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SCHEDA ARTICOLO N. «01856»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: ANONIMO
TITOLO: SASTRA: I TESTI SACRI DELL'INDUISMO (MONOGRAFIA LUNGA)
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TESTO ARTICOLO

SASTRA: I TESTI SACRI DELL'INDUISMO.
di Anonimo

I testi dell'Induismo formano un complesso eccezionalmente ampio e
importante, anche se, secondo la tradizione, si è conservata solo una
minima parte di tutto il materiale originario. Queste scritture ci
sono state trasmesse come suddivise in scuole, chiamate
tradizionalmente - rami- , inizialmente quattro di numero in
corrispondenza con la quadruplice funzione degli officianti incaricati
delle cerimonie, e poi scisse in - rami- ulteriori in relazione agli
insegnamenti particolari attraverso i quali si sono avuti lo sviluppo
progressivo della pratica religiosa e la sua diffusione in tutta
l'India. Un fatto certo è che non ci sono giunte né tutte le scuole
primitive, né tutti i rami secondari (così come neppure la totalità o
l'integrità dei testi di uno stesso ramo), che sicuramente dovevano
essere molti.

- I Veda -

I testi più importanti, e quindi più antichi, sono le quattro
- raccolte- (Samhita) che costituiscono ciò che vengono chiamati i
quattro Veda. La parola veda, che significa - sapere- , si usa anche, in
un senso più esteso, per indicare tutta o parte della letteratura
successiva, fondata sull'uno o sull'altro delle quattro Samhita.

Queste sono:

• Rig Veda, o - Veda dei versi da recitare-

il più antico documento della letteratura indiana. È una raccolta di
1.028 inni alle divinità, una specie di antologia ottenuta
raccogliendo frammenti vari conservati dalle vecchie famiglie
sacerdotali. La maggior parte di questi inni si riferiscono, più o
meno direttamente, al sacrificio del soma, anche se alcuni hanno un
legame molto vago o del tutto assente con il culto.

• Yajur Veda, o - Veda delle formule-
ci è pervenuto in diverse recensioni: lo Yajur Veda Nero, composto
dalle - formule- che accompagnano la liturgia e da elementi di un
commentario in prosa, e lo Yajur Veda Bianco che comprende le sole
formule.

• Sama Veda, o - Veda dei versi da cantare-
è una raccolta di versi come il Rig Veda, da cui del resto proviene la
maggior parte dei canti, arrangiati qui in vista dell'esecuzione del
canto sacro e chiosati da annotazioni musicali.

• Atharva Veda
una raccolta analoga a quella del Rig Veda, ma di carattere in parte
magico e in parte speculativo. La tradizione spesso parla dei - tre
Veda- o della - triplice scienza- , dato che implicitamente considera
l'Atharva come estranea all'alta dignità propria dei - tre Veda- .

• Brahmana
Vengono poi, in ordine cronologico, i Brahmana, o - Interpretazioni sul
Bramhan- , commentari in prosa che spiegano sia i riti che le formule
che li accompagnano: ve ne è uno unito a ciascun Veda, e due o più per
i Veda nel loro complesso, a eccezione dell'Atharva.

Questi due primi segmenti della letteratura vedica formano la
cosiddetta sruti, o - rivelazione- , il che significa che sono
considerati di origine divina, risultati di una comunicazione
- veggente- , fatta a certi umani privilegiati. La sruti comprende anche
dei brevi testi, complementari ai Brahmana, chiamati Aranyaka o
- Trattati delle foreste- , fatti per essere recitati lontano dagli
agglomerati umani, e le Upanishad, o - Vicinanze- , impegnate in
speculazioni filosofiche.
Gli altri documenti connessi ai Veda appartengono alla smriti o
- tradizione mnemonica- . Tra questi ci sono prima di tutto i Sutra, o
- Aforismi- , vale a dire testi composti in uno stile abbreviato,
destinati a essere imparati a memoria dagli apprendisti della
liturgia. Ne esistono in gran numero per i vari - rami- , per le
cerimonie solenni e per i rituali - domestici- , così come ve ne sono
altri che riassumono insegnamenti di carattere più generale, e segnano
in questo modo l'inizio di un diritto civile e penale che nasce a poco
a poco dalla ganga delle prescrizioni sacerdotali.

Questa letteratura viene completata da una serie di testi scritti sia
in aforismi che in prosa o, a volte, in versi, il cui compito è la
formazione complessiva di un addetto ai rituali: trattati di metrica,
di fonetica, d'astronomia, liste diverse, tavole degli argomenti, e
così via.

