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SCHEDA ARTICOLO N. «01325»

CLASSIFICAZIONE: 5
TIPOLOGIA: AFFINE
AUTORE: GIULIANO GIUSTARINI
TITOLO: FIDUCIA E SFIDUCIA
SPAZIATORE bianco

TESTO ARTICOLO

Fiducia e sfiducia

(di Giuliano Giustarini)



[Perché volete voi escludere alcuna inquietudine, alcuna sofferenza,
alcuna amarezza dalla vostra vita, poiché non sapete ancora che cosa
tali stati stiano lavorando in voi? Rainer Maria Rilke," Lettere a un
giovane poeta"]

-

Mentre scrivo posso scorgere, dalla finestra alla mia destra, un
albero fiorito, che si staglia meravigliosamente roseo contro lo
sfondo verde di un prato.

In molte tradizioni, inclusa quella buddhista, la pratica viene spesso
paragonata a una pianta. L’idea della pianta mi fa pensare a qualcosa
di estremamente delicato, qualcosa che richiede una cura amorevole e
paziente. Non mi intendo molto di piante, e non sono in grado di
capire se una pianta è morta o ha semplicemente ritratto la linfa per
affrontare l’inverno.

Sfiducia. In quest’ultimo anno, alcuni eventi hanno notevolmente
rafforzato la mia tendenza a ruminare la sfiducia, ad alimentarla in
modi sia sottili che grossolani, a soggiacere pressoché inerte sotto
il suo potere. Sfiducia, o attaccamento, o entrambi. Le parole
sfiorano appena la realtà. La consapevolezza la coglie, ma si guarda
bene dal tradurla in parole, in immagini. Come diceva lo scrittore
cristiano C. S. Lewis, "la realtà è iconoclasta". Per lunghi periodi
ho cercato la consapevolezza, ho invocato quella fiducia nel Dharma
che un tempo mi sembrava incrollabile, ma non ho avuto risposta.
Dov’era la pace, dov’era l’apertura del cuore, dov’era, per usare il
linguaggio del Buddha, la "comprensione e l’accettazione delle cose
così come sono"? Riluttante, molto riluttante, ho iniziato a guardare
la sfiducia, con rispetto per la sua forza soverchiante, senza
aspettarmi che si dissolvesse sotto lo sguardo gentile della
consapevolezza. A posteriori, questa scelta mi sembra un atto di
fiducia, ma allora non riuscivo proprio a rallegrarmene, anzi, non mi
sembrava proprio una scelta, ma l’unica cosa possibile, una reazione
istintiva, come smettere di annaspare e iniziare a nuotare.

Sfiducia. Non mi sembrava sfiducia, e talvolta non mi sembra ancora
adesso. La sfiducia, da quanto mi riesce di comprendere, si serve di
un travestimento formidabile: i pensieri. Pensieri di sfiducia,
ovviamente, e pensieri che alimentano sfiducia. Un circolo vizioso che
a ogni giro di vite si rafforza. Corrado mi aveva avvertito: "Attento,
sono fili di papaca (la proliferazione mentale), se continui a
tirarli, uno dopo l’altro, non ne verrai mai a capo". Ma la sfiducia
riusciva a riciclare tutto: suggerimenti, discorsi di Dharma, libri e
frasi che un tempo accendevano il mio amore per la pratica. Anche le
sedute di meditazione, di volta in volta, venivano sempre più
risucchiate dalle sabbie mobili della sfiducia.

Il guaio è che la sfiducia inibisce l’osservazione della sfiducia.
Trova modi originali e sofisticati per lasciare inutilizzato lo
strumento della consapevolezza. Uno dei tanti è il farci credere che
la consapevolezza riguardi gli altri, non noi. Noi non ce la
meritiamo. La consapevolezza ci fa stare bene e "noi non ci meritiamo
di stare bene": l’aspirazione al bene, proprio e di tutti gli esseri,
rimane soffocata dalla nube oscura della sfiducia. Eppure è proprio
l’aspirazione al bene, cioè la fiducia, che, attraverso vie perlopiù
misteriose, irriga il deserto della sfiducia. È la fiducia che mette
in dubbio la validità dei pensieri e ci permette di entrare in
contatto con la sfiducia.

