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SCHEDA ARTICOLO N. «01875»

CLASSIFICAZIONE: 2
TIPOLOGIA: BUDDISMO
AUTORE: FONTE: LISTA SADHANA
TITOLO: DONNE DI SAGGEZZA, NELLA STORIA BUDDHISTA
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TESTO ARTICOLO

DONNE di SAGGEZZA, NELLA STORIA BUDDISTA
[MANORATHA PÛRANÎ dall’ANGUTTARA, I. 14. 5.] Quarto Vagga.
FONTE: LISTA SADHANA
1. Mahâpajapatî Gotamî.

La prima della serie di Theris (cioè, Mahâ Gotamî, Grandi Saggie),
appare come il capo di coloro che hanno grandi esperienze. Senza
andare troppo indietro nella storia delle sue prime origini, si dice
che essa venne in esistenza al tempo del Buddha Padmuttara, in una
nobile famiglia di Hamsavatî. Dopodichè, sentendo il Maestro fare un
discorso di Dharma, e vedendolo esaltare una certa monaca che era
arrivata molto in alto, lei si propose di voler arrivare alla stessa
posizione. Quando ebbe fatto atti di carità per tutta la sua vita, ed
avendo fatto il voto per adempiere ai precetti, ed avendo osservato il
Sabbath, dopo che centomila Kalpa erano passati, lei rinacque a
Benares, come la principale di cinquecento schiave. Ora, quando
cominciò la stagione di Vassa, cinquecento Pratyeka Buddha vennero giù
dalle grotte di montagna ad Isipatana ed andarono in città per
elemosinare. E proprio quando arrivarono ad Isipatana, essi pensarono,
-Dovremo chiedere loro di preparare un'abitazione per noi; capanne per
la stagione di Vassa-. Quindi, indossando vesti da mendicanti, ed
entrando di notte nella città, essi si misero vicino alla porta della
casa di un mercante. La capo delle schiave aveva appena preso il suo
vaso d’acqua e stava tornando giù dal guado per l’acqua, quando vide i
cinquecento Pratyeka Buddha che entravano nella città. Il mercante,
sentendo (la ragione) del loro arrivo, disse: -Noi non abbiamo tempo!
Andatevene via.-

Ora, quando essi stavano partendo dalla città, la schiava
principale, portando il suo vaso d’acqua, stava rientrando (in città)
e li vide. Lei li salutò e s’inchino ad essi, coprendosi il volto.
-Signori-, chiese, -Perché siete venuti in città, e perché ora state
andando via?- -Noi venimmo a chiedere che si fosse costruita per noi
un'abitazione per la stagione di Vassa-, loro dissero.

-E ci siete riusciti, signori?- lei disse.

-No, non ci siamo riusciti, figlia-, loro dissero.

-E queste capanne che dovrebbero essere costruite - possono essere
costruite solamente da nobili o anche dal popolo povero?- lei chiese.

-Esse possono essere costruite da chiunque-.

-Molto bene, signori, le faremo noi-, lei disse. -Domani riceverete
il vostro cibo da me-. E avendoli così invitati, li condusse verso
l'acqua, poi riprese il suo vaso pieno d’acqua ed andò via. E, stando
sulla strada che conduceva al guado, lei disse ad ognuna delle
ragazze-schiave che arrivavano, -Stai qui-, e quando esse furono tutte
arrivate, lei disse, -Figlie mie, volete fare sempre il lavoro da
schiave per un altro, o desiderate essere liberate dalla schiavitù?-

-Noi saremmo contente di venire liberate oggi stesso, madre-, esse
risposero.

-Quindi, fate lavorare i vostri mariti un giorno per questi
cinquecento santi, che non possono trovare operai ed ai quali io ho
fatto la promessa di provvedere per domani-, lei disse.

-Così sia -, esse dissero.

E, avendo accettato esse stesse questo, dissero di ciò ai loro
mariti, quando essi furono di ritorno dalla foresta.

-Molto bene-, dissero loro, e si radunarono tutti davanti alla
porta della casa del capo delle schiave.

Ora la donna-schiava principale disse loro, -Amici miei, offrite il
vostro lavoro a questi santi uomini-. E mostrando la sua intenzione (e
ammonendo con forti grida quelli che non desideravano lavorare) lei li
costrinse ad essere d'accordo.

L’indomani, quando ebbe dato un pasto ai Pratyeka Buddha, lei diede
le istruzioni a tutti gli schiavi. Essi si recarono immediatamente
nella foresta e tutti insieme portarono materiali per costruire e,
dividendoli in parti di cento, essi costruirono capanne, una per ogni
Buddha, avendo prima fatto un chiostro. E loro misero mobili, cioè
letti e sedie, e acqua da bere, e fecero fare ai Buddha un voto per
abitare là tre mesi. E si impegnarono ad alimentarli, e se qualcuno di
essi non fosse stato in grado (di farlo) allorchè fosse venuto il suo
turno, sarebbe stato a lui portato cibo dalla casa della schiava
principale, così poteva darglielo.

