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SCHEDA ARTICOLO N. «00486»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: JIDDU KRISHNAMURTI
TITOLO: TRE PII EGOISTI
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TESTO ARTICOLO

Tre pii egoisti

Jiddu Krishnamurti

http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/trepii.htm

(da La mia strada è la tua strada)

L’altro giorno son venuti a trovarmi tre pii egoisti. Il primo era un
sanyasi, un uomo cioè che aveva rinunciato al mondo; il secondo, un
orientalista e fermo credente nella fratellanza del genere umano; e il
terzo un saldo fautore di una meravigliosa utopia. Ognuno dei tre era
un fervente apostolo della sua fede e considerava gli atteggiamenti e
le azioni altrui un po’ dall’alto, e attingeva forza dalle sue proprie
convinzioni. Ognuno amava ardentemente il suo credo e tutti e tre
erano, in uno strano loro modo, spietati.

Mi dissero, più di tutti l’utopista, d’essere pronti a rinnegare o
sacrificare se stessi e i loro amici per amore della loro fede.
Apparivano umili e dolci, segnatamente l’uomo che credeva nella
fratellanza, ma mostravano una durezza di cuore e quell’intolleranza
peculiare che è caratteristica del superiore. Essi erano gli eletti, i
ministri; essi erano gli iniziati e possedevano la verità.

Il sanyasi disse, durante una conversazione molto seria, che si stava
preparando alla sua prossima vita. Quella presente, dichiarò, aveva
ben poco da offrirgli, perché egli aveva visto in fondo a tutte le
illusioni delle cose mondane e abbandonato le vie del mondo. Aveva
alcune debolezze personali e certe difficoltà a raccogliersi,
aggiunse, ma nella prossima vita egli sarebbe stato l’ideale che si
era proposto di essere.

Tutti i suoi interessi, tutta la sua vitalità erano riposti nella
convinzione che egli sarebbe stato qualche cosa d’importante
nell’altra vita. Chiacchierammo abbastanza diffusamente, ed egli
poneva l’accento sempre sul domani, sul futuro. Il passato, disse,
esisteva, ma sempre in rapporto al futuro; il presente non era che un
passaggio al futuro e l’oggi interessava solo per il domani. Se non ci
fosse stato nessun domani, si chiedeva, allora perché affaticarsi?
Tanto sarebbe valso vegetare o essere come la mucca pacifica.

Tutta la vita non era che un movimento continuo dal passato,
attraverso il presente momentaneo, al futuro. Noi dobbiamo usare il
presente, disse, per essere qualche cosa nel futuro: essere saggi,
essere forti, essere compassionevoli. Tanto il presente quanto il
futuro erano transeunti, ma il domani maturava il frutto. Insistette
che l’oggi non è che un mezzo per raggiungere un fine e noi non
dovremmo essere troppo ansiosi o esigenti riguardo all’oggi: dobbiamo
avere ben chiaro in mente l’ideale del domani e compiere il viaggio
con risultati soddisfacenti. Tutto sommato, non poteva sopportare il
presente.

L’uomo della fratellanza era più colto e il suo modo di parlare più
poetico; sapeva adoperare con abilità le parole ed era del tutto soave
e convincente. Egli pure s’era intagliato una divina nicchia nel
futuro. Doveva essere anche lui qualche cosa. Idea che gli confortava
il cuore e per cui aveva raccolto proseliti. La morte, disse, è una
cosa bella, perché porta l’uomo più vicino alla nicchia divina, e ciò
rende possibile la vita in questo brutto mondo di lacrime.

Egli era tutto volto a cambiare e abbellire il mondo e operava con
ardore per la fratellanza umana. Stimava che l’ambizione, con le sue
dipendenti crudeltà e corruzione, fosse inevitabile in un mondo dove
occorre agire; e sfortunatamente, se si voleva che si eseguissero
certe attività organizzative, bisognava schierarsi un po’ dal lato
della durezza. Operare era importante, perché aiutava il genere umano,
e chiunque si opponesse a questo operare andava messo da parte: ma con
dolcezza, naturalmente. L’organizzazione di questo operare era del
massimo valore e non andava trascurata. «Altri hanno le loro vie»
egli disse «ma la nostra è essenziale e chiunque si intrometta non è
uno di noi.»

L’utopista era uno strano miscuglio d’idealista e di uomo pratico. La
sua Bibbia era non il vecchio, ma il nuovo. Egli credeva
implicitamente nel nuovo. Sapeva l’esito del futuro, perché il libro
nuovo prediceva quale sarebbe stato. Il suo piano consisteva nel
disorientare, organizzare, eseguire. Il presente, disse, era corrotto,
andava distrutto e su questa distruzione si sarebbe costruito il
nuovo. Il presente andava sacrificato per il futuro. Importantissimo
era l’uomo futuro, non quello presente.

«Noi sappiamo come creare l’uomo futuro» disse «possiamo foggiare la
sua mente e il suo cuore; ma dobbiamo avere il potere per fare il
bene. Sacrificheremo noi stessi e altri per portare in essere uno
stato nuovo. Uccideremo chiunque si ponga sulla nostra strada, poiché
i mezzi non hanno importanza: il fine giustifica i mezzi.»

Per la pace definitiva, si sarebbe dovuta usare ogni forma di
violenza; per la definitiva libertà dell’individuo, la tirannide nel
presente era inevitabile.

«Quando avremo il potere nelle nostre mani» dichiarò «ricorreremo a
ogni forma di coazione per creare un mondo nuovo senza distinzioni di
classe, senza preti. Dalla nostra tesi centrale non ci scosteremo mai;
noi vi siamo radicati, ma la nostra strategia e la nostra tattica
dipenderanno dalla variabilità delle circostanze. Noi facciamo
progetti, organizziamo e agiamo per distruggere l’uomo presente per
l’uomo futuro.»

Il sanyasi, l’uomo della fratellanza e l’utopista vivono tutti per il
domani, per il futuro. Non sono ambiziosi nel senso mondano, non
vogliono grandi onori, ricchezza o riconoscimenti; ma sono ambiziosi
in un modo molto più sottile. L’utopista s’identifica con un gruppo
che, egli ritiene, avrà il potere di orientare in altro senso il
mondo; l’uomo della fratellanza aspira ad essere esaltato e il
sannyasi a raggiungere il suo fine. Tutti sono consumati dal loro
divenire, dalla loro meta e dalla loro espansione. Essi non vedono che
questo desiderio nega la pace, la fratellanza e la felicità suprema.

L’ambizione, sotto ogni specie, (per la comunità, per la salvezza
individuale, o per il compimento spirituale), non è che azione
posposta. Il desiderio è sempre del futuro; il desiderio di divenire
non è che inazione nel presente. L’oggi ha un significato più grande
del domani. Nell’oggi è contenuto tutto il tempo e comprendere l’oggi
vuol dire essere liberi dal tempo. Il divenire è la continuazione del
tempo, del dolore. Il divenire non contiene l’essere.

L’essere è sempre nel presente ed essere è la più alta forma di
trasformazione. Il divenire non è che continuità modificata e c’è
radicale trasformazione soltanto nel presente, nell’essere.

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