L'insieme è redatto in sanscrito, un sanscrito arcaico che contiene un
certo numero di peculiarità che in seguito verranno perse. Gli Inni e
le - formule- (incluse sotto il nome di mantra) sono di un arcaismo più
pronunciato della prosa che li ha seguiti. Si deve però dire che in
generale non è facile stabilire la cronologia interna di questa prima
letteratura e ancor meno la sua cronologia assoluta. La redazione del
Rig Veda può essere situata, in via ipotetica, verso il decimo o il
dodicesimo secolo prima di Cristo, mentre i testi vedici successivi,
cioè gli - annessi- ai Veda e le grandi Upanishad, tra il sesto e il
quinto secolo, anche se la preparazione di questi ultimi deve essere
avvenuta molto prima e il completamento dei vari trattati vedici
isolati più tardi. La trasmissione e la stessa preparazione avvenivano
oralmente e solo molti secoli dopo sono state fissate nella scrittura.
Tuttavia, anche al giorno d'oggi sopravvivono in tutta l'India dei
cantori che tramandano oralmente vaste porzioni del Veda con estrema
esattezza

- VEDA -

I Veda sono i più antichi documenti dello spirito umano di cui siamo
in possesso. Scrive il Wilson: - Quando i testi del Rg-Veda e dello
Yajur-Veda saranno completati, noi saremo in possesso di materiali
sufficienti per una giusta valutazione dei risultati che ne
deriveranno, e dell'effettiva condizione, sia politica che religiosa,
degli Indù in un'epoca coeva alle più antiche testimonianze finora
conosciute dell'organizzazione sociale, di gran lunga anteriore al
sorgere della civiltà greca, antecedente alle più antiche vestigia
finora scoperte dell'impero assiro, contemporanea probabilmente solo
ai più antichi scritti ebraici e posteriore soltanto alle dinastie
egiziane, di cui tuttavia si conosce ancora ben poco oltre ai semplici
nomi. I Veda ci forniscono abbondanti informazioni in merito a tutto
ciò che più ci interessa per lo studio dell'antichità- .

Esistono quattro Veda: Rg, Yajur, Sama e Atharva. I primi tre
concordano non soltanto nel nome, nella forma e nella lingua, ma anche
nel contenuto. Di tutti, il più importante è il Rg-Veda. I canti
ispirati che gli Ariani portarono con s‚ dalla loro patria originaria
in India, come il bene più prezioso, si ritiene siano stati raccolti
in risposta all'esigenza di preservarne l'integralità quando, nel loro
nuovo paese, essi vennero in contatto con un gran numero di adoratori
di altri dèi. Il Rg-Veda è appunto questa raccolta. Il Sama-Veda è una
raccolta puramente liturgica. La maggior parte di essa si trova già
nel Rg-Veda e anche quegli inni che gli sono peculiari non contengono
una loro propria lezione indipendente: essi sono stati adattati per
essere cantati durante i sacrifici. Anche lo Yajur-Veda, come il
Sama-Veda, assolve ad una funzione liturgica.

Questa raccolta fu fatta per rispondere alle necessità di una
religione cerimoniale. Il Whitney scrive: - Nei primi tempi vedici il
sacrificio era ancora, in genere, un libero atto di devozione, non
affidato alle cure di un corpo privilegiato di sacerdoti n‚ regolato
nei piccoli dettagli, ma lasciato al libero impulso di chi lo offriva,
accompagnato da inni e canti del Rg e del Sama-Veda, in modo che la
bocca dell'offerente non tacesse mentre le sue mani presentavano alla
divinità il dono che il suo cuore dettava... Tuttavia, poich‚ col
passar del tempo il rituale andava assumendo un carattere sempre più
formale divenendo alla fine una serie strettamente e minuziosamente
regolare di singoli atti, non soltanto vennero stabiliti i versi che
dovevano essere citati durante la cerimonia, ma vi si introdusse anche
un corpo di espressioni, di formule verbali intese ad accompagnare
ogni singolo atto dell'intera funzione per spiegarla, giustificarla,
benedirla, darle un significato simbolico...

