo. È
necessario però riconoscere i limiti della convenzione del linguaggio.
Dobbiamo carpire che il linguaggio non è vero né reale in senso
assoluto; è un tentativo di comunicare ad altri la realtà ineffabile.

È interessante vedere quanta gente oggi cerchi una meta religiosa. Un
paese come l'Inghilterra, prevalentemente cristiano, ha ora molte
religioni. Ci sono tanti incontri interconfessionali e in questo paese
si fanno molti tentativi per capire l'uno la religione dell'altro.
Possiamo rimanere a un livello elementare e sapere semplicemente che i
musulmani credono in Allah, che i cristiani credono in Cristo e i
buddhisti in Buddha. Ma quello che mi interessa è andare al di là
delle convenzioni e arrivare a una vera comprensione, alla
comprensione profonda della verità. Questo è un modo di parlare
buddhista.

Oggi abbiamo l'opportunità di lavorare in direzione di una verità
comune a tutte le religioni; possiamo iniziare ad aiutarci l'un
l'altro. Di questi tempi, convertire la gente, o competere gli uni con
gli altri, non sembra avere alcuna utilità o valore. Invece di cercare
di convertire, la religione può farci risvegliare alla nostra vera
natura, alla vera libertà, all'amore e alla compassione. È un modo di
vivere in piena sensibilità, completamente ricettivi, così da godere
del mistero e delle meraviglie dell'universo per il resto della vita,
e aprirci ad esse.

* * *

Domanda: Il buddhismo è una religione/filosofia che volge il suo
sguardo prima di tutto all'interno?

Risposta: È quello che sembra, inizialmente, perché nella meditazione
buddhista ci si siede, si chiudono gli occhi e ci si volge
all'interno. Ma in realtà, la meditazione fa comprendere la natura
delle cose, la natura del tutto.

In quanto esseri umani, avete una forma assai sensibile. Il corpo è
molto vulnerabile ed esiste in un sistema universale immenso e
impossibile da capire. È facile lasciarsi intrappolare da una
prospettiva in cui il mondo è un oggetto esterno. Secondo tale
visione, che si esprime in termini di interno ed esterno, rivolgersi
all'interiorità sembra meno importante. Ciò in cui state penetrando
sembra poca cosa in confronto alla vastità del sistema universale
esterno.

Se però lasciate andare le percezioni, lo stato condizionato della
mente, iniziate a percepire l'universo in un altro modo. Non si
presenta più come una separazione tra soggetto e oggetto. non abbiamo
le parole adatte a descrivere quella sensazione, possiamo solo dire
che - la realizzate- . L'analogia più calzante che mi viene in mente è
con un apparecchio radio. Il nostro corpo è una forma sensibile, come
la radio o la televisione. Le cose lo attraversano e tendono a
manifestarsi a seconda degli atteggiamenti, delle paure e dei
desideri. Quando liberiamo la mente dalle limitazioni degli stati
condizionati, iniziamo a percepire che queste forme umane sono
recettori di saggezza e compassione.

D.: Allora in che cosa credono i buddhisti, ammesso che credano in qualcosa?

R.: È una domanda comune a cui non è facile rispondere. Se dichiariamo
di non avere alcun credo, la gente dice: - Allora non credete in
nulla- . Noi replichiamo: - No, non è così. Non crediamo neppure che non
ci sia nulla- . E ribattono: - Allora, credete che ci sia qualcosa;
credete in Dio?- . Rispondiamo che non riteniamo necessario credere in
Dio. E loro: - Allora credete che non ci sia nessun Dio?- . E possiamo
continuare a girare intorno al problema in questa maniera, perché la
gente pensa che religione equivalga a un credo specifico: credere in
determinate dottrine e posizioni teistiche, oppure avere una posizione
atea. Sono i due estremi della mente: credere nell'eterno e credere
nell'estinzione o nell'annullamento.

Ma quando parlate del buddhismo, non potete servirvi di tutte le idee
che vi siete fatti sulle altre religioni, perché non vanno bene.
L'approccio buddhista parte da un'angolazione diversa. Non siamo
disposti a credere alle dottrine, agli insegnamenti, ad alcunché ci
provenga dall'esterno. Vogliamo scoprire la verità per conto nostro.

