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SCHEDA ARTICOLO N. «01115»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: ELEN JIMITTAN
TITOLO: ANCHE QUESTO FINIRA'...
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TESTO ARTICOLO

Tratto da:

Elen Jimittan



ESSERE E DIVENIRE

Tutto passa; tutto scorre; tutto è evanescente. Un re dell'antica Persia
chiamò i suoi consiglieri e disse: «Datemi un detto, un adagio, un proverbio
che mi conferisca una filosofia di vita che possa salvarmi in ogni
situazione». Tra i vari detti propostigli scelse il seguente: «Anche questo
finirà», che divenne il suo motto, ed egli lo fece scolpire sul suo anello.

Era un adagio, un detto, una massima che poteva dargli una risposta
adeguata, un consiglio saggio in ogni circostanza della sua vita come uomo e
come re dell'impero persiano. Queste parole: «Anche questo finirà»
splendevano con una luminosità celeste quando i raggi del sole, o di
qualsiasi luce battevano sull'anello.

Una volta i gioiellieri e i mercanti portarono al re, cammelli, gemme e
perle preziose da Samarkhanda, facendogliene omaggio. Poi, i marinai della
flotta regale gli portarono coralli, perle e altre ricchezze del mare,
volendo arricchirlo e letificare il suo cuore.

Ma il saggio re guardò con indifferenza stoica tutte queste offerte,
ripetendo tra sé: «Ma, che cos'è la ricchezza? Anche questo finirà».

Si sedette come ospite d'onore ai fasti, banchetti, piaceri e divertimenti
del lussuoso palazzo all'interno della corte orientale, e osservò con
tranquillità imperturbabile le scene di baldorie, di danze incantatrici, di
baci e abbracci delle ninfe di corte.

Alla fine, maestosamente, si alzò e disse con accenti gentili, sereni e
fermi: «I piaceri vengono e vanno, non durano: anche questo finirà».

Il re ebbe come consorte la donna più bella, gentile e graziosa di tutto
l'antico Iran. Incoronata regina, ella superò tutte le altre regine della
Persia in bellezza, grazia e amore. Sul letto di nozze, adagiato sui molli
cuscini sopra gli splendidi tappeti persiani, giaceva il re, sussurrando a
se stesso:

«Sì, nessun re, shà, o monarca di questo mondo, ha mai avuto in sorte una
donna più bella della moglie che mi stringo al petto Ma questa donna più
bella del mondo non è altro che argilla. Anche questo finirà».

La chiamata severa del dovere regale lo portò al campo Di battaglia.
Nell'infuriare del combattimento un dardo lo colpì ed egli cadde
sanguinante. I soldati lo portarono nella sua tenda e, sospirando sulla
dolorosa ferita, il re disse:

«Si, il dolore è durissimo da sopportare, ma ci vuole pazienza. Anche questo
finirà».

Guarito dalle ferite di guerra, egli ogni tanto si travestiva e camminava in
incognito. Un giorno, fermandosi nella piazza principale, vide la sua
effigie, una statua di pietra colossale alta 20 metri, scolpita dagli
artisti del regno, adorna e ricca.

La osservò da vicino e, poi, disse dentro di sé: «Il popolo, per onorarmi e
immortalarmi, ha eretto questa statua. Ma cosa sono onore e fama?
Evanescenza e lenta decadenza. Anche questo finirà».

Ormai invecchiato, logorato e colpito da paralisi, il re, riposando sul
letto davanti alle porte dorate, disse con uno sforzo, prima di esalare
l'ultimo respiro: «La vita è già finita. Ma cos'è la morte?» Il sole che
splendeva fuori, allora, colpì con un raggio il suo anello, dove egli vide
rifulgere, radioso e luminoso, il saggio scritto da lui scelto:

Tutto passa, tutto finisce, tutto è evanescenza, tutto è sigillato dal
timbro della caducità, della provvisorietà. Disse Giobbe, il saggio del
Vecchio Testamento: «Homo natus emuliere, brevi vivens tempore,
repleturmultis miseriis» - uomo nato da donna, che vive per breve tempo, è
pieno colmo, di sofferenze molteplici -.

Ecco il problema della sofferenza, del dolore che colpisce tutti gli esseri
nati nell'universo. Nascita implica morte; giovinezza comporta vecchiezza;
salute significa malattia. Tutti gli esseri nascono, crescono, si
invecchiano e muoiono. Anche il sole, le stelle e le galassie nascono,
crescono e muoiono. Anche l'uomo, questa scintilla di coscienza involucrata
nella carne e nelle ossa, nasce, cresce, si invecchia, si ammala e poi
muore, come i fiori di campo fioriscono all'alba, al sorgere del sole, e poi
danzano di gioia profumando la terra, e al tramonto sfioriscono,
appassiscono e muoiono. Questa è la sorte di tutti gli esseri mortali: avere
un inizio e un termine.

Anche questo finirà.