Queste formule sacrificali ricevettero il nome di Yajus, dalla radice
yaj sacrificare... Lo Yajur-Veda è composto da queste formule parte in
prosa e parte in versi, sistemate nell'ordine in cui ci si doveva
servire di esse durante il sacrificio- . Le raccolte del Sama-Veda e
dello Yajur-Veda devono essere state compilate nell'intervallo di
tempo tra la composizione del Rg-Veda e il periodo brahmanico, epoca
in cui la religione ritualistica era ormai ben affermata. Per lungo
tempo, l'Atharva-Veda non godette del prestigio di un vero Veda,
sebbene per i nostri scopi sia secondo per importanza solo al Rg-Veda
poich‚, come quest'ultimo, è una raccolta storica di contenuti
indipendenti. Uno spirito diverso pervade questo Veda, che è il
prodotto di una più tarda età di pensiero, e mostra il risultato dello
spirito di compromesso adottato dagli Ariani vedici di fronte ai nuovi
dŠi e spiriti di natura adorati dai popoli originari del paese che
essi stavano lentamente sottomettendo.

Ciascun Veda consiste di tre parti denominate Mantra, Brahmana e
Upanisad. La raccolta dei Mantra, o inni, è chiamata Samhita. I
Brahmana contengono i precetti e i doveri religiosi. Le Upanisad e gli
Aranyaka, che discutono problemi filosofici, sono le parti conclusive
dei Brahmana. Le Upanisad contengono la base spirituale di tutto il
successivo pensiero del Paese. Delle prime Upanisad, l'Aitareya e la
Kausitaki appartengono al Rg-Veda, la Kena e la Chandogya al
Sama-Veda, la Isa, la Taittiriya e la Brhadaranyaka allo Yajur-Veda, e
la Prasna e la Mundaka all'Atharva-Veda.

Gli Aranyaka si collocano tra i Brahmana e le Upanisad e, come
suggerisce il loro nome, costituiscono oggetto di meditazione per
coloro che vivono nelle foreste. I Brahmana trattano il rituale che
deve essere osservato dal capo famiglia, ma quando questi nella sua
vecchiaia si ritira nella foresta è necessario qualcosa che
sostituisca il rituale, e a ciò provvedono gli Aranyaka. Gli aspetti
simbolici e spirituali del culto sacrificale sono oggetto di
meditazione, e questa meditazione prende il posto dell'esecuzione del
sacrificio.

Gli Aranyaka rappresentano l'anello di congiunzione tra il rituale dei
Brahmana e la filosofia delle Upanisad. Mentre gli inni sono la
creazione dei poeti, i Brahmana sono l'opera dei sacerdoti, e le
Upanisad le meditazioni dei filosofi. La religione naturalistica degli
inni, la religione ritualistica dei Brahmana e la religione spirituale
delle Upanisad corrispondono molto da vicino alle tre grandi divisioni
dello sviluppo religioso secondo la concezione hegeliana. Sebbene in
un'epoca posteriore queste tre divisioni siano coesistite, non c'è
dubbio che originariamente si svilupparono nel corso di epoche
successive. Le Upanisad, se in un certo senso rappresentano la
continuazione del culto vedico, in un altro senso costituiscono una
risposta alla religione dei Brahmana.

- Upanishad -

Le Upanisad sono trattati di estensione variabile, appartenenti ad
epoche diverse, in prosa e in versi, alcune miste, dedite a
indirizzare l'aspirante alla verità trascendente il piano di realtà
del grossolano attraverso la contemplazione o la stimolazione della
buddhi (ragion pura) attraverso l'ascolto delle verità supreme che
vertono quali siano l'origine e il destino dell'uomo, quale ragione
regga le varie vicende dell'esistenza, quale sia il fondamento ultimo
dell'universo e della vita.
Le Upanishad costituiscono la parte conclusiva dei Veda. In origine
diverse migliaia, ne rimangono più di 200, benché‚ per tradizione,
quelle più considerate siano 108. La loro datazione è incerta: le più
antiche dovrebbero risalire all'VIII e al VII secolo a.C., antecedenti
all'era buddista; le più recenti al V o al IV secolo a.C.

Ma le Upanisad veramente importanti e tipiche sono poco più d'una
dozzina, sono denominate Upanisad antiche e medie oppure vediche,
appartengono alle varie scuole che si rifanno alle Samhita vediche e
quindi fanno parte della rivelazione, e risalgono a un periodo
compreso, con tutta probabilità, tra il 700 e il 300 a. C.
Le Upanishad sono state composte da autori ispirati, ed appartengono
alla letteratura rilevata o sruti (lett.: - ciò che è stato udito- ) al
pari dei Veda, esse hanno un carattere religioso - culturale;
tuttavia, a differenza di quelli, presentano tratti altamente
speculativi. In effetti, tutta la filosofia indiana non è altro che
una glossa e un commento alle Upanishad.

