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SCHEDA ARTICOLO N. «00420»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: WALTER A. KEERS
TITOLO: RIMANENDO TESTIMONE
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TESTO ARTICOLO

Rimanendo Testimone
di Walter A. Keers

D. Potreste spiegarmi il fenomeno di Sri Ramana Maharsi, che apparentemente
ottenne l'illuminazione del tutto spontaneamente, senza fare alcunché?

R. Nessuno può dare una spiegazione delle cose. Le cose sono come sono e non
c'è niente da spiegare. La sola cosa possibile è mettere in evidenza la
ragione per cui sembra di non essere a conoscenza di ciò che siamo.

D'altra parte ci sono alcune cose che sono del tutto ovvie. Quando, a
diciassette anni, Venkataraman fu preso dal panico e sentì che stava per
morire avrebbe potuto precipitarsi dal dottore e chiedere un tranquillante,
cosa che la grande maggioranza di noi avrebbe fatto. Ma già a quell'età egli
era talmente maturo che accettò e si arrese al panico senza fuggire. Il che
sta a dimostrare che era un ragazzo molto coraggioso. Lasciò che il panico
lo investisse, si stese sul pavimento, e si abbandonò a ciò che sembrava
inevitabile: «Io sto per morire. Che cosa sta veramente accadendo?».

In altre parole, egli si ritirò spontaneamente dalla sua individualità e
assunse la posizione del Testimone.

È importante riconoscere che, in questo modo, egli rinunciò a ogni desiderio
di continuare a vivere nel tempo e nello spazio. Poi, come tu dici,
l'illuminazione
sopraggiunse senza che ci fosse bisogno di fare qualcosa, ed è inevitabile
che sia così. Infatti, la realizzazione avviene solamente quando smettiamo
di fare qualcosa, quando dimentichiamo il "facitore" in noi, frutto di
proiezioni, e rimaniamo "testimoni" di ogni evento che appare e scompare.
Inoltre egli adottò il "punto di vista del Testimone" nel momento più
critico fra tutti: quando il panico che giace alla radice dell'individualità
si precipitò su di lui.

Questo è forse l'aspetto più sorprendente dell'intera storia. Infatti il
panico, così comune tra chi pratica la concentrazione, la meditazione Zen e
altre discipline, è così radicale che solamente un uomo su un milione riesce
ad accettarlo. Normalmente, la presenza di un Guru è indispensabile per
superare una paura così acuta, ma sembra che non sia stato così nel suo
caso.

Questi sono gli aspetti tangibili: l'arrendersi all'inevitabile, senza il
desiderio di modificarlo o di scansarlo; l'aver adottato la posizione del
Testimone, e l'assenza del desiderio di continuare a vivere. Quest'ultimo
aspetto è forse il più illuminante.

Ognuno di noi può utilizzarlo per verificare la propria posizione: c'è in me
il desiderio di durare, di continuare a vivere? Sento che c'è ancora
parecchio da fare, da godere? Nutro ancora delle speranze per qualcosa? La
speranza è uno degli alibi più sottili. Io spero che, se faccio la sdhan
nel giusto modo, mi realizzerò in tre o cinque anni...

Con tale atteggiamento, che implica assegnare altri tre o cinque anni alla
mia ignoranza, alla mia individualità o ego, rendo virtualmente impossibile
il riconoscimento che sono l'ultima realtà anche ora. La speranza implica il
desiderio di continuare nel tempo; essa implica che accetto la credenza che
sono un'individualità proiettata, un'immagine, che sta vivendo attraverso
gli anni. La speranza, in altre parole, diviene un ostacolo, un alibi.

Ciò che sono deve sempre essere qui e ora, e non c'è niente nel futuro in
cui riporre speranze. Se quello che sono non è qui e ora, ciò implica che
non sono realmente "Io", poiché ciò che sono non può essere mai separato da
me, come il calore non può essere separato dal fuoco, o la forma dalla
visione.

Così questo straordinario ragazzo non sperò per il meglio, non sperò che
tutto potesse finire bene ed essere in grado di cenare quella sera. Egli non
tentò nemmeno per un attimo di fuggire; si stese sul pavimento, senza
cercare di difendersi e consentendo alla morte di portare a termine il suo
compito.