Eraclito di Efeso, il filosofo del divenire, della transitorietà della vita,
disse che tutto scorre incessantemente, come la corrente del fiume, di cui
nessuno può toccare due volte la medesima acqua.

Generazioni e generazioni di esseri umani nascono e spariscono. Dove sono
andati i tuoi compagni di scuola, tu che ormai sei arrivato alla vecchiaia?

Sono scomparsi nella tomba, sulla pira, nel forno crematorio, o sulla torre
del silenzio.

L'oro e l'argento, la ricchezza e i tesori che tu hai accumulato, dove sono?
Tutto è un pugno di sabbia e un pezzo di argilla e nulla più. Vollero, gli
Ebrei, incoronare Gesù come loro re, ma, dopo, essi stessi gridarono:

«Sia crocifisso Gesù, e ci venga dato Barabba, l'assassino».

Abbiamo visto coi nostri occhi Hitler e Mussolini all'apice della loro
gloria. Abbiamo visto anche le scene del suicidio disperato di Hitler, il
Fuhrer, e l'impiccagione di Mussolini, il Duce. Onori, fama, ricchezze,
perle, oro e argento, piaceri dei sensi e paradiso artificiale di sesso e
sensualità - la danza di morte di Mammona e Venere - sono tutti fugaci,
illusori, snervanti, seducenti, ma mortem ferentes.

Noi, dunque, vogliamo la saggezza dei santi, dei saggi, nella nostra vita
pratica, per entrare in un'isola di pace incondizionata, di vera gioia
immarcescibile, e conquistare quella immortalità conscia che la marea della
concupiscenza non può sommergere, quella immunità da vizi e da peccati che
nascono dall'ignoranza.

Essendo compresi e situati tra il mondo dell'Essere e quello del divenire -
noi, cittadini di entrambi gli universi, quello durevole, eterno ed
immortale da un lato, e quello di fugacità, impermanenza e caducità
dall'altro - dobbiamo imparare la saggezza dei santi per trovare
l'equilibrio tra l'astrazione contemplativa dell'Essere e l'impegno
operativo nel mondo del divenire.

Non è questione di tralasciare l'uno per l'altro, ma di avere la giusta
visione delle cose, di acquisire quella saggezza che potrà potenziare la
nostra mente e la nostra intelligenza permettendoci di vivere nel seno
dell'Essere e, nel contempo, agire nel mondo del divenire, di compiere tutti
i nostri doveri, di compiere la nostra missione sulla terra e, così,
raggiungere l'altra sponda della vita, che è Pace, Serenità, Amore nel cuore
dell'Essere, il Reale, l'Eterno, l'Immortale che le religioni tradizionali
hanno chiamato Iddio, Allah, Deva, Brahma, Tao, ...

L'Essere non si deve contrapporre al divenire; né il divenire dev'essere
posto agli antipodi dell'Essere; così, non vi dovrebbe essere una
conflittualità, ma un connubio tra la filosofia dell'Essere di Parmenide e
la filosofia del divenire, del Panta rhei - tutto scorre - di Eraclito di
Efeso.

Nello stesso modo, non vi dovrebbe essere una lotta tra il misticismo
intuitivo asiatico dell'Essere e l'empirismo pragmatico e positivistico
della filosofia del divenire europea, ma bisognerebbe creare un'armonia,
integrazione, osmosi, simbiosi, matrimonio tra questi due modi di percepire
ed interpretare il mondo noumenico e fenomenico.

Nello stesso modo, si devono trovare equilibrio e sintesi tra lo spirito
introspettivo asiatico, che scaturisce da una implicita visione realizzativa
dell'Essere, e lo spirito estroverso europeo, che scaturisce da una visione
utilitaria e pragmatica del mondo del divenire.

Dobbiamo effettuare questa sintesi tra l'Essere Supremo e il divenire
fenomenico e portare questa visione sintetica, unitaria, integrale nella
nostra vita pratica: nella nostra vita sociale, economica, politica,
nazionale ed internazionale, rendendo così a Cesare ciò che appartiene a
Cesare e a Dio

Ciò che appartiene a Dio. Il regno di Dio sulla terra, il Nirvana, abbraccia
tutti e due: l'universo ontologico dell'Essere e il cosmo fenomenico del
divenire. L'uomo deve ridiventare, consapevolmente, un figlio dell'Essere,
dell'Altissimo, di Dio, generando in sé stesso la coscienza cosmica
dell'Essere nel mondo del divenire e del divenire nel mondo dell'Essere.
Fino a quando noi non effettueremo questa armonia tra il mondo materiale
empirico della mente e l'universo dell'Essere dello spirito, continueremo a
soffrire, e non solo noi esseri umani, ma tutto il creato.

Ecco perché San Paolo, lo gnostico, scrisse: «Scimus omnis creatura
ingemiscit et parturit (dolorem) usque adhuc expectantes adoptionem filiorum
Dei» - Noi sappiamo che tutte le creature sospirano e partoriscono (dolore)
nell'attesa dello stato di figli adottivi di Dio - .

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