Il termine, nell'interpretazione che per lungo tempo ha goduto maggior
fortuna e che s'attiene al significato più evidente (upa-nisad =
sedersi vicino) sembra alludere al carattere esoterico
dell'insegnamento, trasmesso dal maestro al discepolo che, avendone le
qualificazioni, gli sedeva vicino.

Chi consideri tuttavia la dottrina monistico-idealistica in cui sembra
culminare il pensiero upanishadico, chi osservi il rivolgimento
portato nella concezione della vita dal dogma del ciclo delle
esistenze, che proprio nelle Upanisad s'afferma per non più
abbandonare il suolo dell'India, chi valuti nella giusta misura la
difficoltà di staccarsi dalla concezione mitica dell'universo e dal
dominio più o meno esclusivo del rito e della magia per guardare con
occhio spassionatamente limpido ai fatti della vita e della morte,
dovrà riconoscere che nelle Upanisad, al di là degli innegabili
apriorismi e delle sopravvivenze del passato, lo spirito umano ha
lasciato una documentazione notevolissima d'un travaglio spirituale
che cerca, propone e ancor dubita delle soluzioni proposte, che
accetta e combina spregiudicatamente elementi e nozioni di varia
origine, che per rappresentare la complessità dell'inconoscibile non
esita ad ammettere contraddizioni e contrasti. E la validità non già
delle risposte date, ma dell'atteggiamento assunto, è dimostrata dal
fatto che la storia del pensiero indiano è incomprensibile ove si
trascuri il periodo delle Upanisad antiche e medie.

Esaminando le tematiche delle Upanishad più importanti, ne emergerà la
continuità di fondo, benché‚ non una visione unitaria o omogenea.

Nella Brihadaranyaka Upanishad è formulata una cosmologia primitiva.
All'inizio c'era soltanto il nulla, il non - essere, dal quale si
produsse l'universo. In ogni uomo alberga una scintilla del Brahman,
l'energia cosmica: si tratta dell'atman, il principio
dell'individualità o il sè personale ( di solito, erroneamente
tradotto con - anima- ; per quanto concerne la possibilità di definire
- personale- l'atman). Viene postulata una corrispondenza intima tra il
micro e il macrocosmo, sulla base di vari spunti vedici. Ogni creatura
riceve qualcosa dal Brahman: l'incarnazione più completa di
quest'energia è il brahmano, il sacerdote. In questa Upanishad si
torna sulla questione delle caste. Tuttavia, nonostante l'evidente
enfasi sulla casta brahmanica, nella Upanishad è un guerriero a
istruire un sacerdote. Evidentemente alla classe dei Brahmani non era
ancora stato assegnato il ruolo di primo piano che avrebbe avuto in
seguito. Si dichiara che del Brahman non si può parlare. Nessuna
determinazione verbale riuscirebbe a renderne la natura: - non così,
non così- (neti neti): è l'unica espressione applicabile all'energia
cosmica. Viene poi indicata l'identità tra il Brahman e l'atman, tra
l'energia impersonale e l'identità personale (4, 4, 5).- tutto il
mondo non è altro che l'atman. - L'atman è indistruttibile ed eterno.
Questa cosmologia ha importanti risvolti etici. L'uomo dovrà prendere
coscienza della propria identità autentica, per capire che il suo
atman, la propria natura intima, contiene un principio universale.
Egli rifuggirà dalle passioni, votandosi all'ascetismo. Ad un certo
punto della propria evoluzione, infine, si lascerà dietro qualsiasi
massima o norma etica: sarà libero sia dal male che dal bene. In
questo stato d'animo non traccerà più alcuna distinzione tra sè e gli
altri, rendendosi conto della perfetta identità tra il Brahman e
l'atman. E non potrà più temere nulla: la sua vita sarà immortale,
ormai, come quella del cosmo.

Anche nella Chandogya Upanishad, un membro della casta guerriera ,
cioè un principe, si rivedrà più perspicace dei suoi interlocutori
brahmani. Il protagonista della Upanishad è il brahmano Uddalaka
Aruni. Anche qui viene postulata una perfetta corrispondenza tra il
micro e il macrocosmo: uno stesso fenomeno, il respiro pervade ogni
ambito dell'universo, e continua a sussistere in ogni istante, persino
nel sonno profondo. Con alcune varianti, ci si riallaccia alla
cosmologia della Briahadaranyaka Upanishad: dal non - essere deriva
l'essere; in questo caso, si passa poi alla produzione di un uovo
cosmico, le cui metà compongono l'universo. Tuttavia, in altre sezioni
della Upanishad questa dottrina viennegata: - com'è possibile che dal
non - essere sia sorto l'essere?- . Ciò attesta la presenza di alcune
incrostazioni, quindi l'apporto di vari autori alla redazione
dell'opera.

