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SCHEDA ARTICOLO N. «01430»

CLASSIFICAZIONE: 4
TIPOLOGIA: CONGENERE
AUTORE: FONTE: CANONE BUDDISTA (UDANA VI, 4, 66-69)
TITOLO: RICORDIAMOCI DEI CIECHI.... I CIECHI E L'ELEFANTE.
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TESTO ARTICOLO

I ciechi e l'elefante

Un amico che studia e pratica il buddismo ormai da molti anni mi ha detto:
«La parabola dei ciechi e dell'elefante dovrebbe essere inserita nei libri
di testo delle elementari». Tolstoj la pensava come lui, dato che la incluse
nei suoi Libri di lettura dedicati all'istruzione dei fanciulli. Ma che cosa
dice questa parabola, che si trova nel Canone buddista (Udana VI, 4, 66-69)?

--

C'era una volta un re che ordinò al suo ministro: «Riunisci in piazza tutti
gli uomini del regno, che sono ciechi fin dalla nascita!». Il ministro
eseguì e il re si recò sulla piazza, dov'erano riuniti i ciechi, quindi
chiamò l'elefantiere, e disse: «Questo è l'elefante!». E fece toccare ad
alcuni ciechi la testa, ad altri le orecchie, ad altri le zanne, ad altri la
proboscide, ad altri il ventre, ad altri le gambe, ad altri il dietro, ad
altri il membro, ad altri la coda; sempre a tutti dicendo: «Questo è
l'elefante!».

-

«Elephant and Blind Men», di Carl Bennett>

Poi il re si accostò ai ciechi e chiese loro se avessero toccato l'elefante.
«Sì, Maestà!» risposero. «Allora ditemi a che cosa rassomiglia». E i ciechi
cominciarono a descrivere a modo loro l'elefante.

Quelli che avevano toccato la testa dissero che rassomigliava a una caldaia.
Quelli che avevano toccato le orecchie dissero che rassomigliava ad un
ventilabro. Quelli che avevano toccato le zanne che rassomigliava ad un
vomere. Quelli che avevano toccato la proboscide che rassomigliava ad un
manico d'aratro. Quelli che avevano toccato il ventre dissero che
rassomigliava ad un granaio. Quelli che avevano toccato le gambe, dissero
che rassomigliava a colonne. Quelli che avevano toccato il dietro, dissero
che rassomigliava ad un mortaio. Quelli che avevano toccato il membro,
dissero che rassomigliava ad un pestello. Quelli che avevano toccato la
coda, dissero che rassomigliava ad uno scacciamosche.

E, siccome ognuno sosteneva la sua opinione, cominciarono a discutere e
finirono con l'accapigliarsi e percuotersi, gridando: «L'elefante
rassomiglia a questo, non a quello! Non rassomiglia a questo, rassomiglia a
quello!». E il re si divertì a quella zuffa.

A parte che, secondo me, quello che nella storia ci fa la peggior figura è
il re che si prende gioco dei ciechi, questa parabola è particolarmente
significativa perché ha diverse implicazioni. La prima è che ciascuno tende
a rappresentarsi l'elefante-realtà a seconda della percezione che ne ha
tramite il proprio limitato apparato conoscitivo, ragion per cui, anche se
si trovasse di fronte alla scaturigine di tutte le verità e di tutta la
sapienza potrebbe comprendere solo ciò che la sua mente sarebbe in grado di
accogliere: quidquid recipitur, recipitur secundum recipientem. Ossia,
sarebbe sempre e comunque la «sua» verità, una sola versione tra le molte
possibili e, per quanto «vera», in ogni caso parziale e incompleta.

Perciò non bisogna cedere alla tentazione di teorizzare. La realtà è assai
complessa, ma noi esseri umani, forse geneticamente programmati a
fabbricarci una visione del mondo perché necessaria alla sopravvivenza,
tendiamo, una volta colto un brandello di verità, a farne, con grande
azzardo, una teoria globale.

I sufi raccontano al riguardo quest'altra storiella: Berlicche era in giro
per la Terra per addestrare il giovane apprendista Malacoda. A un tratto
Malacoda esclamò: «Ehi, Berlicche... fa' attenzione! Quell'uomo laggiù ha
raccattato un pezzetto di verità!». Ma Berlicche ghignava soddisfatto,
lisciandosi la barba caprina: «Non ti preoccupare. Io gliela farò
organizzare».

Qualche anno fa, padre Silvano Fausti, gesuita, commentando a Villapizzone
un passo del vangelo di Marco in cui gli apostoli discutevano animatamente
sui diavoli, disse:

«Ecco: non capiscono e discutono. In questo modo nasce la teologia».

Sempre in tema, nel Canone buddista troviamo, nel Dighanaka-sutta, la
parabola del giovane vedovo. Questi aveva un figlio di cinque anni che amava
più della sua stessa vita. Un giorno dovette lasciarlo a casa e uscire per
affari. Arrivarono i banditi che saccheggiarono il villaggio, lo diedero
alle fiamme e rapirono il bambino. Ritornato, l'uomo trovò la casa bruciata
e, lì accanto, il cadavere carbonizzato di un bambino. Credette che fosse il
figlio. Pianse di dolore e cremò ciò che restava del corpo. Amava tanto il
figlio che ne raccolse le ceneri in una borsa che portava sempre con sé.
Mesi dopo, il figlio riuscì a scappare e ritornò al villaggio. Era notte
fonda quando bussò alla porta. Il padre stringeva tra le braccia la borsa
con le ceneri e singhiozzava. Non aprì la porta, benché il bambino dicesse
di essere suo figlio. Era convinto che il figlio fosse morto e che alla
porta battesse un bambino del villaggio che voleva prendersi gioco del suo
dolore. Il bambino fu costretto ad andarsene, e padre e figlio si perdettero
per sempre.

Se ci attacchiamo a un'idea e la riteniamo la verità assoluta, potremmo
trovarci un giorno nella situazione del giovane vedovo. Pensando di
possedere già la verità, non potremo aprire la mente per accoglierla, anche
se la verità in persona bussasse alla nostra porta. Come diceva anche Lord
Thomas Dewar, le menti sono come paracadute: funzionano solo se aperte (vedi
immagine).

Credere di possedere la verità è, per il Buddha, come autoimporsi una
condizione di cecità. Per vederci meglio dovremmo, paradossalmente,
ricordarci d'esser ciechi. Stando bene attenti a come palpiamo l'elefante,
perché non si sa mai.

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