Questo è l'atteggiamento a cui la verità, la libertà, o Dio, o in qualunque
modo preferiamo chiamarla, non può resistere, accettazione totale senza
alcun desiderio di modificare qualcosa, fosse pure la morte. Questo
atteggiamento può condurre a una cosa sola: alla completa libertà, che è
chiamata realizzazione del Sé. Se la paura più definitiva e più profonda è
accettata in modo così totale, per cui ti abbandoni a tutto ciò che possa
succedere, niente altro potrà trattenerti. L'ego non potrà più ricattarti, e
niente ti potrà più spaventare, poiché niente è più spaventoso della morte.
Questa totale resa e l'assenza del desiderio di continuare a vivere, sono
qualcosa che vale la pena di esaminare.

Noi tutti desideriamo ciò che nel nostro ambiente è conosciuto come
realizzazione del Sé. Ma chiariamo subito questo punto: colui che desidera è
l'individualità. Ciò che siamo, non sa che farsene del desiderio. L'io,
l'individualità
desidera la realizzazione, ma l'individualità non può sapere cosa
significano queste parole. L'individualità, o ciò che va sotto tale nome,
appare a livello di immagini, pensieri, sentimenti, concetti, e a quel
livello la libertà diviene un'idea, un concetto. Però la libertà non ha
niente a che vedere con i concetti.

Dal punto di vista delle immagini, la libertà o il Sé è qualcosa di
completamente sconosciuto, in altre parole: il Sé è un qualcosa la cui
esistenza non può mai essere accertata dalla mente. Esso è totalmente nuovo,
totalmente ignoto e inaspettato. Ecco perché ciò che si chiama la
realizzazione del Sé rappresenta la morte del vecchio, del noto.

D. È possibile prendere nota degli eventi come loro Testimone, senza
tuttavia accettarli? L'omicidio e la violenza non rimangono comunque
inaccettabili in tutte le circostanze?

R. Per accettazione io intendo la disponibilità a guardare qualcosa. Qualche
tempo fa, una signora venne qui con certi problemi familiari. Ella disse:
«Io ho fatto ciò che mi avete proposto e ho osservato tutto ciò che
avveniva. Ma non mi ha aiutato molto, e devo confessare che osservo ogni
cosa con un certo disgusto».
Questo, naturalmente, non è ciò che intendiamo per accettazione e
osservazione.

Ella aveva proiettato un osservatore dei suoi pensieri e dei suoi
sentimenti. Ma ciò che avrebbe dovuto osservare erano precisamente quei
movimenti personali, del tutto intimi, all'interno della sua psiche, come il
disgusto che aveva menzionato.
Accettazione non significa approvare o disapprovare. Significa solamente
accettazione dei fatti. L'accettazione del fatto che ci sono assassini, che
c'è violenza, indipendentemente dal nostro piacere o dispiacere. Ma
osservare le cose esterne non aiuta molto. Ciò che va osservato è quello che
avviene dentro di noi: la nostra paura, i nostri desideri, la nostra
irritazione, la nostra gelosia. In breve tutto ciò che sentiamo come
conflittuale con l'armonia. I modi sottili o subdoli di difesa dell'io,
quando sono osservati oggettivamente, si rivelano semplici fenomeni.

Noi possiamo vederli e osservarli così come guardiamo un film. All'inizio
saremo tentati di unirci al loro flusso, ma gradualmente arriveremo a
poterli osservare senza esserne coinvolti. Un mio amico ha paragonato questo
modo di osservare a una sfilata di moda: tu siedi in una comoda poltrona e
vedi la sfilata delle modelle che mostrano un vestito dopo l'altro. Ma non
salti sul palco con un paio di forbici per modificare i vestiti in mostra!
Tu guardi e questo è tutto!

Se volessimo formulare esattamente che cosa sia l'accettazione, potremmo
dire che consiste nel permettere a ogni cosa che sorge all'interno di
mostrare se stessa chiaramente e senza interferenze o giudizi da parte
nostra, nella consapevolezza che noi siamo. Molto spesso ciò è abbastanza
facile: senza sforzo possiamo consentire a una stanchezza fisica o a un
dolore di rivelarsi.

Poi potremmo prendere nota di piccole irritazioni quando qualcuno ci fa
qualcosa di sgradevole. La pratica dell'Osservatore diviene più difficile
solo quando noi siamo preda della paura o della vergogna. In tali
circostanze tendiamo a rimuovere certi ricordi e certi sentimenti. Così
vedremo che qualsiasi cosa insensata che possiamo aver fatto, al momento era
il meglio che potevamo fare; il motivo fondamentale, anche per la paura, è
la ricerca dell'amore e della felicità.