Sul piano etico, si ammette la rinascita. In base alle azioni
compiute, si tornerà in altre spoglie sulla terra: nelle tre caste
ariane, nei casi di buona condotta; come animali spregevoli o come
intoccabili ( - fuori casta - o candala, nei casi di malvagità (5, 10,
7).
Al punto culminante della Upanishad, Uddalaka si rivolge al figlio,
ammonendolo: - Quello sei tu, Cvetaketu - . - Quello - è l'atman, il
principio individuale che corrisponde al Brahman, e si cela in ogni
entità. In questo modo, il figlio apprende la propria perfezione. E`
l'atman che permette ad un seme di produrre un grande albero. Esso è
un'essenza sottile, una forza invisibile che consente ad ogni essere
di realizzare la propria natura. E` il respiro vitale, che infonde
energia alle creature. in ultima analisi, è il Brahman: il mio Sè è il
Sè del cosmo. Bisogna cercare dentro di sè la propria matrice, una
scintilla energetica che ospitiamo in un piccolo spazio vuoto del
cuore. Se vi si riesce, aiutandosi con la meditazione, i sacrifici e
lo studio dei Veda, non ci si ammalerà più, nè si soffrirà o si
morirà. Si entrerà nel mondo del Brahman, per non far più ritorno
sulla terra . Il ciclo delle rinascite viene interrotto . Un'esistenza
eterna attende l'atman, nel suo amplesso con il Brahman, che è la sua
stessa fonte.

Nella Taittiriya Upanishad viene ripreso l'assunto dell'identità
Brahman/atman. Si è inoltre convinti che nella sillaba om si celi
l'essenza del Brahman.
Nella Kena Upanishad si dichiara che il Brahman non può essere
insegnato, nè pensato: nè chi crede di conoscerlo, nè chi crede di non
conoscerlo coglie nel segno.

Nella Isà Upanishad si coltivano tendenze teistiche, accennando ad un
- Signore - (Ica). Si raccomanda di abolire la mentalità dualistica:
solo così, ad un certo punto, si capirà che nell'alto dei cieli c'è
soltanto il proprio Io. La distinzione tra noi e gli altri viene
invalidata. A quel punto, abbandonando la conoscenza e l'ignoranza, si
attingerà l'immortalità.

Nella Katha Upanishad si narra dell'incontro tra Naciketas, il primo
uomo che morì, e Yama, il Dio dei morti. - Dopo la morte, l'uomo esiste
ancora o no?- E` questa la domanda angosciante che Naciketas pone al
Dio della morte. Ma non non otterrà una vera risposta: Yama si limita
a dirgli che l'atman è immortale ed eterna (2, 5, 13).

Nella Mundaka Upanishad vengono ammessi due ambiti della conoscenza.
Da un lato, c'è il campo delle scienze inferiori: lo studio dei Veda,
l'astronomia, la fonetica, la ritualistica, la grammatica, la metrica
e l'etimologia. Dall'altro l'c'è la scienza superiore, il cui oggetto
è la conoscenza del Brahman(1, 1, 5).
Nella Mandukga Upanishad si parla di quattro stati di coscienza o
piani di realtà: vaicvanara, stato di veglia; Taijasa, stato onirico;
prajnà, stato del sonno profondo; turiya, stato indefinibile. Nel
primo la conoscenza dell'adepto si fonda sul pensiero dualistico e
sulle distinzioni, richiamandosi agli oggetti sensibili. Nel secondo
si volge invece all'interiorità, cioè agli oggetti del sogno. Nel
terzo l'adepto non vede più alcuna immagine, quindi può rinunciare ad
effettuare la distinzione tra soggetto ed oggetto. Nel quarto, infine,
egli non dipende più da alcunché, all'infuori di sè stesso: ha
realizzato la perfetta coincidenza tra il Brahmane l'atman. Ormai
coltiva una consapevolezza non - duale, evitando di riferirsi alle
cose esteriori e a quelle interiori .