Identificato con i pensieri, non riuscivo, se non sporadicamente, a
cogliere lo sfondo di sfiducia che li animava. Con questo non intendo
dire che i pensieri siano necessariamente falsi, ma che forse il punto
non è quello. Il punto è che se attribuiamo loro ‘consistenza’ non
possiamo vedere la sfiducia e rimaniamo intrappolati nelle spire della
proliferazione mentale. Nel mio caso, i pensieri dominavano la scena e
l’idea stessa di sottoporli alla luce della consapevolezza mi appariva
alquanto bizzarra.

Sfiducia. Come ho detto, è abile a celarsi dietro i pensieri. Nella
mia esperienza, quando la consapevolezza riesce a penetrare la cortina
di fumo della proliferazione mentale, mi si rivelano alcuni aspetti
del mio rapporto con la sfiducia. In primo luogo, il rifiuto. La
pratica mi ha donato momenti di apertura del cuore, e l’attaccamento a
questi stati di benessere mi rende difficile annaffiare i momenti di
contrazione, di sfiducia, con la consapevolezza gentile. Nel mio caso,
il rifiuto della sfiducia, che appartiene al rifiuto verso tutto ciò
che è spiacevole, prende la forma del rammarico: provo cioè avversione
per quegli avvenimenti esterni che, a mio avviso, avrebbero alimentato
la sfiducia. Questo rammarico non può che aumentare la sfiducia, a
meno che sia investigato.

Sfiducia. La sensazione frequente di camminare con un macigno di mezzo
quintale sulle spalle. Lì per lì lo sopporto, magari anche con il
gusto piacevole della sfida. Poi il tempo passa, il macigno resta lì,
e un po’ alla volta diventa insopportabile. La sfiducia aumenta.
Stanchezza.

Grattando ancora più a fondo, mi è sembrato, e mi sembra tuttora, che
la sfiducia non si rafforzi soltanto attraverso la proliferazione
mentale e l’avversione, ma si serva anche dell’attaccamento alla
fiducia stessa. In momenti di pratica intensiva, nei quali la
consapevolezza veniva evocata con una certa costanza (momenti in cui,
tra l’altro, la sfiducia si presentava acuta e dolorosa), mi è
capitato di osservare con relativa nitidezza la mia dipendenza dalla
sfiducia. Mi è apparso piuttosto palpabile il mio desiderio di
sfiducia, la scelta continua ed estenuante di navigare per le acque
torbide della sfiducia. Questa scelta è presente anche quando la
sfiducia non si lascia riconoscere (come avviene invece quando è più
acuta), ma si limita a uno strisciante senso di insoddisfazione.

Ajahn Munindo, uno dei primi discepoli di Ajahn Chah e ora abate del
monastero buddhista Ratanagiri, in Scozia, fa notare che i momenti di
malessere profondo sono indice di una contrazione del cuore, sono cioè
una sorta di campanello d’allarme che ci esorta a prenderci cura della
mente-cuore e ci richiama a una investigazione silenziosa.

Personalmente, i momenti in cui mi sono reso conto di quel
‘movimento’, di quella tendenza del cuore a seguire ciecamente la
strada della sfiducia, sono stati momenti imbevuti di gioia, di
gratitudine verso quel dolore che spesso avevo trovato insopportabile
e, soprattutto, assoluto. Questa gioia e questa gratitudine che
scaturivano dalla comprensione dei meccanismi della sfiducia
alimentavano, a loro volta, la fiducia. Fiducia che la sfiducia non è
la realtà ultima, non è la Verità.

Fiducia. Forse basterebbe dire che la fiducia emerge osservando la
sfiducia. Nella mia esperienza posso dire che è vero, ma difficile,
tremendamente difficile. È difficile vedere la sfiducia nuda, non
rivestirla con gli orpelli della proliferazione e del rammarico. In
parole povere, mi è difficile non essere identificato con la sfiducia.

Per osservare la sfiducia, dunque, ho cercato di utilizzare alcuni
strumenti che mi aiutavano a disidentificarmi. Conscio che
l’osservazione della sfiducia poggia comunque su una certa fiducia, ho
cercato dei modi per evocare la fiducia. Quello con cui mi trovo
meglio è la presa dei rifugi. È qualcosa che mi riporta alla mia
aspirazione più profonda e, alla luce di questa aspirazione, la
sfiducia mi appare una distrazione da osservare. Mi sembra molto utile
recitare la presa dei rifugi sia nei momenti di massima sfiducia, sia
nei momenti di apertura. Nell’uno e nell’altro caso ho l’impressione
di poter indirizzare il contenuto dell’esperienza, piacevole o
spiacevole, verso ciò che Corrado giustamente chiama "quello che
conta".