E, alimentandoli così per tre mesi, la donna-schiava principale
fece portare da ognuna delle donne-schiave un indumento di stoffa. Vi
furono cinquecento stoffe grezze; e avendole scambiate, lei comprò tre
tuniche per ognuno dei cinquecento santi. E, come essi le videro, i
cinquecento Buddha, passando attraverso l'aria, ritornarono alla
montagna Gandhamâdan.

Così tutte queste donne, avendo passato la loro vita in buone azioni,
rinacquero nel paradiso dei Deva. E la loro principale, quando dovette
morire, rinacque in un villaggio di tessitori, vicino a Benares, nella
casa di un maestro-tessitore. Ora, in un certo giorno, cinquecento
giovani Buddha vennero a Benares, invitati dal re, e quando essi
giunsero all’ingresso del palazzo, guardandosi intorno e non vedendo
nessun, si rigirarono e, uscendo dalle porte della città, arrivarono
al quel villaggio di tessitori. Questa donna, vedendo i Buddha e
salutandoli amichevolmente, diede loro del cibo. Essi, dopo aver preso
il loro pasto nella maniera dovuta, ritornarono immediatamente sul
monte Gandhamâdan.

E la donna, dopo aver condotto una vita virtuosa e passando attraverso
mondi di deva e il mondo degli uomini, rinacque, proprio poco prima
del nostro Maestro, rientrando in vita nella casa dell’eminente
Suppabuddho. Il suo cognome era Gotamî. Lei era la sorella più giovane
della celebre regina Mâyâ. Brahmini che erano bravi negli incantesimi,
avendo percepito i segnali della grandezza in queste due donne,
profetizzarono che i figli da esse concepiti sarebbero stati monarchi
universali. Il grande Re Suddhodana, tenendo una gran festa al
raggiungimento della sua maggiore età, portò le due sorelle dalla loro
casa al suo proprio palazzo. Dopodichè, il nostro Bodhisattvatva svanì
dal cielo di Tusita e rientrò in esistenza nell'utero di Mâyâ. Mâyâ,
nel settimo giorno dopo la sua nascita, morì e rinacque di nuovo nel
cielo di Tusita. Il Re Suddhodana elevò Pajâpatî (zia del Beato) al
rango di Regina-consorte. Ed a questo punto nacque il giovane principe
Nanda. Pajâpatî, mandando ad allevare Nanda da una vice-madre,
continuò a prendersi cura del Bodhisattvatva.

Più tardi, quando il Bodhisattva si isolò dal mondo e raggiunse la
saggezza, facendo il bene all’umanità, a tempo debito si recò nella
città di Kapila, entrò nella città, cercando elemosine. Ora suo padre,
il grande re, avendolo sentito predicare il Dharma anche per strada,
si convertì. Due giorni dopo, anche Nanda abbracciò la vita ascetica,
e sette giorni dopo, anche Râhulo il figlio di Gotama.

Poi, il Beato prese dimora in una sala turrita vicino Vesâli. A
questo punto il gran Re Suddhodana morì, dopo avendo raggiunto lo
stato di Arahat sotto il reale ombrello bianco. Quindi, anche Pajâpatî
concepì il pensiero di entrare nella vita religiosa. E poi, alla fine
del Ralahavivâda-Sutta, o Discorso sul conflitto e contesa, Pajâpatî
si stabilì sulle rive del fiume Rohini, frequentato da cinquecento
giovani fanciulle che si erano convertite e che erano venute,
d’accordo con Pajâpatî, tutte pensando, -noi entreremo nella vita
religiosa sotto il Maestro-. Con Mahâpajâpatî alla loro testa, si
recarono dal Maestro dicendogli che esse erano intenzionate ad entrare
nell'Ordine.

Ma perfino questa donna Pajâpatî, la prima volta che implorò il
Maestro che lei voleva entrare nell'Ordine, non ottenne il suo
desiderio. Perciò, andò dal barbiere, si fece tagliare i capelli,
indossò la veste gialla, e prendendo con lei tutte queste donne Sâkya,
andò a Vesâli, a cercare il Thera Ânanda per implorare il Santo per
lei. E così riuscì ad entrare nella vita religiosa ed a ricevere
l’ordinazione, soggetta alle otto leggi principali. E tutte le altre
donne ricevettero l’ordinazione alla stesso tempo. Questo è un breve
sommario, poichè l’intera storia è riferita nel Canone [Nei Testi del
Vinaya, iii, 320-327]. Quando fu così ammessa nell'Ordine, Pajâpatî
essendosi avvicinata al Maestro, gli fece un inchino, e gli si mise su
un lato. E il Maestro le predicò la Dottrina, e questa donna, istruita
dal Maestro nell’estatica meditazione, raggiunse lo stato di Arahat. E
le altre cinquecento monache, alla fine del discorso a Nandaka
raggiunsero anch’esse lo stato di Arahat. Così questa storia racconta.

Dopodichè, il Maestro, sedutosi a Jetavana, assegnando i posti alle
Bhikkhunî, esaltò Pajâpatî sul posto principale fra coloro che sono
grandi in esperienza.

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