Quando ciò è visto chiaramente, siamo pronti a dimenticare noi stessi e ad
accettare la nostra vergogna e paura, permettendole di rivelarsi all'occhio
interiore della consapevolezza. Quando rifiutiamo certi sentimenti e
ricordi, noi creiamo un ego che sente che deve proteggersi, ma quando
permettiamo alle cose di accadere senza interferire allora non c'è ego: c'è
solo la coscienza in cui i sentimenti sorgono e passano, in cui i pensieri
vengono e vanno. Noi siamo allora il Testimone. Là in quel preciso
non-luogo, in quel preciso non-momento vi è la porta, per così dire, tra
sogno e illusione da una parte, e ciò che viene chiamato il Sé dall'altra.
Ciò che noi siamo, il Sé, è dietro la schiavitù e la liberazione.

D. Si dice che quando la mèta è raggiunta, tutti i sentieri si incontrano.
Ma nel caso di Sri Ramana Maharsi non si trova traccia di altri sentieri.
Più tardi non fu possibile dire se egli era principalmente un perfetto jni
o un perfetto bhakta, Conoscenza o Amore. Egli ovviamente fu entrambi allo
stesso tempo. Ma in questo racconto ancora non c'è traccia di qualcosa
simile alla bhakti.

R. Non essere fuorviato dalle apparenti lacune del racconto. Questa
realizzazione del Sé non avrebbe mai potuto avvenire se questo straordinario
ragazzo non avesse avuto un cuore pieno d'Amore. Se egli non avesse amato il
suo corpo, non avrebbe potuto mai lasciarlo andare, se non avesse amato la
sua psiche, non avrebbe potuto abbandonarla.