Quando la fiducia era ottenebrata da eccessiva proliferazione mentale,
ho cercato di coltivare qualità strettamente correlate alla fiducia,
come la metta e la pazienza. Nel primo caso, direi che sta diventando
una sana abitudine aprire gli occhi al mattino e mandare metta a me
stesso, a chi mi sta accanto, e via via a tutti gli esseri. Tra i
diversi vantaggi, c’è quello di non dare modo a certe forme di
malumore di serpeggiare nascoste nel corso della giornata.

La pazienza mi sembra un perno insostituibile nel lavoro con la
sfiducia. In questo senso mi ha aiutato molto il sostegno e
l’ispirazione degli insegnanti (Corrado per primo). In momenti di
sfiducia acuta, intrisi di rabbia e depressione, ho trovato prezioso
evocare l’immagine della pianta avvizzita, che pazientemente attende
la fine dell’inverno per rifiorire. È un’immagine che tengo presente
anche quando prendo rifugio nel sangha. Nel sangha, per il semplice
fatto che pratichiamo, siamo testimoni l’un l’altro della possibilità
di superare i momenti più bui, siamo concreti testimoni, in ultima
analisi, delle Quattro Nobili Verità.

Quando riesco a rafforzare la pazienza, fiducia e consapevolezza
fluiscono più liberamente. Grazie alla pazienza, resisto meglio alla
tentazione di alimentare la sfiducia con le solite conclusioni
sommarie, quelle conclusioni che mi escludono dalle cose buone, che mi
reputano indegno della gioia e della pratica stessa.

Ajahn Chah era solito sottolineare l’importanza dell’osservare i
fenomeni al loro sorgere. Quando inizio a scivolare nella sfiducia, mi
accorgo che una parte di me ‘vuole’ la sfiducia, dipende da quella
cosa ‘conosciuta’, ne trae un illusorio senso di sicurezza. Dato che
questa dipendenza mi sembra decisamente paragonabile alla dipendenza
dal fumo, in quei momenti iniziali, nei quali la consapevolezza riesce
a cogliere cosa sta accadendo, talvolta mi ripeto frasi del tipo "No
smoking, please".

Spesso preferisco ripetermi la frase "rimani fermo come un pezzo di
legno", frase che traggo da un famoso verso di Santideva: "Quando sto
per agire e vedo la mia mente macchiata da impurità, in un tale
momento devo rimanere immobile, come un pezzo di legno"
(Bodhicaryavatara, V, 34). È l’invito più chiaro che conosca a non
alimentare la sfiducia e a non tentare di scacciarla. È un invito che
in me desta ‘interesse’ per la sfiducia, che mi incoraggia a stare con
essa gentilmente, pazientemente, per tutto il tempo necessario. Allora
emerge anche la sensazione di essere ‘lavorato’, forgiato da questo
incontro, a volte gioioso, ma più spesso sgradevole, doloroso, tra
consapevolezza e sfiducia.

Quando la consapevolezza penetra la sfiducia, scopro una fiducia senza
dubbio più autentica, più radicale, rispetto a quella che posso
sperimentare senza confrontarmi con la sfiducia. È un po’ come la
differenza tra un cielo sereno prima e dopo un temporale. Dopo il
temporale, il cielo è più nitido, c’è meno tensione nell’aria, la luce
regala nuove sfumature al paesaggio. Alcune volte, però, non scopro
nulla: non c’è premio, non c’è sollievo. C’è però un’altra lezione,
non meno preziosa: l’importanza di lavorare con la sfiducia per
spingersi alle frontiere della propria pratica di Dharma. Lì si
assapora la sconfitta, l’impotenza, ma anche qualcosa che forse ha a
che fare con la saggezza, con l’umiltà.

Fiducia. Sto scrivendo queste ultime note sul treno, seduto accanto al
finestrino. Tra i binari spuntano papaveri e margherite, più in là un
gabbiano passa veloce. La fiducia può essere (o forse ‘deve’ essere?)
spoglia di aspettative, una ricompensa in sé. Fiducia nella pratica,
nel sentiero, senza chiedere al sentiero una destinazione. Una tale
fiducia, mi sembra, è l’altra faccia della consapevolezza silenziosa,
non giudicante, affettuosa.

Sembra che non sia possibile liberarci dal cappio della sofferenza se
non siamo disposti a imparare da essa.

Rodney Smith, Lessons from the Dying

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