La Cvetacvatara Upanishad, infine, è tra le più recenti delle
composizioni antiche. Nel Brahman è insita una trinità: Dio, atman e -
natura - (prakriti o cakti). Dio è il Signore del mondo, Colui che lo
crea e lo distrugge. A volte è chiamato Rudra; a volte, Civà. La
natura è illusoria: nient'altro che il prodotto di un gioco di
prestigio del mago divino. Essa appare in un certo modo, ma non è in
quel modo. L'atman è il sè individuale: da un lato, un elemento
personale; dall'altro, una componente eterna del Brahman imperituro.
Colui che, attraverso le opportune pratiche yogiche, scoprirà che Dio
abita nel suo stesso cuore, otterrà la liberazione. Il suo atman sarà
riassorbito nel Brahman.

Anzich‚ sulla conoscenza, qui si insiste sulla devozione (bhati) nei
confronti del Signore. Questa Upanishad si discosta, per grandi linee
dalle altre: influenzerà molto la religiosità della massa. E non
soltanto la speculazione filosofica. Nelle varie Upanishad s'insiste
sull'autorealizzazione, per rifiutare, o perlomeno ridimensionare,
l'importanza dei sacrifici vedici. Si tende alla liberazione (moksha),
un obiettivo che è possibile raggiungere soltanto uscendo dal samsara,
il siclo delle nascite e delle morti. Ogni azione produce un frutto: è
il principio basilare della legge del karma , che determina le
modalità delle future reincarnazioni. Attraverso la condotta ottimale,
si deve cercare di spezzare il ciclo: a quel punto, l'atman sussisterà
in eterno , inglobato nel Brahman. E` una liberazione, in positivo,
dunque, ben diversa da quella di un certo buddhismo, per il quale
l'uscita dal samsara comporterebbe l'estinzione eterna.
Purana : i testi sacri dell'Induismo

I Purana, o - Antichità- , sono vicini a ciò che noi chiameremmo
trattati religiosi, dato che contengono, in maniera prolissa,
insegnamenti sulla pratica e il rituale, dati sulle festività e i
pellegrinaggi, elementi di mitologia. Si assiste così alle lotte della
grande Dea contro i demoni, alle avventure guerriere, galanti o
ascetiche di Shiva, nonché alla biografia di Krishna. Il loro tema
caratteristico, originariamente, era molto diverso.

Si trattava infatti di testi con pretese storiche, che cercavano di
rintracciare la storia delle dinastie o quanto meno delle genealogie
reali sostenendone le basi mediante una cosmogonia e una teogonia che
s'inabissava nel cuore di ere mitiche. A poco a poco questi testi,
densi di interpolazioni, si sono fatti carico di materiali di
qualsiasi provenienza. Alcuni sembra siano stati concepiti dai bisogni
di una setta particolare, e infatti i diciotto Purana maggiori vennero
classificati dalla tradizione come vishnuiti, shivaiti e brahmanici
(dedicati cioè a Vishnu, Shiva, Brahman). Il più celebre di questi
testi, anche se non il più antico, è il Bhagavata Purana che descrive
la vita dell'eroe divino Krishna, insistendo su quei motivi che
potevano sollecitarne la devozione. Questo sarà il testo comune delle
sette krishnaite.

La letteratura dei Purana si diffuse grosso modo intorno ai primi
secoli della nostra era fino al dodicesimo secolo e forse oltre. Gli
autori dei Purana secondari o minori raccolsero inoltre inni litanie,
- glorificazioni- , di luoghi santi, e altro. A questo genere letterario
si possono associare lo Yoga vasishtha, grandioso poema leggendario e
filosofico (decimo secolo?), e il Caturvarga cintamani di Hemadri
(tredicesimo secolo), vasta e composita raccolta tra il genere
puranico e la Smriti.

- I Tantra -

Sono dei trattati analoghi ai Purana riconducibili a sette o a gruppi
di sette, catalogati a volte sotto il generico nome di Tantra,
- Libri- . All'interno di questi Libri si distinguono i trattati
vishnuiti, detti Samhita, o - Raccolte- , i trattati shivaiti o Agama,
- Tradizioni- , infine i Tantra veri e propri che si riferiscono a un
aspetto della religione denominata di conseguenza tantrismo, non priva
di affinità con le sette shakta. Vi è stata una continua produzione di
Tantra fino ai nostri giorni. Difatti, se presi nel senso più vasto
del termine, sono le vere basi letterarie dell'induismo come è
praticato ancor oggi. Vi si trovano delle descrizioni minuziose di
rituali (rituali simbolici e di adorazione), elementi di dottrina e di
etica, infine metodi per riplasmare l'individualità psichica (yoga).

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