La verità insita nelle cose deve essere a nostra disposizione.
Altrimenti, siamo solo essere impotenti, perduti in un universo
misterioso, senza alcuna possibilità di capire cosa ci accade e perché
le cose sono come sono. Siamo una sorta di incidente cosmico, o
qualcosa di più? Gli esseri umani avvertono che c'è qualcosa al di là
dell'apparenza del mondo sensoriale. Il sentimento religioso, la
sensazione di star procedendo verso qualcosa, di innalzarsi verso
qualcosa, lo troviamo sia nelle società primitive sia in quelle
moderne. Siamo tutti coinvolti in un grandioso mistero, e vogliamo
sapere come confrontarci con esso.

Cosa possiamo fare nello stato in cui ci troviamo, incarcerati come
siamo in un corpo umano per sessanta, settanta, ottanta, novant'anni?
Se c'è una verità, dobbiamo essere in grado di aprirci ad essa e
conoscerla. Altrimenti saremo continuamente catturati dall'illusione,
vivremo un'esistenza senza speranza né scopo. Senza la verità, la vita
non significa nulla, e non importa quel che fate; la vita non ha
valore di sorta. Ma anche se sceglieste di accettare la visione
nichilista secondo cui la vita è priva di significato, non ne sareste
comunque certi, non è così? Magari preferite credere che non ci sia
alcun significato, piuttosto che credere che ci sia, ma ancora non lo
sapete. Quello che sapete adesso è di non sapere, e le cose, per ora,
stanno così.

C'è l'atto del conoscere, non è vero? C'è l'intelligenza. C'è
l'inclinazione al buono e al bello. C'è il desiderio di sfuggire al
dolorose e al brutto. Gli esseri umani hanno sempre avuto aspirazioni.
Ci odiamo quando viviamo una vita meschina, autoindulgente, brutta.
Proviamo vergogna quando compiamo azioni malvage o grette: speriamo
che nessuno ne venga a conoscenza. Se la vita fosse totalmente priva
di significato, non ci sarebbe alcun bisogno di vergognarsi: potremmo
fare le solite cose e non avrebbe alcuna importanza. Ma poiché abbiamo
la sensazione che alcune delle nostre azioni non sono né meritevoli né
sagge, aspiriamo a elevarci al di sopra degli istinti del corpo e
della mente.

Abbiamo l'intelligenza umana; formuliamo concetti elevati; concepiamo
mentalmente le cose migliori. La democrazia, il socialismo, il
comunismo derivano da pensieri di natura elevata in merito alla forma
di governo più giusta e più equa. Ciò non significa che i nostri
governi ottengano effettivamente gran che, ma ci provano. C'è il
valore che attribuiamo a ciò che è esteticamente raffinato: la
bellezza nella musica, nell'arte e nell'uso del linguaggio. Tutto ciò
è indicativo dell'aspirazione umana verso il bello e il buono.
Aspiriamo a una visione del mondo più ampia e universale: un solo
pianeta, un unico sistema ecologico, una sola famiglia umana. Questo
genere di percezione è sempre più diffuso. L'umanità è ora una
famiglia globale, sotto molti aspetti: ciò che accade in Mongolia o in
Argentina riguarda tutti.

Possiamo espandere la capacità percettiva, spostarci dalla prospettiva
individuale in cui ci occupiamo solo di noi stessi, a una prospettiva
globale in cui della nostra famiglia fanno parte tutti gli esseri
umani e non solo la famiglia attuale o quella nazionale. Quando
espandiamo la coscienza, diamo vita a percezioni e concetti molto più
amorevoli e compassionevoli, che vanno al di là del prenderci cura di
noi stessi come individui. Si può andare ben oltre l'attenzione alla
famiglia, al gruppo, alla classe e alla razza. Si può espandere la
coscienza fino a comprendere tutti gli esseri umani, poi tutti gli
esseri. La coscienza diventa universale.

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