D. Spesso lei ha detto che per "Amore" non intende il sentimento.

R. Infatti, e può essere utile eliminare qualche fraintendimento. Quando ami
o quando sei felice, che cosa avviene?
L'evento che noi chiamiamo: "io sono felice" consiste di due parti. Una è la
parte fondamentale: noi siamo la stessa felicità, la libertà stessa, al di
là del sentimento; ma normalmente siamo ammaliati dai pensieri, dal senso
dell'io, dai sentimenti dell'io e da altri oggetti che appaiono e scompaiono
e l'armonia che noi siamo non viene percepita, ci sfugge. La tensione del
corpo sorge nel momento in cui ci vediamo come un oggetto, un io.
Ma ciò che avviene quando dici: "io amo" o "io sono felice" è che per un
momento tutte le identificazioni svaniscono. Come risultato, tutte le
tensioni cessano e l'accumulo di energia del corpo viene liberato. Quella è
la parte sensibile dell'evento: sentiamo il calore e la radianza in petto, e
così via. Normalmente noi consideriamo quello come amore, ma in realtà il
sentimento è solo un sintomo di ciò che l'Amore veramente è, un effetto, il
risultato di far cadere tutte quelle strane idee che avevamo di noi stessi.
Ogni idea su noi stessi è comunque un'idea strana. Pensare di essere buoni è
altrettanto assurdo che credere di essere cattivi. Tu non sei una nozione,
una opinione, qualcosa di accettabile o di non accettabile. Ma per poter
andare dietro le apparenze, dobbiamo iniziare con l'accettazione, vera
accettazione, di là dalle opinioni di buono o cattivo, e consentire alle
cose di apparire nella loro completa nudità, nella luce della coscienza,
senza alcuna interferenza o giudizio da parte nostra. Nel momento in cui
assumiamo questa posizione, spontaneamente viviamo l'aspetto di "testimone"
dell'ultima Realtà. E quindi gradualmente il nostro sacco si svuota, le
paure e i desideri terminano la loro piccola danza perché svaniscono nella
consapevolezza che noi siamo, e alla fine rimane la sola consapevolezza. Non
è qualche cosa che debba essere ricercato o ottenuto. Noi siamo la
consapevolezza anche ora. La sola cosa che la sdhan consente, è di
sbarazzarsi dell'idea che noi siamo qualche cosa di diverso dalla
consapevolezza. Quando questa idea se n'è andata, immediatamente ci
imbattiamo nella coscienza o la coscienza sembra penetrarci, o anche
esplodere in noi. Non dobbiamo fare assolutamente niente affinché questo
non-evento avvenga.
Quando la libertà è resa possibile, essa avviene. Essa è resa possibile
accettando ciò che noi supponiamo di essere, guardandolo attentamente e poi
lasciandolo andare. Quando vediamo che non siamo mai stati ciò che credevamo
d'essere, tutte le idee ci lasciano, e ciò che rimane è ciò che siamo. È
molto semplice. Ma questa silenziosa vigilanza, questo profondo ascolto a
ciò che credevamo di essere è un lavoro interiore che deve essere fatto con
profonda attenzione.
Ogni giorno vengono da noi persone che sono a conoscenza di cos'è che non va
nella loro vita, ma in modo superficiale e ciò non li aiuta. Recentemente un
alcolizzato venne qui per parlare dei suoi problemi: «Io so perché bevo - è
perché mia madre non mi ha mai amato». Malgrado ciò, egli continuava a bere
perché non aveva approfondito il senso della sua affermazione. Solo quando
fu messo in grado di vedere e di sentire di nuovo la sua condizione di
bambino, la sua grande tristezza, il suo pianto nel suo letto la notte,
completamente solo, egli comprese veramente tutta la sua infelicità. E
quando poi fu in grado di vedere che questo bambino dall'aria così triste
era veramente inoffensivo, aperto, senza difese e fiducioso mentre era
respinto dalla madre, egli poté comprendere che era ancora quel bambino
aperto e fiducioso dietro le mura che lo avevano protetto contro tanta
insensibilità. E solo allora poté vedere che quel bambino era ed è una
inesauribile sorgente di vita, di amore e di energia e che non c'era niente
che doveva essere protetto, poiché nessuno poteva alienare ciò che egli era
stato, ed era ancora. Quando tutto questo venne messo chiaramente a fuoco
egli vide che non doveva più trincerarsi dietro le mura della sua infanzia e
continuare a nutrire la paura di non essere amato.
La paura di non essere in grado di trovare amore fuori di sé cessò nel
momento in cui comprese che egli stesso era la sorgente di tutto l'amore, e
che le sue difese erano la sola cosa che gli impedivano di vivere questo
amore come quella esperienza fondamentale che è la vita. Da quel momento
egli non ebbe più bisogno dell'alcool.
Siamo tutti simili a questo uomo. Usiamo droghe nella speranza che esse ci
diano il calore che cerchiamo, o che possano prevenire ulteriori delusioni.
Alcuni di noi cercano il sesso come una droga, altri la capacità
intellettuale, altri ancora costruiscono un'immagine di se stessi quali
grandi consiglieri pieni di comprensione e così via. Tutto questo è
necessario per riempire il vuoto del nostro io incapace di amare.
Nel momento in cui ci accorgiamo che noi siamo ciò che stiamo cercando, la
ricerca dell'amore esterno diminuisce fino a cessare completamente.
La sola droga che tutte le droghe hanno in comune è l'ego, questa difesa
estrema che apparentemente ci separa dall'Amore che siamo noi stessi. Ma
questo ego non è un'entità reale. Non è altro che un modo di vedere. Quando
lo cerchi e tenti di trovarlo ti accorgi che non c'è eccetto che nella tua
immaginazione.
Quindi non dobbiamo cacciarlo via o combatterlo; dobbiamo semplicemente
accettarlo, permettergli di mostrarsi in tutta la sua nudità, e ben presto
scopriamo che non ha alcuna esistenza. Questo è tutto ciò che dobbiamo fare
per farlo scomparire.
Ciò che resta è la libertà stessa. Non un ego libero, ma libertà
dall'illusione
che vi sia un ego. Per molti di noi lo stadio finale consiste nel vivere per
qualche tempo con l'impressione che la vita continui senza un ego. Eravamo
così abituati alla sua presenza che ora viviamo per un po' di tempo come se
mancasse qualcosa. Questo diventa così naturale che presto ce ne
dimentichiamo del tutto. Prima eravamo legati dal credere in un ego, ora
siamo legati dalla sua assenza. Questa è l'ultima cosa che ci dice che siamo
ancora limitati. Quando questa assenza è vista come un oggetto col quale ci
identifichiamo essa può dissolversi nella presenza che noi siamo. Solamente
questa è libertà. La vera libertà, la radianza dalla quale il mondo crea se
stesso di momento in momento, e che rimane come semplice radianza quando non
c'è più il mondo.
Il sonno profondo - l'assenza di nome e forma - allora si converte nella
luce stessa, che non ha niente in comune con la cieca assenza di memoria che
credevamo che fosse.

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